«Lo scorso anno si sono rivolti a noi oltre sessanta uomini autori di violenze: il nostro obiettivo è lavorare sulla prevenzione per ridurre i casi di maltrattamenti sulle donne», spiega Alessandra Frenza, sociologa e operatrice del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Ferrara. Ogni giorno, all’interno di questa struttura, psicologi e volontari si occupano di sostenere gli uomini che, dopo aver preso consapevolezza dei propri atteggiamenti abusanti, intraprendono un percorso per decostruire le logiche patriarcali sistematicamente applicate nella quotidianità. Molte di queste persone realizzano che il concetto di maltrattamento è profondamente complesso e stratificato e che i soprusi hanno volti differenti: la minaccia verbale o la cieca gelosia danneggiano la psiche e lo spirito tanto quanto uno spintone o uno schiaffo. Un assunto confermato dai dati del 2024 diffusi da Istat: oltre il 35% delle donne che ha contattato il  1522 – il numero antiviolenza e antistalking – ha denunciato una vessazione psicologica subita dal proprio partner o ex partner

Il primo CAM è nato nel 2009 a Firenze, mentre la sede di Ferrara si è costituita nel 2014

Quello di Ferrara, però, non è l’unico centro, anzi in Italia se ne contano oltre novanta: il primo è stato fondato a Firenze nel 2009 e si è costituito come associazione nel 2019. «Molte strutture antiviolenza supportano le donne che per anni hanno subito vessazioni di ogni genere – spiega Frenza -. Ma per noi è fondamentale operare in maniera attiva anche sugli autori di questi maltrattamenti, partendo dalla prevenzione e, in questo modo, scardinando il concetto di mascolinità tossica». L’obiettivo è dare agli uomini i corretti strumenti per accogliere e gestire in maniera positiva sentimenti complessi, come la rabbia, la frustrazione oppure il senso di rifiuto. «All’inizio organizziamo dei colloqui singoli: è importante capire la storia e le criticità della figura che abbiamo di fronte a noi – racconta l’operatrice -. Poi si passa alle attività di gruppo ed è questa la fase più delicata: in questo momento molti dei partecipanti realizzano che il loro atteggiamento danneggia se stessi e le persone che hanno intorno». Ed è proprio il confronto diretto con gli altri uomini a giocare un ruolo centrale nel percorso di reintegrazione sociale: «Per molti, ascoltare la storia degli altri è un po’ come guardarsi allo specchio senza trucchi o inganni – spiega Alessandra Frenza -. Diventa un viaggio introspettivo per rafforzare l’autoconsapevolezza e darsi la possibilità di riflettere criticamente sulle proprie scelte di vita». 

«All’inizio organizziamo dei colloqui singoli e poi si passa alle attività di gruppo: ascoltare la storia degli altri è un po’ come guardarsi allo specchio senza trucchi o inganni», spiega Alessandra Frenza, operatrice del CAM di Ferrara

L’introduzione del Codice Rosso – la legge approvata nel 2019 che inasprisce le pene per gli autori di violenze, atti persecutori e maltrattamenti – ha incrementato l’affluenza di uomini all’interno dei CAM di tutta Italia. Questo è un cambio di passo che mette a dura prova queste strutture, solitamente abituate ad accogliere coloro che volontariamente chiedono aiuto e sono, di conseguenza, molto più aperti al dialogo. Per psicologi e volontari si tratta di una vera e propria sfida: «Chi arriva da noi su richiesta di un giudice non sempre ha la volontà di iniziare questa esperienza ma è semplicemente costretto a farlo  – spiega Frenza -. In più, secondo la legge, il loro percorso deve durare un anno: si tratta di un tempo brevissimo per lavorare su se stessi». Gran parte delle esperienze, però, si conclude positivamente ed esiste una sola prova del nove: «Capiamo che il nostro lavoro ha dato i suoi frutti quando queste persone, relazionandosi con altri uomini, portano sul piano pratico ciò che hanno appreso qui dentro – racconta Alessandra Frenza -. Perché è proprio quando si è in gruppo che la mascolinità tossica raggiunge il suo apice. In molti si trovano costretti a indossare una maschera e a comportarsi non come vorrebbero ma come dovrebbero secondo certi schemi sociali». 

A Torino, invece, da oltre vent’anni opera il “Cerchio degli uomini”: un’associazione che riflette sugli stereotipi di genere e sulle diverse modalità per abbatterli

La volonta’ di combattere gli stereotipi di genere e’ condivisa dall’associazione torinese “Cerchio degli uomini”. Il gruppo – che da tempo lavora a stretto contatto con i CAM di tutta Italia – organizza eventi e iniziative con l’obiettivo di superare e abbattere un modello di vita maschilista ormai in contrasto con la società moderna. «In molti pensano che la violenza verso le donne nasca solo all’interno di contesti difficili, ma la realtà è ben diversa – spiega Roberto Poggi, tra i fondatori del gruppo -. La cultura patriarcale è ancora salda tra le mura delle nostre case, indipendentemente dal nostro status sociale: sono i nostri gesti, le reazioni che abbiamo e le risposte che pretendiamo dagli altri a essere pregni di mascolinità tossica». E così, da oltre vent’anni, un gruppo di uomini si ritrova in cerchio per analizzare le proprie azioni e riflettersi negli occhi di chi ha di fronte. «Qui ogni tabù viene infranto: l’obiettivo è toccare le corde più profonde e nascoste di ognuno di noi – aggiunge Poggi -. Questi incontri segnano un’apertura e una comprensione sincera delle proprie fragilità e del proprio vissuto». E il cerchio, pian piano, si è allargato sempre di più: con il passare del tempo, infatti, si sono aggiunti anche tanti uomini autori di violenza: persone che, per la prima volta, hanno deciso di mettere in dubbio le proprie scelte di vita. «Durante questi momenti, molti dei partecipanti sono scoppiati in lacrime e si sono aperti senza filtri o censure – racconta Poggi -. In piedi, davanti a tutti, hanno gettato a terra la corazza pregna di stereotipi e mascolinità tossica che per anni li ha accompagnati come un’ombra». Il “Cerchio degli uomini” accoglie anche tante persone segnalate dal Codice Rosso e con loro, abbattere il muro di resistenza, è molto più difficile: «Molti autori di violenza minimizzano o negano le loro azioni – spiega il fondatore -. Loro non sono così diversi dagli uomini che incontriamo per strada o persino da me stesso. Non mi sento migliore degli altri o deresponsabilizzato solo perché non commetto gesti estremi: mi considero in perenne fase di decostruzione e, forse, è proprio il costante lavoro su se stessi la via per una maggiore equità e rispetto tra uomini e donne».