Il crescente coinvolgimento della Turchia in Libia preoccupa non poco l’Italia. Negli ultimi mesi l’influenza del nostro paese sul governo di unità nazionale (GNA) presieduto da Fayez al-Serraj si è considerevolmente ridotta in favore della Turchia di Erdogan. I progetti neo-ottomani del Sultano, infatti, non prevedono tentennamenti; e si sono tradotti recentemente in un maggiore supporto sia logistico che militare al governo di Tripoli. Non solo armi e munizioni. Erdogan ha inviato migliaia di combattenti pronti a difendere la capitale libica dall’assalto degli uomini del signore della guerra della Cirenaica Khalifa Haftar.
I motivi che spingono il premier turco a puntellare al-Serraj sono sia ideologico-religiosi che geopolitici. Come spiega Michela Mercuri, docente di Geopolitica del Medio Oriente all’università Niccolò Cusano, la Turchia vuole «controllare la zona ovest della Libia perché lì sono presenti le milizie pro-Serraj legate alla Fratellanza Musulmana. Inoltre – continua Mercuri – Erdogan, oltre a voler occupare un ruolo egemonico, vuole ampliare i propri interessi marittimi. Lo scorso 27 novembre, infatti, al-Serraj ed Erdogan hanno firmato un protocollo per una zona economica esclusiva che garantirebbe alla Turchia dei diritti di esplorazione esclusivi che escluderebbero totalmente Cipro».
I timori per l’Italia, però, non deriverebbero soltanto da una competizione con la Turchia nelle dinamiche geo-strategiche. C’è un aspetto più preoccupante che è legato direttamente al problema terroristico. I combattenti che Erdogan ha inviato a Tripoli sono, infatti, jihadisti che hanno combattuto nel teatro siriano – nella sacca di Idlib, dove la presenza legata ad al-Qaeda è più imponente. E per l’Italia dovrebbe essere prioritario evitare che milizie qaediste si possano insediare così facilmente al di là del Mediterraneo. Soprattutto perché, già da molto tempo, la Libia è diventata Paese di approdo di militanti islamisti. «A seguito dell’indebolimento dell’Isis in Siria ed Iraq molti miliziani stanno cercando un hub per riorganizzarsi, e la Libia è il luogo ideale» commenta la Professoressa Mercuri. Che aggiunge: «Non scordiamoci anche dei residuati del sedicente Stato Islamico a Sirte, sconfitti nel 2016 ma non tutti morti, che dopo essere scappati nel Fezzan ogni tanto risalgono a nord per compiere attentati».
Se da un lato il Memorandum of Understanding (MoU) che l’Italia ha rinnovato col governo di Tripoli potrebbe servire a restituire centralità alla nostra azione politico-diplomatica, esso è anzitutto uno strumento attraverso il quale gestire i flussi migratori provenienti dal Paese nordafricano. Ed è proprio l’ingombrante presenza della Turchia che allarma il nostro governo sul dossier migranti. Qualora la Turchia riuscisse ad imporsi come primo interlocutore di al-Serraj – e ci sta riuscendo, grazie a costanti rifornimenti militari per contrastare l’avanzata delle milizie di Haftar – essa potrebbe sostituirsi a Tripoli nella gestione dei flussi migratori in direzione dell’Europa. Mercuri: «Con la sua influenza in Turchia, Erdogan potrebbe ottenere le chiavi non solo della rotta migratoria balcanica ma anche di quella del Mediterraneo centrale»Secondo Mercuri Erdogan «potrebbe sfruttare la debolezza di Serraj nel controllo del territorio e delle numerose milizie che gestiscono sia i centri di detenzione e che il lavoro dei trafficanti per “ottenere le chiavi” non solo della rotta balcanica ma anche di quella del Mediterraneo centrale». L’obiettivo del Sultano sarebbe quindi quello di replicare quanto già fatto con i migranti siriani: minacciare un’ondata di profughi in una sorta di ricatto nei confronti dell’Unione Europea.
Il MoU, quindi, «potrebbe essere stato rinnovato tacitamente dall’Italia in modo tale da cercare di riallacciare i rapporti con al-Serraj in ambito migratorio bypassando la Turchia. Però va ricordato – conclude Mercuri – che ormai il rapporto con il governo di Tripoli è quasi perso, è molto fragile. Purtroppo chi dà le armi è il vero padrone. E in questo caso non siamo noi, ma la Turchia».