Mentre la guerra in Ucraina sta approfondendo la frattura tra Est e Ovest del mondo, la Cop27 ha evidenziato una polarizzazione alternativa: quella tra Nord e Sud, tra economie sviluppate ed economie in via di sviluppo. Uno dei risultati più significativi della conferenza sul clima è stata l’istituzione di fondi per risarcire i Paesi più colpiti dal cambiamento climatico, con l’obiettivo di inserirli in un percorso di sviluppo sostenibile.

“La comunità internazionale tende a occidentalizzare il processo di sviluppo, ma serve un approccio che abbracci le diverse specificità, anche uscendo dagli schemi della globalizzazione”, spiega la cooperante Giulia Tringali

In questo processo, però, diversi ricercatori individuano una “tensione verso l’imitazione di un modello di sviluppo Occidentale”. Lo spiega a magzine.it Giulia Tringali, dottoressa in Cooperazione internazionale e cooperante per Mani Tese in Burkina Faso, che mette in guardia davanti al pericolo di inserire le economie in via di sviluppo in schemi economici lontani dalle proprie tradizioni e dalla propria storia. Non serve una standardizzazione della crescita economica, dunque, ma “un approccio intersezionale che abbracci diverse tematiche e sensibilità, con una visione globale”, sottolinea Tringali, che aggiunge: “In questo senso lo sviluppo non deve essere per forza la stessa per tutti e seguire gli standard della globalizzazione”. La comunità internazionale, quindi, deve inserire lo sviluppo sostenibile in un quadro “non solo di diritti umani e diritti individuali, ma anche di diritti socio economici”, che permettano alle comunità di vedere rappresentate le differenti specificità.

Per questo è necessario procedere in modo graduale, partendo da una concezione dello sviluppo che non comprenda solo gli aspetti economici: “Prima di tutto dobbiamo concordare insieme una definizione, che non per forza deve essere uguale per tutti i Paesi”, argomenta Tringali. Per essere davvero sostenibile, lo sviluppo deve “recuperare le tradizioni e pratiche sociali abbandonate dei singoli luoghi per creare un nuovo modello”, cioè puntare sulla specificità delle singole potenzialità. Anche la cultura è un tassello irrinunciabile nel mosaico dello sviluppo sostenibile. Secondo Tringali, “la parola chiave è sensibilizzazione”, per incidere sulla cultura economica dei Paesi in via di sviluppo. “Bisogna studiare la realtà dal basso, capire le esigenze delle economie in via di sviluppo e trovare una soluzione che parta da chi vive in questi posti”, spiega la cooperante.

Con la Cop27 e la istituzione del fondo Loss and damage sono stati fatti passi in questa direzione, ma Tringali sottolinea la necessità di rendere davvero “efficaci e vincolanti” gli obblighi imposti dal diritto internazionale: “Il percorso è ancora lungo, soprattutto fino a che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sarà guidato da cinque Paesi con economie anacronistiche rispetto a tante nuove realtà”. Per conoscere a fondo le economie di cui si vuole incentivare la transizione ecologica, Tringali evidenzia l’importanza di lavorare sul territorio. “Non bisogna calare dall’alto il processo di sviluppo. Ad esempio, qui in Burkina Faso c’è una filiera incredibile di riuso dei materiali che vengono dall’Europa. Noi non abbiamo queste consapevolezze se rimaniamo all’estero”, conclude.