In Romania un disastroso incendio durante un concerto causa il ferimento e la morte di decine di persone. Collective di Alexander Nanau, però, non è il racconto di questa tragedia, ma la storia dell’indagine condotta da Catalin Tolontan e da un gruppo di giornalisti sportivi della Gazeta Sporturilor sulle cure ricevute dai superstiti in ospedale, dove, a causa di un giro di tangenti, il materiale sanitario è inadeguato e chi non muore si ammala. Collective è un film sul dolore, sulla lotta e sulla protesta di un Paese che si rivolta contro la politica corrotta, ma che poi cede al populismo, in cui i giornali iniziano a mettere in dubbio la versione delle istituzioni forse troppo tardi. Alexander Nanau, regista rumeno cresciuto in Germania e autore del film, è stato il presidente della giuria dei Dig Awards 2020.
Alexander, quando ha avuto l’idea di girare questo film?
Ho avuto la sensazione che avremmo dovuto fare un film su questo tema subito dopo l’incendio, quando c’è stata la manifestazione. È stata davvero una tragedia nazionale ed era la prima volta in trent’anni, dalla Rivoluzione, che la nuova generazione scendeva in piazza per mandare a casa una classe politica corrotta. Per la prima volta i giovani si sono resi conto che la corruzione non riguarda solo i soldi, ma può davvero uccidere. Mentre i politici mentivano sulle cure dei feriti ci siamo resi conto che stava succedendo qualcosa di veramente drammatico. A quel punto abbiamo messo insieme una squadra per capire come avremmo potuto girare un film su tutta questa vicenda.
Collective non è solo il nome del club, ma si può dire che anche il suo film sia collettivo. Quanto è essenziale per lei restituire questa coralità del punto di vista?
È stata una delle mie principali motivazioni nel fare il film. Faccio film per imparare qualcosa di nuovo dagli altri e portarlo nella mia vita. Per realizzare Collective volevo seguire e capire le persone che dedicano il loro lavoro e la loro vita alla comunità in cui vivono. Come i giornalisti che hanno svolto l’inchiesta.
Quando ha iniziato a girare lei sapeva che tipo di ricerca stava per documentare, ma non conosceva il resto della storia. Qual è la parte più impegnativa del fare questo tipo di reportage?
Nel documentario basato sull’osservazione non si sa mai quale sarà la storia. All’inizio si conosce solo il contesto e poi si scelgono i personaggi. Si ha la sensazione che, se si seguono personaggi, qualcosa succederà, perché questi sono guidati da una intenzione precisa. Anche in questo caso, quando i giornalisti hanno accettato di essere ripresi, non sapevo di cosa si trattasse. Ho iniziato a capire la storia solo gradualmente ed è stata una scoperta anche per me che li riprendevo.
In Collective ci sono molti personaggi buoni, persone che lottano per una giusta causa. Ma, alla fine, il loro sforzo è parzialmente sconfitto dall’elezione di un partito populista. Se lo aspettava?
In quel momento ero così coinvolto da non avere aspettative. Ma di sicuro non mi sarei mai aspettato che sarebbe andata a finire così, ed è andata così soprattutto perché il governo tecnico che ha preceduto le elezioni ha solo fatto finta di essere diverso. Ha fatto credere alla gente che le cose sarebbero cambiate, ma invece di porre fine alla corruzione, aprire davvero le porte ed essere trasparente, ha preso in giro l’intero paese. Quando i cittadini sono andati a votare l’hanno fatto con rabbia: non credevano più alla politica. Le persone che volevano cambiare le cose ed erano state nelle strade a protestare non sono andate a votare, perché hanno concluso che quello era tutto ciò che avrebbero potuto fare.
L’unico giornalista che ha fatto un’inchiesta sulla vicenda dei ricoveri dopo l’incendio è stato un giornalista sportivo, Catalin Tolontan, perché molti dei suoi colleghi forse non erano così liberi di indagare. Secondo lei, come può il giornalismo difendersi e restare indipendente?
Non fidandosi di nessuno, non cercando mai di essere amico di nessuno, ed essendo costantemente vigile, non importa chi si ha davanti. Il lavoro del giornalista è mettere in discussione sempre e mettere in discussione tutto. Dopo l’incendio del Collective i giornalisti non hanno fallito perché non erano autorizzati a fare domande, hanno fallito perché si sono dimenticati di essere, prima di tutto, giornalisti e non una parte di quella società addolorata che si limitava a dare voce alle autorità. I giornalisti devono essere sempre pronti a porre le domande più scomode.
Lei è stato il presidente della giuria di questa edizione del Dig. Dal un punto di vista di un non giornalista, come ha trovato lo stato di salute del giornalismo investigativo?
Incredibilmente forte. Mi ha fatto capire meglio, in un certo senso, quanto sia importante avere giornalisti investigativi. Tutti i documentari, i reportage e le indagini che abbiamo visto mostrano che anche le nostre istituzioni democratiche più potenti stanno fallendo. Ho avuto la conferma che il giornalismo è davvero l’ultima difesa contro un mondo di corruzione e di ipocrisia.