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	<title>magzine &#187; Vittorio Maccarrone</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Eroina Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2021 09:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Sembrava scomparsa, ma solo in apparenza. Parliamo un fenomeno che si pensava superato negli anni ’80 ma che è riemerso nel dibattito pubblico recente grazie a Sanpa,la serie di Netflix ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="924" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/06/GettyImages-691949872-e1563459558583-1600x924.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="GettyImages-691949872-e1563459558583-1600x924" /></p><p>Sembrava scomparsa, ma solo in apparenza. Parliamo un fenomeno che si pensava superato negli anni ’80 ma che è riemerso nel dibattito pubblico recente grazie a Sanpa,<mark class='mark mark-yellow'>la serie di Netflix sulla comunità di San Patrignano che ha riportato all&#8217;attenzione nazionale l’eroina e le tossicodipendenze</mark>. Oggi le storie legate al fenomeno dell’eroina vengono sempre di più considerate fatti di cronaca.</p>
<p>In un anno interessato dalla pandemia, Francesca Manfredi 24enne originaria di Brescia, Maddalena Urbani 20enne originaria di Roma e Maria Chiara Previtali 18enne originaria di Amelia, in provincia di Terni, insieme a Mattia Laurenza, 22 anni, originario di Rufina, provincia di Firenze, sono morti da overdose di eroina e lo spazio dedicato a loro e a questo grave problema sociale ha occupato poche pagine sui media nazionali.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Questa è stata la nostra sfida, provare a rispondere con un talk show ad una domanda: esiste la dipendenza da eroina in Italia oggi?</mark></p>
<h2 style="text-align: center;">Guarda <a href="https://youtu.be/hI5DDWmE7EM">qui</a> il talk show sul nostro canale Youtube</h2>
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		<title>Attentato in Congo, le piste portano alle bande armate locali</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 20:15:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Due giorni dopo l&#8217;uccisione del nostro ambasciatore in Congo Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci ci sono moltissime domande che ancora non trovano una risposta. Ci si chiede non solo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="274" height="184" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/download1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="download" /></p><p>Due giorni dopo <strong>l&#8217;uccisione del nostro ambasciatore in Congo Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci</strong> ci sono moltissime domande che ancora non trovano una risposta.<mark class='mark mark-yellow'> Ci si chiede non solo in che modo siano stati uccisi il diplomatico, il carabiniere e l&#8217;autista Mustapha Milambo, ma anche come mai il convoglio era così poco protetto. Il confine con il Ruanda e l&#8217;Uganda è uno dei luoghi più pericolosi in Congo, con la presenza di milizie armate e gruppi dediti al banditismo e ai rapimenti</mark> . Quali sono le bande armate che popolano le zone in cui è avvenuto l&#8217;agguato? Perché queste milizie stazionano in quella zona? Chi potrebbe essere l&#8217;autore dell&#8217;attacco? Lo abbiamo chiesto a <strong>Giampaolo Musumeci, giornalista e fotografo freelance che si occupa di immigrazione, traffici e conflitti, soprattutto in Africa, profondo conoscitore del Congo. </strong>Musumeci durante la guerra del 2008 ha seguito il generale ribelle Nkunda, mentre nel 2010 ha raggiunto i ribelli rwandesi dell&#8217;FDLR (Forza Democratiche per la Liberazione del Ruanda) nella foresta congolese. L&#8217;ultimo suo incontro con il loro leader è stato nel 2014.</p>
<p><strong>Il nostro ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono stati uccisi, insieme all&#8217;autista congolese Mustapha Milambo, nella provincia di Kivu Nord, da molti considerata un&#8217;inferno per la presenza di gruppi armati dediti al banditismo e agli attacchi ai civili. Tu che conosci bene quella zona, cosa puoi dirci? Perché è davvero così pericolosa per turisti e personale diplomatico?</strong></p>
<p>Allora, la zona in cui sono morti il nostro diplomatico e il militare è una zona appena fuori Goma, nella zona del Parco del Virunga. Quelle zone vicino Goma non hanno particolari ricchezze, ma appena si entra nel parco ci sono legni pregiatissimi e, soprattutto, specie vegetali e animali, le quali sono molto importanti per i bracconieri. Quindi, una delle attività che i rangers governativi combattono e in cui sono implicati, invece, tutti i tipi di milizie che si trovano nella zona è proprio l’abbattimento degli alberi, con cui ci fanno il carbone, lo contrabbandano – così come contrabbandano la legna, ma anche le specie animali rare come gli elefanti per l’avorio ma anche gorilla di montagna. Questo è il primo punto.<mark class='mark mark-yellow'> Poi, se ci spostiamo verso Ovest, nelle zone di Masisi o Walikale, lì invece troviamo le zone minerarie. In particolare, c’è il coltan e il cobalto, un sottosuolo ricchissimo di risorse. La presenza di queste zone minerarie ha sempre suscitato grandi appetiti che si sono trasformati anche in azioni geopolitiche. Uganda e Ruanda, ad esempio, hanno da molti anni fomentato ribellioni Tutsi con la scusa di salvaguardare quella etnia minoritaria nella regione. Poi, però, le milizie che avevano il controllo delle miniere facevano sfruttamento facendo transitare illegalmente il coltan in Ruanda</mark> . Se si va a vedere i dati del Ruanda, il paese non ha miniere di Coltan ma esporta Coltan. Da dove arriva? Ovviamente dal Congo. La ricchezza che proviene dalle miniere, dobbiamo dire, non deriva dal controllo diretto delle miniere (che ovviamente esiste, ma in misura minore). Ma molto spesso bastano dei check-point improvvisati con 5-6 soldati per fermare i lavoratori delle miniere con i camioncini che passano e chiedere ogni volta 100-200 dollari. Immaginiamo poi queste estorsioni fatte ogni volta in tutti i siti di risorse minerarie per capire il giro di soldi che c’è dietro. Vengono fuori introiti enormi. Sfruttamento sistematico metodico ma molto liquido e informale. Per fare un esempio anche della creatività che si usa da quelle parti per lo sfruttamento delle risorse cito un signore della guerra, che si chiamava sheka, lui faceva atterrare dei piccoli aerei sulle stradine di un villaggio, caricava il Coltan sugli aerei e, facendoli volare basso, li faceva atterrare in Uganda. Questa economia informale è la fortuna e la dannazione di quel Paese.</p>
<p><strong>Se la zona pullula di milizie, gruppi armati e tribù che controllano il territorio come mai l&#8217;Onu l&#8217;ha definita una strada sicura?</strong></p>
<p>Intanto c&#8217;è da dire che quella è l&#8217;unica strada che va verso Nord e quindi verso Ruthsuru, dove si doveva recare l’ambasciatore. Personalmente quella strada l’ho fatta 60-70 volte ed è capitato, ovviamente, che abbia avuto dei problemi. In effetti è stato raro che, durante i miei reportage dal Congo, abbia incontrato grosse difficoltà quando mi trovavo a così poca distanza da Goma, parlo di 25-30 chilometri.<mark class='mark mark-yellow'> Detto questo, quella è una strada piena di boscaglia, sia a destra che a sinistra. C&#8217;è il monte, quindi i miliziani possono nascondersi in un attimo, uscire coi kalashnikov e fare quello che devono fare, compreso ciò che è successo.</mark>  Quindi chi ti accompagna può dirti &#8220;è libero, tranquillo, tutto a posto&#8221;, a me è successo un sacco di volte ad esempio, ma poi in realtà niente è tranquillo e ci può essere un agguato da un momento all&#8217;altro. La cosa strana, in questo caso, non è il fatto che il convoglio abbia deciso di percorrere quella strada, ma che abbiano fatto muovere l&#8217;ambasciatore solo col carabiniere. Lì nascono un sacco di domande, perché i carabinieri usano la pistola e non l&#8217;arma lunga, mentre solitamente questi convogli si muovono con le armi pesanti anche solo per avere un potere dissuasivo.</p>
<p><strong>Veniamo ai possibili autori dell&#8217;attacco. Il tuo programma radio, &#8220;Nessun luogo è lontano&#8221;, è stato il primo a rilanciare il comunicato delle forze ribelli ugandesi del FDLR che escludevano qualsiasi coinvolgimento. Ma quindi chi può essere stato?</strong></p>
<p>Qui ovviamente possiamo fare solo illazioni, perché è una situazione così fluida per la presenza di banditi che è veramente difficile capire chi l&#8217;ha fatto.<mark class='mark mark-yellow'> Avendo comunque delle buoni fonti sul territorio che conoscono per forza di cose le zone e le dinamiche locali meglio di me e avendo anche conosciuto i leader e i membri del FDLR, posso dire che potrebbero essere stati dei banditi locali</mark> . Sempre entrando nel terreno della speculazione, possiamo ipotizzare un coinvolgimento di alcune milizie locali, probabilmente tollerate dal FDLR, che le forze di sicurezza governative congolesi non riescono a cacciare con la forza. Questi gruppi, infatti, riescono in modo eccellente a nascondersi e a sparire completamente nella foresta, quindi è praticamente impossibile prenderli.</p>
<p><strong>Quindi propendi maggiormente per l&#8217;azione individuale di un gruppo di milizie?</strong></p>
<p>Assolutamente, anche perché<mark class='mark mark-yellow'> le forze ribelli Huti del FDLR non fanno queste azioni qui. Non sono interessate. Se a loro va male un rapimento, ad esempio, per loro è gravissimo, perché sono alla ricerca di un&#8217;immagine diversa</mark> . Per cui, questo caso in cui è stato ucciso un diplomatico italiano, sarebbe deleterio per loro. FDLR non vuole passare per un gruppo che commette genocidi, la loro narrazione si basa sul fatto che sono loro le vittime in quanto scappati dai Tutsi che li stavano massacrando. A me questo avvenimento sembra più il risultato del banditismo locale, perché queste milizie campano sfruttando ciò che avviene nel territorio: facendo rapine, attaccando i convogli, distruggendo piccoli villaggi, rapendo i locali per poi chiedere i riscatti. È guerriglia a bassa intensità che colpisce in modo causale, la notte, attaccando ad esempio anche i campi profughi.</p>
<p><strong>In queste ore si è parlato </strong><b>anche della possibilità di una responsabilità nell&#8217;attacco dei jihadisti ugandesi di ADF (Allied Democratic Forces), lo ritieni probabile?</b></p>
<p>Ecco, oggi sentivo parlare di questa cosa e ho letto anche alcuni articoli a riguardo.<mark class='mark mark-yellow'> Io, invece, lo escluderei. Lì non c&#8217;è presenza jihadista. Per trovare questo gruppo – che ora si dice abbia contatti con Isis – bisogna andare a Beni, decine di chilometri più su</mark> . Sono degli islamisti che però operano molto piacere a Nord, praticamente parliamo di un&#8217;altra regione.</p>
<p><strong>Nel Paese è presente l&#8217;Onu con la </strong><b>Missione Monusco. È utile? Come è vista dalla popolazione locale?</b></p>
<p>Ci sono state in passato grandissime polemiche e grandissimi dubbi sull’efficacia. Fino a qualche anno fa era considerata totalmente inutile. Un dispiegamento di uomini pazzesco, il più grande al mondo dai 15 ai 17mila uomini, largamente impreparati. Io ad esempio ho conosciuto uruguaiani e nepalesi ad esempio molto poco motivati, che stanno chiusi nelle loro basi (ce ne sono tante sparse nel territorio), intervengono pochissimo e in caso di attacchi di milizie contro i villagi arrivano sempre dopo. La popolazione ce l’ha abbastanza con loro, anche se dal 2014 è partita la prima missione di caschi blu che ha mandato offensivo e lì forse è cambiato qualcosa. Però, <mark class='mark mark-yellow'> in generale, non vuol dire che se ci sono i caschi blu la sicurezza è garantita perché il territorio è così impervio e con distanze pazzesche, che spesso non possono essere attraversate velocemente, e quindi non c’è sicurezza</mark> . Ultimamente, hanno iniziato a utilizzare gli elicotteri d’assalto un po’ di più però le foreste lì sono davvero impenetrabili e, perciò, non cambia molto.</p>
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		<title>Mondo arabo, dieci anni di proteste e non sentirle</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 07:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 25 febbraio del 2011 piazza Tahrir al Cairo, in Egitto, si trasformava nel più affollato scenario di protesta che da almeno un secolo si fosse visto nel mondo arabo.In ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1998" height="1332" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/GettyImages-159790716-57fab5345f9b586c357ed341-d2c8c16ee7764d43ab350302ba25f1d8.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="GettyImages-159790716-57fab5345f9b586c357ed341-d2c8c16ee7764d43ab350302ba25f1d8" /></p><p>Il 25 febbraio del 2011 piazza Tahrir al Cairo, in Egitto, si trasformava nel più affollato scenario di protesta che da almeno un secolo si fosse visto nel mondo arabo.<mark class='mark mark-yellow'>In quella piazza, che i testimoni e i protagonisti continuano a definire come &#8220;elettrica&#8221;, per mesi si concentrarono i cittadini egiziani che chiedevano la fine del regime di Hosni Mubarak</mark>. Come loro e prima di loro avevano fatto i tunisini. Dopo di loro lo fecero i cittadini di decine di Paesi dell&#8217;area, dal Maghreb al Mashrek, dal Golfo al Corno d&#8217;Africa.</p>
<p>Queste rivoluzioni, in parte soppresse nel sangue dalle azioni dei governi (Bahrein, Siria), in parte divenute strumento chiave per il cambiamento del Paese e per l&#8217;avvio di un lungo periodo di transizione (Tunisia, Yemen), in parte degenerate in guerre civili (Libia), in parte ammorbidite per merito di concessioni di alcune monarchie (Marocco, Giordania), in parte sfociate in elezioni libere e ripiombate nelle dittature (Egitto), sono state oggetto di molte metafore da parte di media e analisti occidentali:<mark class='mark mark-yellow'>definite prima &#8220;rivoluzioni del gelsomino&#8221;, poi &#8220;primavere&#8221;, salvo avere dato seguito alla degenerazione della metafora (&#8220;dalla primavera all&#8217;autunno&#8221;, &#8220;non primavere ma inverni&#8221;), queste proteste sono state anche interpretate come delle false rivoluzioni (&#8220;primavere spa&#8221;), negando del tutto la realtà profonda di questi Paesi e le parole e gli slogan ripetuti all&#8217;infinito in piazza, da tutte le componenti della piazza, laiche, religiose, di classe e di genere: &#8220;il popolo chiede la caduta del regime&#8221;, &#8220;pane e libertà&#8221;, &#8220;rabbia&#8221;, &#8220;dignità&#8221;</mark>.</p>
<p>Chi sostiene che le rivoluzioni del 2011 siano fallite, non ha visto o conosciuto le popolazioni di questi Paesi prima delle rivoluzioni, schiacciate da burocrazia, paura, disuguaglianza. E non le ha viste e sentite nemmeno durante e dopo, ignorando altre piazze che in questi anni hanno continuato a sfidare il malgoverno e la corruzioni della propria classe politica: in Algeria, Sudan, Libano, Iraq. Non ha conosciuto e ha disistimato, per opportunità di real-politik, centinaia di attivisti costretti all&#8217;esilio e che continuano a distanza la loro battaglia e la loro richiesta di giustizia e di diritti fondamentali, primo fra tutti quello a un sistema pluralista nei loro Paesi, anche se non necessariamente democratico, prima passo verso il cambiamento effettivo e l&#8217;abbattimento di monarchie assolute e regimi dittatoriali.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Noi di Magzine non abbiamo dimenticato quegli anni e proviamo a raccontarveli oggi, a distanza di un decennio, dalla prospettiva dei testimoni e dei protagonisti. Per capire se queste rivoluzioni, anziché il segno di un fallimento, non rappresentino invece &#8211; e lo diranno gli anni a venire &#8211; il seme della speranza</mark>.</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/secondo-gli-analisti-questa-e-la-rivoluzione-incompiuta/"><b>Secondo gli analisti, questa è la rivoluzione incompiuta</b></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/a-dieci-anni-dalle-rivoluzioni-arabe-per-non-avere-piu-paura/"><b>A dieci anni dalle rivoluzioni arabe, per non avere più paura</b></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/i-ricordi-di-takoua-storie-di-famiglia-e-di-rivoluzione/"><strong>I ricordi di Takoua, storia di famiglia e di rivoluzione</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/lgbt-in-tunisia-tra-lotta-e-conquiste/"><strong>Lgbt in Tunisia tra proteste e conquiste</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.magzine.it/quando-linchiostro-sfido-il-regime-tracce-di-rivoluzione-tra-arte-e-letteratura-araba/">Quando l&#8217;inchiostro sfidò il regime, tracce di rivoluzione tra arte e letteratura araba</a></strong></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/quando-il-cinema-si-fa-denuncia-le-rivoluzioni-arabe-sul-grande-schermo/"><strong>Quando il cinema si fa denuncia: le rivoluzioni arabe sul grande schermo</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/pellicole-dal-medio-oriente-per-capire-davvero-il-2011/"><strong>Pellicole dal Medio Oriente, per capire davvero il 2011</strong></a></li>
</ul>
<p><a href="http://www.magzine.it/pellicole-dal-medio-oriente-per-capire-davvero-il-2011/"><strong> </strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Secondo gli analisti, questa è la rivoluzione incompiuta</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 07:10:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[È il 17 dicembre 2010 quando a Sidi Bouzid, cittadina rurale nel cuore della Tunisia, l’ambulante Mohamed Bouazizi decide per disperazione di darsi fuoco dopo l’ennesimo sequestro della propria merce ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Arab-Spring.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Arab-Spring" /></p><p>È il 17 dicembre 2010 quando a Sidi Bouzid, cittadina rurale nel cuore della Tunisia, l’ambulante Mohamed Bouazizi decide per disperazione di darsi fuoco dopo l’ennesimo sequestro della propria merce da parte della polizia. Un gesto estremo, in una città apparentemente lontana dai centri del potere, che fungerà da catalizzatore per le proteste che da lì in avanti si diffonderanno a macchia d’olio in Nord Africa e in Medio Oriente, denominate dal politologo Marc Lynch “primavera araba” sulla rivista americana <em>Foreing Policy.</em></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Algeria, Egitto, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Bahrein, ma anche Arabia Saudita, Gibuti, Somalia, Sudan, Marocco, Giordania, Kuwait. Milioni di persone in piazza, nonostante le violente repressioni dei regimi, per reclamare libertà, giustizia sociale, sviluppo economico, il rispetto per le minoranze e la fine della corruzione</mark>. Un movimento – in parte spontaneo in parte infiltrato dall’organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani – che ha determinato in molti Paesi la caduta dei dittatori al potere da molti anni e l’instaurazione di un nuovo governo.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'><em>Foreign Policy</em> chiamò la rivoluzione del 2011 &#8220;primavera araba&#8221;: ma secondo molti analisti, a distanza di dieci anni, è una rivoluzione incompiuta, perché ha rafforzato quell&#8217;autoritarismo che si sarebbe voluto debellare</span></p>
<p>Dopo dieci anni da quelle sommosse, però, l’aspirazione di chi sognava una grande rivoluzione politica in grado di trasformare regimi oppressivi in sistemi democratici potrebbe dirsi fallita.<mark class='mark mark-yellow'>Dall’Egitto alla Siria, passando per lo Yemen e la Libia, il vento di libertà e di speranza della primavera del 2011 ha lasciato il posto alla violenza e al terrore praticati oggi dai nuovi tiranni al potere</mark>. È il caso dell’Egitto, governato dalla dittatura militare di al-Sisi, al potere dopo il golpe del 2013 contro l’esponente della Fratellanza Musulmana Mohamed Morsi.</p>
<p>Non è andata meglio alla Siria: mentre il Paese è dilaniato da una guerra civile ancora in corso – diventata quasi subito guerra per procura, in cui attori regionali e internazionali finanziano diversi gruppi armati, molti di matrice jihadista, per bilanciare le rispettive influenze – a Damasco siede ancora Bashar al-Assad, membro di una famiglia al potere da cinquant’anni.<mark class='mark mark-yellow'>E se in Yemen e in Libia le rivolte hanno prodotto vuoti di potere colmati da caos, terrorismo e interventi militari esterni, l’esperimento democratico tunisino si regge sulla sabbia a causa della forte instabilità interna, aggravata da quella regionale</mark>.</p>
<p>Oggi l’eredità della primavera araba sembra essere sparita. L’ondata pro-democrazia nata dal sacrificio di Bouazizi ha, infatti, assunto diverse forme. Se in molti hanno abbracciato ideologie estreme, contribuendo al consolidamento di gruppi jihadisti con finalità eversive, altri hanno appoggiato soluzioni altrettanto reazionarie, favorendo l&#8217;ascesa di leader tutt&#8217;altro che propensi a implementare politiche democratiche.<mark class='mark mark-yellow'>Una rivoluzione che molti analisti definiscono incompiuta, che in molti casi ha rafforzato quell&#8217;autoritarismo che si sarebbe voluto debellare</mark>.</p>
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		<title>Usa, la storia di Mark Kelly, senatore eletto grazie all&#8217;AI</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2020 07:56:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vincere un seggio al Senato anche grazie all&#8217;aiuto dell&#8217;intelligenza artificiale (AI). È l&#8217;impresa riuscita a Mark Kelly, divenuto senatore americano con il Partito Democratico guidato dal presidente eletto Joe Biden. Un evento reso ancora ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1052" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/computer-searches-1172404_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="computer-searches-1172404_1920" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Vincere un seggio al Senato anche grazie all&#8217;aiuto dell&#8217;intelligenza artificiale (AI).</mark> È l&#8217;impresa riuscita a <strong>Mark Kelly</strong>, divenuto senatore americano con il Partito Democratico guidato dal presidente eletto Joe Biden. Un evento reso ancora più difficile dalla tendenza dell&#8217;Arizona – lo Stato in cui è stato eletto Kelly – a votare per il Partito Repubblicano, ma che alle elezioni del 3 Novembre ha deciso di scegliere Joe Biden, contribuendo attivamente alla sua vittoria.</p>
<p>Mark Kelly non è un candidato qualunque. Prima di decidere di scendere in politica, il neo senatore era stato aviatore nella <strong>US Navy</strong><em>, </em>la marina militare statunitense, con la quale aveva preso parte alla <strong>Prima</strong> <strong>guerra del Golfo</strong> e totalizzato più di cinquemila ore di volo a bordo di oltre cinquanta diversi velivoli. Poi, nel 1996, insieme al gemello Scott, aveva passato con successo la selezione per astronauti nel programma <strong>Shuttle</strong> della <strong>Nasa</strong>, venendo scelto quattro missioni<em>. </em>La Nasa, infatti, si proponeva di studiare gli effetti sugli esseri umani della prolungata permanenza nello spazio, partendo dall&#8217;ipotesi che la gravità possa piegare il tempo. Per farlo aveva deciso di separare due gemelli, cioè persone provviste dello stesso corredo genetico, e di far passare uno dei due molto più tempo in missione rispetto all&#8217;altro.</p>
<div id="attachment_48948" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/scott-mark-kelly.jpg"><img class="size-medium wp-image-48948" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/scott-mark-kelly-300x180.jpg" alt="Credit Nasa - I due gemelli omozigoti Mark (a sinistra) e Scott Kelly (a destra)" width="300" height="180" /></a><p class="wp-caption-text">Credit Nasa &#8211; I due gemelli omozigoti Mark (a sinistra) e Scott Kelly (a destra)</p></div>
<p>Ed eccoci all&#8217;esperienza in politica. Mark ha vinto il seggio al Senato nelle elezioni svolte per rimpiazzare il posto vacante di <strong>John McCain</strong>, il repubblicano critico di <strong>Donald Trump</strong> ed ex candidato alla Casa Bianca, scomparso nel 2018. Nella battaglia di Kelly contro la sua sfidante repubblicana, <strong>Martha McSally</strong>, è stata impiegata l&#8217;AI nella gestione dei social media, <mark class='mark mark-yellow'>tecnologia che si è rivelata decisiva durante la campagna elettorale per aumentare il coinvolgimento degli elettori.</mark></p>
<p>In piena pandemia, infatti, quando il distanziamento sociale e le norme restrittive anti-Covid imponevano un cambio radicale di paradigma in cui comizi, porta a porta e <span style="color: #333333;">manifestazioni</span> erano limitati al massimo, il <strong>Machine Learning</strong><em> </em>e le altre forme di AI permettono di potenziare le campagne elettorali attraverso una migliore interpretazione dei sentimenti di opinione pubblica e lettori, migliorando l&#8217;interazione sui social media. <strong>Justin Jenkins</strong>, il direttore digitale della campagna elettorale di Kelly, ha detto a <span style="color: #ff9900;"><a style="color: #ff9900;" href="http://https://venturebeat.com/2020/11/30/how-mark-kelly-used-conversational-ai-to-help-win-a-senate-seat/">Venturebeat</a><span style="color: #333333;">: «Quando è scoppiata la pandemia, la campagna ha iniziato a esplorare modi diversi di ripetere quelle conversazioni faccia a faccia che abbiamo sempre avuto». </span></span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Con Kelly impossibilitato a incontrare gli elettori, sono entrati in campo i bot generati dall&#8217;AI</mark>, che non erano i classici messaggi standardizzati che, in un certo senso, tendono a condurre una forma di interazione con l&#8217;interlocutore online abbastanza alienante. Al contrario, questo tipo di AI in grado di condurre una conversazione cerca di interpretare l&#8217;intento dell&#8217;utente e, di adattarsi alle varie espressioni che gli interlocutori in chat possono usare a seconda delle diverse conversazioni. L&#8217;obiettivo è quello di assemblare delle risposte che siano allo stesso tempo utili e amichevoli a chi formula le domande, senza sembrare un robot.</p>
<p>Ovviamente i vantaggi offerti da una tale tecnologia sono molteplici. Innanzitutto, i messaggi generati tramite AI – a maggior ragione se adatti a una conversazione e non robotizzati – possono portare a un&#8217;interazione più veloce e autentica. Nel caso di Kelly, per esempio, i bot gli hanno consentito di parlare con più di 180mila elettori tramite <strong>Facebook</strong> <strong>Messenger</strong> durante il primo mese di utilizzo del programma AI.</p>
<p>Questo dimostra che, se utilizzata nel modo corretto – e quindi usando dei bot intelligenti che riproducano una conversazione adattandosi ai diversi tipi di linguaggio etc. – l&#8217;AI consente di rispondere a coloro che sui social commentano i post del candidato e, nel frattempo, anche spronare coloro che reagiscono positivamente al messaggio politico a interagire, votare e, perché no, a fare una donazione. Tutto ciò a una velocità maggiore, guadagnando un vantaggio sullo sfidante.</p>
<p>Nei prossimi anni si presume che l&#8217;intelligenza artificiale applicata ai social possa migliorare in credibilità, intelligenza e anche nella velocità di consegna dei messaggi. <mark class='mark mark-yellow'>Gli addetti ai lavori non si pongono limiti; si potrà discutere in chat di cucina, così come di riduzione delle tasse o di politica estera</mark>. Solo che dall&#8217;altro lato del pc non ci sarà un essere umano, ma un dispositivo intelligente che, adattandosi al linguaggio corrente, riuscirà non solo a rispondere ma a intrattenere vere e proprie discussioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su</strong> <span style="color: #ff9900;"><a style="color: #ff9900;" href="https://venturebeat.com/2020/11/30/how-mark-kelly-used-conversational-ai-to-help-win-a-senate-seat/">Venturebeat</a></span></p>
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		<title>Per i soldati Usa del futuro un&#8217;arma in più: la telepatia</title>
		<link>http://www.magzine.it/per-i-soldati-usa-del-futuro-unarma-in-piu-la-telepatia/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2020 11:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[#esercito]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;obiettivo è ambizioso: fare in modo che i soldati possano comunicare tramite il pensiero. Nessuna ricetrasmittente, nessun telefono, niente codici da interpretare e nessun rischio di essere intercettati. Soltanto la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/soldier-1927614_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="soldier-1927614_1920" /></p><p>L&#8217;obiettivo è ambizioso: fare in modo che i soldati possano comunicare tramite il pensiero. Nessuna ricetrasmittente, nessun telefono, niente codici da interpretare e nessun rischio di essere intercettati. Soltanto la tecnologia necessaria che <mark class='mark mark-yellow'>potrebbe cambiare in modo radicale la stessa natura della guerra</mark>. Una svolta, quindi, nel decodificare alcuni segnali del cervello che potrebbe essere il primo passo verso un futuro in cui i soldati, durante un&#8217;operazione militare, riusciranno a parlarsi col pensiero.</p>
<p>È ciò che negli Usa una ricerca finanziata dallo <strong>US Army Research Office</strong> sta cercando di ottenere dopo aver separato con successo i segnali del cervello che influenzano le azioni o i comportamenti dai segnali che invece non lo fanno. Usando un algoritmo e modelli matematici complessi, infatti, <mark class='mark mark-yellow'>il gruppo di ricerca è riuscito a «interpretare i segnali, non solo a individuarli»</mark>, ha detto <strong>Hamid Krim</strong>, un program manager del Laboratorio.</p>
<p>L&#8217;idea è quella di fare in modo che la tecnologia riesca a dare dei riscontri al cervello umano in modo tale da permettere al soldato di fare l&#8217;azione corretta prima che succeda un determinato evento. Insomma, un modello perfetto per proteggere la vita dei soldati e ridurre al minimo i rischi.</p>
<p>Krim ha cercato di spiegare la questione sottolineando gli aspetti positivi, anziché quelli chiaramente distopici, di una innovazione applicabile non soltanto all&#8217;ambito militare.  «Immaginate due persone in un teatro che parlano tra di loro senza proferire una sillaba», afferma Krim. «Quindi ci siamo io e te in un teatro e dobbiamo dirci una cosa. Io parlo al mio computer – che può essere nella tasca, può anche essere il mio cellulare o qualsiasi altra cosa – e poi quel computer parla al tuo computer il quale trasmette il messaggio a te».</p>
<p>La portata dell&#8217;innovazione è ovviamente rivoluzionaria. Si parla di congegni tecnologici che non avranno bisogno di comandi manuali per essere attivati. Quando il manager Krim dice di &#8220;parlare&#8221; al computer, infatti, intende comunicare attraverso il pensiero. Un comando istantaneo che, attraverso algoritmi e modelli matematici in grado di decifrare i segnali, arrivi direttamente alla mente del commilitone grazie alla tecnologia. La straordinaria intuizione, applicata all&#8217;ambito militare, avrebbe non soltanto il vantaggio di velocizzare le comunicazioni tra i soldati, ma anche di renderle potenzialmente indecifrabili per il nemico. Qualsiasi tentativo di intercettazione dei comandi o delle tattiche dello schieramento avversario sarebbe vano.</p>
<p>Il prossimo passo, ha detto Krim, potrebbe essere quello di decifrare altre categorie di segnali che impartiscono ordini al cervello in modo tale che il computer possa essere in grado di interpretarli e conoscere così i pensieri dei soldati. <mark class='mark mark-yellow'>«Tu puoi leggere una cosa – ha sostenuto il program manager – ma questo non vuol dire che sia in grado di capirla»</mark><strong>. </strong></p>
<p>Il programma è stato guidato dai ricercatori della <strong>University of Southern California</strong>, ma ha coinvolto anche numerose università nel Regno Unito, come quella dell&#8217;<strong>Essex</strong>, <strong>Oxford</strong> e l&#8217;<strong>Imperial College</strong>. In cinque anni il Laboratorio ha messo a disposizione degli scienziati 6.25 milioni di dollari.</p>
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		<title>Off The Radar – Dieci pezzi da non perdere #33</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2020 09:57:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Torna Off The Radar, la rubrica settimanale di Magzine che raccoglie i migliori longform della settimana. Questa volta iniziamo da un&#8217;analisi sulle elezioni americane: davvero l&#8217;elettore medio di Trump è misogino o ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/russia-2974562_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia-2974562_1920" /></p><p>Torna <strong>Off The Radar</strong>, la rubrica settimanale di <strong>Magzine</strong> che raccoglie i migliori longform della settimana. Questa volta iniziamo da un&#8217;analisi sulle elezioni americane: davvero l&#8217;elettore medio di Trump è misogino o razzista? Oppure esistono delle motivazioni che hanno portato molti americani a fidarsi di lui? Spostandoci un po&#8217; più a sud, in Colombia, troviamo la storia di una comunità indigena che, dopo anni di siccità, rinasce grazie alla coltivazione di un legume. In tema di sport, rilanciamo la storia di Jochen Rindt, morto a 28 anni in un incidente a Monza durante una gara, incoronato campione qualche anno dopo il tragico evento. Queste e molte altre storie che meritano di essere lette, solo su Off The Radar.</p>
<p>L&#8217;elettore di <span style="color: #333333;"><strong>Trump </strong>è per forza una persona ignorante e razzista? No, ci</span> sono motivazioni razionali che hanno spinto metà dell&#8217;elettorato Usa a votare per il tycoon. <span style="color: #ff9900;"><a style="color: #ff9900;" href="https://thecorrespondent.com/790/not-every-trump-voter-is-racist-or-misled-theres-a-rational-trump-voter-too/846649476420-2ff85060"><span style="caret-color: #ff9900;">The Correspondent</span></a></span></p>
<p>La russa <strong>Olya Sharypova</strong> ha accusato l’ex-fidanzato, il tennista Sasha Zverev, di averle fatto vivere anni di violenze fisiche e psicologiche. <a href="http://https://racquetmag.com/2020/11/05/olyas-story/">Raquetmag</a></p>
<p>Da predatore temuto e ucciso dall’uomo a riequilibratore della natura: <strong>la rivincita del lupo</strong>. <a href="http://https://www.theguardian.com/environment/2020/nov/24/landscape-of-fear-why-we-need-the-wolf-rewilding-scotland">Guardian</a></p>
<p>Da un anno nella città messicana di <strong>Culiacán</strong> si combatte una cruenta guerra di cui in molti ignorano l’esistenza tra il <strong>cartello di Sinaloa</strong> e la polizia. <a href="http://https://www.esquire.com/uk/life/a34424827/pax-narco-life-death-and-drug-money-in-the-city-of-el-chapo-culiacan/">Esquire</a></p>
<p>Oggi la <strong>guerra</strong> ha il rumore dei <strong>droni</strong> che volano nel cielo. Quando lo sentono, i bambini corrono da una stanza all’altra, terrorizzati. <a href="https://thecorrespondent.com/805/drones-have-changed-warfare-this-is-what-life-is-like-as-a-constant-human-target/935063480505-c7333a9d">The Correspondent</a></p>
<p>Nel 1979 un giovanissimo <strong>Diego Maradona</strong> volò fino a Rio per conoscere Pelé. Un incontro storico che andò sorprendentemente benissimo. <span style="color: #ff9900;"><a style="color: #ff9900;" href="http://https://www.elgrafico.com.ar/articulo/1088/32422/1979-el-dia-que-maradona-conocio-a-pele">El Grafico </a></span></p>
<p>Saluti da <strong>Stalin</strong>. Viaggio lungo &#8220;l&#8217;autostrada delle ossa&#8221;, quella percorsa da milioni di prigionieri mandati a morire nell&#8217;inferno bianco, in <strong>Siberia</strong>. <a href="https://www.nytimes.com/2020/11/22/world/europe/russia-stalin-gulag-kolyma-magadan.html">New York Times</a></p>
<p>Dopo che <strong>anni di siccità</strong> hanno messo a rischio la sua sopravvivenza, una <strong>comunità indigena</strong> colombiana rinasce grazie a un legume magico. <a href="https://www.nationalgeographic.com/environment/2020/11/sacred-bean-saved-wayuu-indigenous-ishashimana-clan-climate-change-calamity/">National Geographic</a></p>
<p>L’unico <strong>campione di F1</strong> della storia che non ha mai potuto alzare il trofeo: <strong>Jochen Rindt</strong> visto attraverso gli occhi di Bernie Ecclestone. <a href="http://https://www.bbc.com/sport/formula1/54973818">Bbc</a></p>
<p>Stratega machiavellico o demone in carne e ossa? Su <strong>Kissinger</strong> si è scritto di tutto. Resta un mistero: come fa a essere influente anche oggi? <a href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v42/n23/david-runciman/don-t-be-a-kerensky">London Review of Books</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Festival DIG, il giornalismo investigativo nell&#8217;anno della paura</title>
		<link>http://www.magzine.it/festival-dig-il-giornalismo-investigativo-nellanno-della-paura/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 06:41:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Una quattro giorni di incontri, discussioni, conferenze, premiazioni. Ma anche mostre, proiezioni, concerti e momenti di formazione per capire e approfondire le vicende che ogni giorno complicano il mondo in ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Dig-Festival.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Dig-Festival" /></p><p>Una quattro giorni di incontri, discussioni, conferenze, premiazioni. Ma anche mostre, proiezioni, concerti e momenti di formazione per capire e approfondire le vicende che ogni giorno complicano il mondo in cui viviamo. Il DIG 2020 di Modena, giunto alla sua sesta edizione, è stato questo e molto altro. Al centro, il tema della paura.<mark class='mark mark-yellow'>In un anno segnato non solo dalla pandemia da Covid-19, ma anche dall’aumento dei conflitti armati e delle disuguaglianze economiche e sociali, il Festival ha riunito il meglio del giornalismo internazionale, indagando quegli aspetti della realtà troppo spesso trascurati anche dalla stampa mainstream</mark>.</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/elio-germano-se-il-giornalismo-investigativo-incontra-il-cinema/"><strong>Elio Germano, se il giornalismo investigativo incontra il cinema</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><b><a href="http://www.magzine.it/nanau-nel-film-collective-il-fallimento-della-democrazia/">Nanau, nel film <em>Collective</em> il fallimento della democrazia</a></b></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/van-zeller-viaggio-nei-network-criminali/"><strong>Van Zeller, viaggio nei network criminali</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/mattia-vacca-fotografare-per-un-web-doc/"><strong>Mattia Vacca, fotografare per un web-doc</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/virgyn-and-martyr-come-investigare-il-revenge-porn/"><strong>Virgyn and Martyr, come investigare il revenge porn</strong></a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mattia Vacca, fotografare per un web-doc</title>
		<link>http://www.magzine.it/mattia-vacca-fotografare-per-un-web-doc/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 06:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Mattia Vacca ha appena terminato il workshop “Come si realizza un Web-Doc: dalla scrittura alla scelta delle immagini”, in cui ha partecipato come relatore insieme a Marta Serafini del Corriere ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="503" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/PHOT-mattia-vacca-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="PHOT-mattia-vacca-1" /></p><p>Mattia Vacca ha appena terminato il workshop “Come si realizza un Web-Doc: dalla scrittura alla scelta delle immagini”, in cui ha partecipato come relatore insieme a Marta Serafini del <em>Corriere della Sera, </em>collegata in streaming<em>. </em>Fotogiornalista che lavora soprattutto in contesti di guerra o post-conflitto, Vacca ama viaggiare e mettere in pratica un giornalismo attivo, fatto di esperienze, di incontri e anche di qualche rischio. Racconta del suo progetto portato a termine insieme alla giornalista del <em>Corsera</em> in quella che è stata definita dalla stampa “la capitale europea del jihadismo”, Molenbeek, e ci spiega quanto sia importante essere sul campo, vedere con i propri occhi ciò che si vuole trasmettere al lettore tramite un articolo o, come nel suo caso, una fotografia. Lo abbiamo intercettato dopo la conferenza e, tra una sigaretta e l’altra, è nata una bella conversazione sul suo lavoro e sulla sua concezione di giornalismo.</p>
<p><strong>Partecipare al workshop “Come si realizza un Web-Doc: dalla scrittura alla scelta delle immagini” con Marta Serafini del <em>Corriere della Sera</em> ci ha permesso di ammirare il vostro reportage da Molenbeek per il giornale di Via Solferino. Tu hai detto che, anche se leggevi spesso i suoi articoli sul <em>Corsera</em>, non conoscevi personalmente Marta Serafini prima di partire per il Belgio. Quindi quanto è importante entrare in feeling con un&#8217;altra persona, in questo caso la giornalista, per portare a casa un progetto del genere molto complesso?</strong></p>
<p>È vitale, più che importante. Io Marta la leggevo da anni, quindi in realtà era un po’ un mio mito perché si occupa esattamente dei miei temi: era chiaramente era la persona con la quale volevo lavorare da anni. Poi, come raccontavo, ho avuto subito la possibilità di blindarla una volta saputo che dovevamo scegliere i giornalisti con i quali lavorare. Mi sono detto che a tutti i costi avrei dovuto lavorare con lei. Ci siamo conosciuti in un modo un po’ rocambolesco perché il primo incontro è avvenuto mentre arrivavo di corsa durante l’intervista a un avvocato che difendeva persone appartenenti a Isis. Non il modo migliore per conoscerci, diciamo. Poi, però, siamo entrati immediatamente in empatia, anche perché i tempi erano strettissimi, si parla di 48 ore effettive di lavoro in cui abbiamo vissuto praticamente in simbiosi. Ci siamo piaciuti molto, siamo andati molto d’accordo e adesso abbiamo in testa tanti lavori insieme. Avevo apprezzato Marta già nelle settimane precedenti quando aveva iniziato a inviarmi tantissimo materiale per documentarmi. Una cosa non scontata, i giornalisti non lo fanno spesso con i fotografi, anche se lavorano assieme.</p>
<p><strong>Tu lavori tantissimo in situazioni di guerra, in situazioni di crisi sociale, economica e anche militare, mentre nel caso del reportage da Molenbeek hai coperto un caso di “guerra sotterranea”, se possiamo definirlo così. Il fenomeno del radicalismo islamico, infatti, esiste e ha colpito con atti di terrorismo anche le principali capitali europee. In questo senso, com’è stato lavorare per la prima volta in un contesto del genere, diverso dalle situazioni post-conflitto alle quali tu sei abituato?</strong></p>
<p>Sicuramente è un tema di grandissimo interesse personale perché, appunto, leggevo Marta Serafini da tempo e penso che sulla questione sia una delle voci più interessanti in Italia. Lavorare in Europa e per l&#8217;Europa – nel senso che in questo caso è un progetto finanziato da un bando europeo ed era una collaborazione tra <em>Prospect</em> e il <em>Corriere della Sera</em> – era proprio una cosa un po’ particolare e in questo caso va detto anche che è stato un po’ strano, nel senso che noi non potevamo ragionare per stereotipi perché era troppo facile. Ti trovi, infatti, nel quartiere che da sempre è stereotipato come il cuore della jihad europea (dove effettivamente le ragioni per questa nomea ci sono perché chiaramente i terroristi del Bataclan pare uscissero da questo quartiere e ci sono una serie di vicende che lo hanno reso noto), però non volevamo renderlo agli occhi dei lettori in un modo banale, ad esempio raffigurando un graffito con davanti quattro donne in burka. Per cui, ad esempio, era chiaro che ci sarebbe stata una foto in una moschea, nella moschea principale di Bruxelles, ma è anche chiaro che abbiamo cercato in ogni modo di scostarci da un cliché che era davanti agli occhi tutto il tempo. Molenbeek in realtà oggi è diventato un quartiere hipster, alla moda, con locali bellissimi e quindi il contrasto era anche abbastanza evidente. Perciò abbiamo cercato di entrare dentro delle piccole storie di rinascita, come ad esempio la storia degli orti urbani, piuttosto che il meraviglioso centro di innovazione tecnologica, che è una sorta di incubatore d&#8217;impresa in cui ragazzi che hanno avuto problemi di radicalismo possono appunto evolversi attraverso il lavoro con le app. Quindi abbiamo cercato di raccontare una cosa un po’ diversa.</p>
<p><strong>Quanto è stato difficile trovare le fonti in quartiere come Molenbeek in cui gli abitanti sono a dir poco scettici nel rapporto con i giornalisti? Una volta trovati i giusti contatti come si fa a mantenere la loro fiducia e entrarci in confidenza?</strong></p>
<p>Un problema enorme di Molenbeek è proprio il fatto che nei mesi precedenti molti giornalisti hanno fatto terra bruciata. Non tutti, ovviamente, ci sono stati dei lavori che ho letto, come quello del Washington Post, fatti molto bene. Ma nel momento in cui le teste di cuoio entravano nelle case i giornalisti titolavano “Il cuore nero d’Europa”, “Il cuore nero della Jihad” e quindi, chiaramente, gli abitanti di quel quartiere si sono sentiti additati, anche perché sono stati assediati a lungo dalla stampa. Per di più, nel nostro lavoro purtroppo esiste gente che non ha etica, per cui molti magari hanno fotografato bambini o fatto altre cose che non avrebbero dovuto fare. La terra, quindi, era bruciata, ma Marta Serafini è stata così brava da creare prima di partire una serie di contatti che ci hanno aiutato tantissimo. Poi, certo, ci sono alcune cose che non sono andate in porto. Per esempio, avevamo pattuito un’intervista in carcere con un <em>foreign fighter </em>che alla fine non è stata fatta perché chi ci doveva fare entrare tra i detenuti si è rifiutato all’ultimo. Marta è stata bravissima soprattutto ad agganciare un personaggio che è molto rilevante per la comunità islamica a Molenbeek: una ragazza italiana che ci ha aperto un mondo, ma ci ha aperto anche la testa. Fai conto che tutte le convinzioni che avevamo su quel quartiere sono saltate alla prima cena.</p>
<p><strong>Una domanda tecnica: ti piace di più fotografare cogliendo l’attimo oppure mettendoti d’accordo con la persona da ritrarre concordando delle pose?</strong></p>
<p>No, non mi metto d’accordo perché non amo la fotografia <em>stage</em> nel senso che cerco sempre di avere una cosa molto <em>candid</em>, che è un po’ l’idea mia di fotografia. Ovviamente lavorando per i quotidiani ho fatto moltissimi ritratti, posati e quant’altro, anche al DIG ad esempio ho fatto moltissimi ritratti dei “big”. Per cui mi capita di far posare il soggetto, però non è la mia fotografia e sicuramente in una mia storia non c’è nulla di costruito, nel senso che cerchiamo di trovarci nella situazione che ci serve. Se prima mi facevo trascinare totalmente da quello che trovavo nel Paese, oggi quello che faccio è costruire il racconto, cercando di eliminare tutti i preconcetti iniziali che chiaramente uno ha. Decido una serie di situazioni e decido, quindi, di trovarmici, ma non vuol dire per forza che le crei io in qualche modo: se capisco che la mia presenza cambia leggermente la scena, capisco anche che è il momento di spostarsi.</p>
<p><strong>Se dovessi individuare un tuo progetto che hai fatto che rappresenti la tua carriera da fotogiornalista quale sarebbe?</strong></p>
<p>Diciamo che in questi giorni ti risponderei con il Nagorno-Karabakh perché chiaramente si è riacceso da dieci giorni. È la notizia del momento e in questi giorni lo sto riguardando tanto, sono in contatto con il Paese e di fatto la situazione mi prende molto. Il lavoro di cui sono più fiero però è forse quello in Lituania, nel senso che è una cosa che ho scoperto io. È stata anche la prima volta in cui ho lavorato da solo senza colleghi intorno, nessun fotografo internazionale ha visto questa storia. Certo, sinceramente io mi sarei aspettato dei colleghi, perché in questo momento banalmente a Stepanakert ce ne sono, solo di italiani, sei o sette. Mi aspettavo quindi una presenza maggiore di colleghi fotoreporter. Invece la Lituania è stato un progetto solo mio, sono riuscito a stare un mese con l’esercito <em>embedded </em>e devo dire che di quello sono molto contento.</p>
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		<title>Van Zeller, viaggio nei network criminali</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 06:35:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Ospite e giurata del DIG Festival 2020, Mariana Van Zeller, l’autrice del documentario “Viaggio nel mercato nero” girato per National Geographic, ha risposto ad alcune nostre domande fatte a margine ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="900" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/moneyrunners_ep101_trafficked_img2654.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="moneyrunners_ep101_trafficked_img2654" /></p><p>Ospite e giurata del DIG Festival 2020, Mariana Van Zeller, l’autrice del documentario “Viaggio nel mercato nero” girato per <em>National Geographic</em>, ha risposto ad alcune nostre domande fatte a margine della premiazione dei vincitori dei DIG Awards 2020. L’audace giornalista portoghese ha documentato in otto episodi le complessità dei network criminali che alimentano le economie illegali in giro per il mondo. Un viaggio – quello visto nei primi due episodi trasmessi durante il Festival di Modena – che ci ha portato all’interno del mondo della droga e delle armi, con interviste e storie di ordinaria umanità che vanno oltre la semplice inchiesta.</p>
<p><strong> </strong><strong>La prima cosa che vorrei chiederti riguarda le fonti sul posto. Come le raggiungi? È difficile farlo? Ma soprattutto, ti è mai capitato di non riuscire a raggiungerle o a guadagnarti la loro fiducia?</strong></p>
<p>Innanzitutto, parto dalle fonti sul luogo con le quali ho costruito un rapporto di fiducia negli anni. Noi ci affidiamo fortemente ai giornalisti del posto, sono loro il cuore pulsante del giornalismo di cui ci occupiamo. Per questo motivo, il primo passo da fare è proprio quello di contattare giornalisti locali: sono loro che si occupano di trovare le prime fonti e provano ad infiltrarsi. Ma arriva sempre il momento in cui vogliono essere certi di fornire questo accesso a veri giornalisti e non alle forze dell’ordine. In quel momento inizia un processo di costruzione della fiducia in cui ti incontri per la prima volta con queste persone, ci parli a lungo, ci bevi del vino, ci fumi una sigaretta insieme. Insomma, una sorta di primo incontro molto lungo. Solo dopo questo primo incontro decidono se darti l’accesso o meno. Solitamente, nel 99% dei casi ci siamo riusciti, ma c’è sempre stato quell’1% in cui non ce l’abbiamo fatta o credevamo di avercela fatta, ma abbiamo fallito perché le fonti improvvisamente si spaventano e scompaiono, non permettendoci di stabilire con loro un rapporto di fiducia.</p>
<p><strong>Quindi in questo caso devi fare affidamento su altri tipi di fonti?</strong></p>
<p><strong> </strong>Sì, devi partire da zero. Credo che una delle qualità più importanti che un giornalista debba avere sia la perseveranza, la capacità di non arrendersi. Bisogna continuare ad andare avanti e prima o poi si raggiungerà l’obiettivo. Nella mia esperienza mi è capitato di non riuscire a raggiungere la persona che mi ero prefissata, ma poi, in un modo o nell’altro, sono riuscita ad arrivare alla storia e alla verità ed è questo ciò che conta davvero.</p>
<p><strong>La seconda domanda è sul Coronavirus e sull’intera situazione che stiamo vivendo. In che modo il Covid e le restrizioni che la pandemia comporta influiranno sui prossimi episodi della tua serie e sui tuoi prossimi progetti?</strong></p>
<p>Abbiamo girato 8 episodi di <em>Trafficked</em> per <em>National Geographic</em> prima che la pandemia scoppiasse. Quando è scoppiata, in realtà, eravamo già in fase di post-produzione, quindi non ha condizionato molto il nostro lavoro. Poi abbiamo ricominciato a produrre altri 10 nuovi episodi per luglio. Nonostante le cose siano cambiate, nel senso che dobbiamo stare molto più attenti, ci sono misure di sicurezza da rispettare a cui prima non dovevamo sottostare, la cosa importante per me – che credo di aver realizzato solo ora – è che la criminalità e il mercato nero continuano a operare, per un certo verso anche più forti di prima. Questo perché molte persone hanno perso il lavoro e l’economia è bloccata in tutto il mondo e di conseguenza la gente ha dovuto trovare un modo per sopravvivere e molti di loro sono ricaduti nel mercato nero.</p>
<p><strong>La paura, tema centrale del DIG Festival 2020 (The Age of Fear). So che questa domanda ti sarà stata fatta molte altre volte, ma non posso non chiedertelo. Qual è stato il momento più spaventoso nel tuo lavoro e in quale situazione ti sei sentita più in pericolo?</strong></p>
<p>Ci sono stati molti momenti spaventosi nel mio lavoro: scappare dai jihadisti al confine tra Iraq e Siria; essere quasi catturata da alcune persone che non volevano che filmassimo questo laboratorio di cocaina nel mezzo della foresta amazzonica in Perù; situazioni in cui le armi si sono inceppate; quando ho coperto guerre… insomma ce ne sono state tante. Ma se c’è un motivo per cui trovo sempre difficile rispondere a questa domanda è che credo fortemente che i veri eroi e le persone realmente coraggiose siano coloro che stanno dietro. Non sono solo quelli che si fanno avanti, i <em>whistleblowers</em> o le fonti, ma sono i giornalisti locali, le persone che non si fanno vedere, che non si prendono i meriti, che rischiano la loro vita, perché noi abbiamo il privilegio di potercene andare, mentre loro sono quelli che sono lì e continuano a raccontare quelle storie. Sono loro i veri eroi.</p>
<p><strong>Osservando le tue interviste ai sicari in Messico, la prima cosa che avrei chiesto loro non è se sono spaventati o meno di quello che stanno facendo, ma se si rendono conto che se il Messico (così come altri Paesi) non è un Paese moderno, ma al contrario un Paese in cui prosperano queste economie criminali, è anche colpa loro e del loro lavoro. Perché non gliel’hai chiesto?</strong></p>
<p>L’ho fatto. In ogni singola storia che racconto, quando parlo ai criminali in tutto il mondo, la prima domanda che faccio è se si rendono conto che stanno giocando un ruolo centrale in quello che sta accadendo. Ma nonostante ciò io non sono lì per giudicare, io sono lì per capire. La risposta che mi sono data è che è facile per noi tornare nella nostra bella casa, con i nostri bei lavori, guardarli dall’alto al basso e giudicarli per ciò che fanno. Ma noi non siamo nati dove sono nati loro, non ci troviamo nei loro panni tutti i giorni, non abbiamo una famiglia da sostenere. Quindi non sto dicendo che ciò che fanno loro sia giusto, ma penso invece che sia più importante capire come siano arrivati in determinate situazioni invece che giudicarli. In realtà, in quel caso, avevo individuato tre sicari, due di questi sono stati uccisi, quindi il sacrificio è enorme. Noi crediamo che lo stiano facendo solo per soldi, non è così. Lo stanno facendo perché non ci sono molte opportunità. È terribile uccidere persone e non ci sono scuse per questo, ma anche il sacrificio sulle loro vite è enorme, quindi ovviamente questa situazione ha ripercussioni su tutti in Messico.</p>
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