Perché ricordiamo una data? Forse per rammentare qualcosa che ci è capitato, una persona, un incontro: i motivi possono essere tanti. Altri ci rimangono impressi nella mente contro la nostra volontà: vorremmo dimenticarli, ma non ci riusciamo. E cosìun giorno apparentemente normale si imprime a fuoco nella nostra memoria. Si tratta di un ricordo che ci ha marchiato, dividendo il prima dal dopo e cambiandoci nel profondo.

Un pomeriggio di febbraio, la settimana di lavoro che sta per concludersi, il pensiero rivolto al fine settimana ed ad un poco di riposo. Così appare quel giorno, il 21 febbraio del 2020. E per noi, studenti di un master in giornalismo da poco iniziato, è stato il punto di non ritorno: trenta ragazzi colpiti all’improvviso da una gelida pioggia di realtà.Il turbamento proveniva da un piccolo centro della Lombardia che probabilmente la maggioranza di noi non aveva mai sentito nominare, Codogno. Ma quel nome ha segnato l’inizio di una tempesta della quale siamo ancora prigionieri.

Non possiamo negare a noi stessi il trauma causato dai primi mesi di lockdown. Tutti noi, sparsi per l’Italia, abbiamo dovuto assimilare un nuovo stile di vita che ha spezzato abitudini ormai consolidate nelle nostre vite. I ritmi sono cambiati e il tempo sembrava instabile: potevamo averne in quantità e contemporaneamente non averne affatto.

Così l’Italia è stata raggiunta da quel male proveniente da lontano, a lungo visto come qualcosa di remoto che mai avrebbe potuto toccarci. E tutto si è fermato: strade, scuole, uffici, locali, parchi… tutti deserti.Le nostre case sono diventate rifugi sicuri, ma anche mura che ci isolavano in maniera quasi totale dal mondo. Per quelli di noi residenti a Milano e in Lombardia, questa nuova realtà è stata forse meno traumatica. Ma per i fuori-sede, la maggioranza del nostro gruppo, è stata inevitabile una scelta tra due possibilità: seguire il master da remoto restando a Milano o rientrare nelle proprie città per poter rimanere vicino alle famiglie? La maggioranza ha fatto ritorno nelle Regioni di provenienza prima che i confini fossero chiusi. Altri sono rimasti.

Non possiamo negare a noi stessi il trauma causato dai primi mesi di lockdown. Tutti noi, sparsi per l’Italia, abbiamo dovuto assimilare un nuovo stile di vita che ha spezzato abitudini ormai consolidate nelle nostre vite. I ritmi sono cambiati e il tempo sembrava instabile: potevamo averne in quantità e contemporaneamente non averne affatto.

Quest’anno ha mostrato il suo lato più violento all’inizio. I primi mesi hanno lasciato un manto di confusione e di ansia in quanto nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo il giorno dopo. Era come essere prigionieri di un gorgo dal quale era impossibile sfuggire. Paura e smarrimento erano le emozioni più sentite da tutti noi.La paura non era rivolta a noi stessi quanto alle famiglie, ai parenti soli o in prima linea. Lo smarrimento ci ha però fornito una via per reagire e non turbarci ulteriormente: impegnarci al massimo delle nostre possibilità e concentrarci sul master.

L’immagine che meglio di tutte riassume le luci e le ombre di quest’anno è forse quella della nave nella tempesta. Siamo stati colti alla sprovvista, abbiamo avuto paura. Poi ognuno è tornato al proprio posto, ha svolto il proprio dovere e si è impegnato

Si dice che le crisi possono far emergere il meglio o il peggio dalle persone. Per noi investire in modo più massiccio le energie sulle lezioni e i lavori del master è stato come trovare uno scopo, uno sfogo a quelle energie e potenzialità che la pandemia reprimeva. Qualcosa però ci ha turbato in ogni caso facendoci pensare a come sarebbe stato diverso se tutto questo non fosse mai accaduto.Nonostante tutto siamo rimasti sempre in contatto, anche se l’amicizia che ora ci lega avrebbe potuto essere più profonda e rinforzare ancora di più la fiducia e la stima che nutriamo l’uno per l’altro.

L’immagine che meglio di tutte riassume le luci e le ombre di quest’anno è forse quella della nave nella tempesta. Siamo stati colti alla sprovvista, abbiamo avuto paura. Poi ognuno è tornato al proprio posto, ha svolto il proprio dovere e si è impegnato. Ancora non vediamo la luce, ma riusciamo a tenere la rotta. Non saremo felici, ma almeno coltiviamo la speranza di potercela fare.