Ci sono date che irrompono nella storia di un Paese. Date che si innestano come vessilli di eventi a un primo impatto marginali, non di un tale spessore da essere ricordati negli anni a venire. Esembrava un evento marginale, particolare sì, degno di essere seguito certo, ma non epocale quella conferenza stampa in Regione Lombardia. Era il 21 febbraio 2020. «Ieri alle 21 abbiamo avuto la conferma di un primo caso di Coronavirus all’ospedale di Codogno. Un cittadino italiano di trentotto anni». Furono queste le parole rilasciate dall’ex assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera.

Mi trovavo in redazione. Non avevamo ancora consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto, di ciò che era già successo. Se ne parlava già da oltre un mese del Covid-19. I casi in Cina erano in costante aumento, ma si riteneva, nei media come nell’opinione pubblica, che questa nuova zoonosi non avrebbe assunto risvolti pandemici. È incredibile constatare come tutto si sia ribaltato in pochissimi giorni, nei media come nell’opinione pubblica. Per quanto tempo si è parlato di follia collettiva, di paura immotivata, di deriva razzista contro i cinesi. Invece i giudizi e le analisi sono mutati parallelamente alla presa di consapevolezza di un quadro che si faceva giorno dopo giorno più allarmante.E mi sono così ritrovato a vivere una quotidianità nuova, inedita quanto tediosa rispetto alle mie abitudini. L’entusiasmo dei primi mesi vissuti a Milano stava per dissolversi come mai avrei potuto immaginare. Immaginate di essere abituati a giornate piene, vive, a weekend vibranti e gaudenti, a fare sport con continuità. Cancellate tutto. Cancellate tutto secondo una discontinuità di vita travolgente.

Ritrovarsi a vivere per la quasi totalità della giornata in uno spazio circoscritto fa perdere la concezione del tempo. Alla limitatezza dello spazio a disposizione si oppone l’irrazionalità del tempo. E quando si è soli, questo contrasto si fa potente, lo percepisci come un macigno a cui sei indissolubilmente incatenato. E attendi di liberartene al più presto, perché quel macigno non l’hai mai incontrato prima

È stato un impatto che mi ha dilaniato nell’animo, nella determinazione, negli stimoli essenziali; e questo impatto è stato incisivo nel lungo periodo, quando quel periodo di iniziale e morigerata quarantena si è fatto appunto lungo e gravoso. Un ottenebramento credo insopportabile per molti.Ritrovarsi a vivere per la quasi totalità della giornata in uno spazio circoscritto fa perdere la concezione del tempo. Alla limitatezza dello spazio a disposizione si oppone l’irrazionalità del tempo. E quando si è soli, questo contrasto si fa potente, lo percepisci come un macigno a cui sei indissolubilmente incatenato. E attendi di liberartene al più presto, perché quel macigno non l’hai mai incontrato prima. In quarantena forzata anche il blocco di una serranda può rappresentare un problema enorme, perché chi potrebbe eliminare l’inceppamento non può più entrare in un appartamento privato, e allora il buio prende il soprassalto.

Quel buio si sovrappone al buio che già hai dentro, nella mente come nel corpo, laddove necessiteresti di luce.Sono stati mesi che mai avrei pensato di trascorrere nella mia vita, non a Milano, non alla mia età. Settimane che non augurerei a nessuno, indimenticabili per la loro nera unicità. È stato devastante osservare la metamorfosi di Milano: una metropoli così energica divenuta fantasma, irriconoscibile. Irriconoscibile per chi ci viveva da mesi ed immagino insopportabile per chi invece ci abita da sempre. Io, aspirante giornalista professionista, ho iniziato ad odiare le news. La focalizzazione, ancora oggi incessante, sul tema Covid, non era per me più sopportabile. Ricordo il giorno dell’inizio della fatidica “Fase 2”, quando per la prima volta dopo mesi ho rivisto l’alba per andare a correre, per troncare quell’inusuale, per me, inattività fisica prolungata. Ero quasi incredulo in quegli istanti, non mi capitava di svegliarmi alla luce dell’aurora da tempo immemore. E del tempo non avevo quasi più concezione.Quel giorno, quella corsa lungo il viale alberato del quartiere Bicocca è stato il principio di una ripartenza, di una risalita dai meandri dell’insipidezza nella quale mi ero ritrovato immerso senza volerlo. È arrivato poi giugno e sono tornato a casa, nella mia Basilicata che quasi non era stata toccata dall’onda pandemica.

Quest’anno mi ha segnato. Non voglio negarlo ed è inutile farlo perché le ferite possono constatarle gli altri. Il mio carattere non è più quello di prima, o per lo meno non lo è ancora, perché sto sforzandomi ancora oggi, in quest’oggi che è sempre rarefatto, di ritrovare me stesso.

Partito in piena notte, sotto un temporale che imperversava a Milano, lasciavo la città vissuta due volte, e mentre la pioggia batteva sui vetri della macchina, ripensavo a ciò che avevo vissuto, al primo e al dopo, a ciò che era stato e a ciò che avrebbe potuto essere. Più volte ero tornato a Grottole distaccandomi per un attimo dall’università, per soggiornare nelle festività e ristorarmi con gli affetti più cari.Ma quel ritorno è stato diverso, aveva una cornice differente. Ritrovavo quel tutto che mi mancava terribilmente. Rivivevo. Quest’anno mi ha segnato. Non voglio negarlo ed è inutile farlo perché le ferite possono constatarle gli altri. Il mio carattere non è più quello di prima, o per lo meno non lo è ancora, perché sto sforzandomi ancora oggi, in quest’oggi che è sempre rarefatto, di ritrovare me stesso.