Nella giornata di ieri è andata in scena la cinquantaseiesima finale di Roland Garros, prestigioso torneo di tennis che si gioca su terra battuta. I due sfidanti erano il più che prevedibile Carlos Alcaraz, stella spagnola il cui futuro appare ogni giorno sempre più luminoso, e l’insospettabile Alexander Zverev, la cui carriera sembrava finita in seguito alla rottura della caviglia circa due anni fa. I pronostici erano tutti a favore dello spagnolo: è il suo momento, questo è fuori discussione, si prevedeva una finale veloce ai tre set, forse quattro, ma senza colpi di scena. Però, non si può negare che le simpatie del mondo erano per l’outsider, lo spilungone tedesco. Il primo set finisce 6-3 per Alcaraz, fin qui niente di nuovo. Secondo set, più per caso che per convinzione, la situazione si ribalta: 6-2 per Zverev, ora sono pari. Il tedesco inizia a capire che, se vuole vincere, deve rischiare, allora si gioca tutto. Il terzo set stava per finire, erano 5-2 per Alcaraz. All’improvviso quel luccichio del devo rischiare si riaccende negli occhi di Zverev e lascia andare i colpi come se non ci fosse domani: 7-5 per Zverev, manca un passo e la coppa è sua. E qui accade l’impensabile…
“Ci sono decisioni che segnano la piega che prenderà tutta una vita, e io finora quelle decisioni le ho prese a caso. Se avessi dovuto scegliere cinque minuti dopo, avrei potuto tranquillamente fare l’esatto contrario, e non credo di aver affrontato nessuno snodo della mia esistenza con una pur remota forma di ponderatezza”
Ne La ricreazione è finita, Dario Ferrari racconta la vita di Marcello, un trentenne senza lavoro stabile o prospettive, con una relazione che ormai non crea molte emozioni, e la sensazione di non aver mai fatto nulla di concreto. In cuor suo non è un problema, che sarà mai ho solo trent’anni, continua a ripetere ad amici o parenti che gli chiedono cosa vuole fare della sua vita. Viviamo la prima parte della nostra esistenza nella bambagia più assoluta, in cui i nostri genitori ci incanalano in una via da seguire, ci proteggono da tutte le incertezze del futuro e ci sorreggono finché non impariamo a muoverci autonomamente. Allora inizi a crescere e a diventare adulto: entri in contatto con l’esterno, capisci che quella bambagia, tanto protettiva, era così confortevole solo grazie a chi l’ha resa tale. Inizi a capire che pensare ad un futuro è un atto di coraggio perché non si è mai troppo sicuri di cosa andrà. È come cercare qualcosa in mezzo alla nebbia: il problema è che non vedi niente, e non hai un’idea troppo precisa di quel qualcosa che devi trovare.
Se vivessimo su un altro pianeta, crederei che un po’ tutti spereremmo di fare una vita alla Forrest Gump: il giovane alabamènse percorre uno dei trentenni più importanti della storia americana senza nemmeno rendersene conto. – Per cosa corri Forrest? Contro il razzismo? Per la pace nel mondo? – gli chiedono i giornalisti. – No, avevo solo voglia di correre – gli risponde, giustamente, lui. Non c’è un significato nelle cose che fa, solo un primordiale istinto di agire, senza alcun nesso logico di causa-effetto tra un prima e un dopo.
Marcello all’età di trent’anni ha vissuto alla Forrest Gump, ma ora la vita gli sta presentando il conto da saldare. Tutti i debiti vanno pagati, a tutti viene richiesto di diventare adulti.
“A volte uno si crede giovane, e invece è soltanto incompleto”
Con significativa semplicità, Dario Ferrari ribalta una delle più belle frasi di Italo Calvino. Il nostro protagonista entra casualmente nel mondo delle Università e dei dottorati. Lui stesso si dice, una botta di culo pazzesca, che ha raso al suolo sogni e speranze di persone che, invece, avevano scelto quella strada. Non c’è stata alcuna scorrettezza: ha ricevuto le domande giuste nel momento giusto durante gli esami di ammissione. In questo mondo si sente spaesato, lui che aveva preso una laurea, così, perché doveva farla. Il totodottorando lo dava per spacciato. Invece, in quell’universo governato da baroni, dove le note di uno scritto valgono più dei contenuti, dove ogni cosa che accade ha una risonanza politica, Marcello trova una sua dimensione come ricercatore. Gli viene affidato un lavoro di documentazione su un brigatista degli anni Settanta, un certo Tito Sella. Tutto filava, nella testa di Marcello, ogni cosa che era avvenuta nel passato, ora incomincia ad incastrarsi ed avere un senso. Per la prima volta si poteva sentire padrone del suo destino. In altre parole, un vincente. Ma è proprio in questi momenti che la vita incomincia a scivolare verso il basso, come una piccola palla di neve che scende e scende fino a provocare una slavina travolgente.
Per una serie di eventi non dettati da lui, Marcello si ritrova al punto di partenza. Si era illuso di sentirsi finalmente grande, ma solo perché quella crescita poggiava su un momento di forza e vittorioso. Nulla di realmente consistente. Una volta che son venute meno quelle condizioni, riprecipita in quell’inerzia adolescenziale che aveva caratterizzato la sua vita prima dell’inizio del dottorando.
“Perché poi, paradossalmente, Tito Sella in un certo senso lo sono diventato. Entrambi ci siamo imbarcati in qualcosa che era al di sopra delle nostre forze, ed entrambi siamo inevitabilmente capitolati. Mentre i predestinati, i vincenti, i rampolli delle classi dominanti o anche coloro che sanno scalare la gerarchia sociale con le unghie e con i denti si affermano e prosperano in un mondo che sembra pensato per loro, gli altri – i perdenti, gli ingenui, i velleitari, i figli delle classi subalterne, gli sprovveduti – vengono travolti. E poi c’è una terza categoria, che è forse la peggiore: è quella di chi sta nel mezzo, gli incerti, i dubbiosi, chi non sa decidersi o decide solo a metà, chi manda tutto a monte all’ultimo metro perché la sua vocazione non è il trionfo ma l’inseguimento di un fantasma, chi alla fine potrà restare a guardare, o a raccontare. Questa categoria irrisolta, mi pare, è quella a cui apparteniamo io e Tito Sella”
… Zverev rientra in campo, manca un passo alla vittoria dello Slam. Ma in lui scatta qualcosa: i suoi occhi azzurri sono rivolti al coach seduto sugli spalti, che sorride nel vedere il proprio giocatore rumoreggiare. Il tedesco ha passato più della metà della partita in silenzio intento a rincorrere, ora che si trova in vantaggio parla e scuote la testa. Non ci crede. Non ci ha mai creduto alla vittoria.
Il vantaggio parziale ha fatto emergere questo lato di lui: il capo chino e lo sguardo smarrito di una persona che sa che combatte una battaglia che è destinato a perdere, non perché lui è inferiore, ma perché così deve andare, così è stato scritto.
Alcaraz vince gli ultimi due set 6-1 6-2 e alza il suo primo trofeo Roland Garros della carriera. Sulle tribune dello stadio si legge victory belongs to the most tenacious.