“Il Signore, il tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto”. La Torah non sviluppa in sé l’idea di un Messia. Nei primi cinque libri della Bibbia, ovvero Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio non è esplicitamente annunciato, come nelle profezie dei profeti posteriori, il concetto di Messia. È l’interpretazione di una parte degli ebrei ultra-osservanti che ha assunto nella tradizione rabbinica la figura di un Messia visto come un re discendente di Davide che ristabilirà la sovranità in Israele. In questo passo del Deuteronomio, c’è un riferimento al profeta che viene definito da Mosè, pari a sé stesso. Per la comunità messianica, Israele non ha senso di esistere finché il Messia non arriverà a salvare la Terra Santa e il mondo intero. Il movimento messianico è rappresentato da partiti come l’Otzma Yehudit in Israele, dal Gush Emunim, il movimento di coloni in Cisgiordania e dall’ala più estrema dei rabbini di spicco, quelli della Yeshivat Mercaz Herav, coloro che hanno teorizzato l’importanza della sovranità ebraica nei territori israelo-palestinesi in attesa dell’era messianica. La destra religiosa israeliana presenta diverse fazioni al suo interno, tra cui quelle degli estremisti nazionalisti, che non va confusa con la parte di coloro che attendono il Messia, come il salvatore e liberatore.

Sia i messianici che i nazionalisti hanno a cuore, seppur per fini diversi, l’espansionismo coloniale in West-Bank. Se i messianici ne fanno un dogma religioso, i sovranisti hanno, più che altro , ambizioni di dominio e controllo della popolazione araba. “Se pensiamo al ritiro da Gaza nel 2005, un esempio di mediazione tra mire espansionistiche e riconoscimento ai palestinesi del diritto ad avere una terra propria, il generale Ariel Sharon volle provare a sottrarsi alla ‘minaccia demografica palestinese.” Davide Lerner, giornalista e scrittore di origini ebraiche nato in Italia, cerca di fare il punto sulla possibilità di dialogo tra le destre colonizzatrici e la sinistra progressiste israeliana. “Allo stesso modo Begin, quando accettò il compromesso territoriale per firmare la pace con l’Egitto nel 1978 con gli accordi di Camp-David, deluse i messianici.” In ogni caso, il 7 ottobre ha segnato un punto di non ritorno per i fragili equilibri di potere tra chi auspica di costruire uno Stato di Israele moderno, che abbatta sempre più le barriere sociali tra colonizzatori e colonizzati, e chi vuole completare il progetto di espansione in tutta la Cisgiordania.

“Penso che essere sionisti liberali sia ancora possibile, anche se il campo progressista, già in crisi, esce ancora più a pezzi dalla guerra del 7 ottobre, oltre che dalla seconda vittoria di Trump, che legittima l’ultradestra con le sue politiche filoisraeliane.” Lerner asserisce ad una crisi d’identità tra i democratici liberali, che affrontano un continuo oblio tra la prova di empatia nei confronti dei palestinesi, e l’affermazione del proprio diritto ad avere una terra e a proteggerla ad ogni costo. “È in corso una forte messa in discussione dei valori liberali e progressisti. La crisi d’identità risiede nell’elemento della colonizzazione della terra che, seppur originariamente scevro dalla componente suprematista anti-araba, esiste anche nel sionismo di impronta socialista.” L’imbarazzo della convivenza tra queste due macro-questioni, accentuato dalla strage del 7 ottobre e, soprattutto, dall’inaudito successivo tentativo di pulizia etnica da parte del governo di Banjamin Netanyahu, secondo Lerner, può essere placato dai valori fondanti del progressismo liberale israeliano. “Direi che questa componente del movimento ha compreso la necessità di conciliare l’ethos del riscatto della terra con la presenza di una popolazione locale. In questo senso, ha forse in parte superato la crisi d’identità.”

Ma la componente sionista messianica non ha le stesse sembianze in ogni parte del globo. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’ultradestra conservatrice ebraica ha raggiunto un aumento di consensi mai visto prima dopo il 7 ottobre, anche in una città fortemente progressista come New York.“I miei genitori sono stati lavoratori migranti negli Stati Uniti da Israele, e sono sempre stati storicamente progressisti. La tendenza degli ultimi anni, però, è quella di uno spostamento dei valori democratici verso quelli più conservatori soprattutto a New York, liddove c’è la più grande comunità di ebrei in tutta la repubblica federale.” Michael Saltiel si occupa di investimenti a Wall Street ed è nato e cresciuto a New York da genitori ebrei. Da anni osserva dall’esterno i cambiamenti interni alla sua comunità, pur non essendo religioso. “Io mi considero laico. Non sono dentro le comunità religiose ebraiche della Grande Mela, ma le osservo da fuori incuriosito perché rappresentano un barometro importante per gli equilibri della società newyorkese.” La testimonianza di Michael riporta però di nette differenze sociali tra i messianici statunitensi, in particolare di New York, e quelli che sono nativi israeliani. Ci parla di una setta che non ha niente a che vedere con le logiche che tengono alle strette il governo di Netanyahu, sorretto da un fragilissimo castello di carte, fatto di percentuali, promesse, accordi e ricatti.

“I messianici newyorkesi non credono nell’esistenza di uno Stato di Israele così com’è. E mai crederanno alla progressione di un impianto statale aggiornato e moderno, che sia fatto di tolleranza o, al contrario, di imperterrita colonizzazione della frammentata e frammentaria isola di territori palestinesi. Sono talmente radicali da questo punto di vista che li ritrovi spesso a sfilare nei cortei pro-Palestina. Sono d’accordo con chi brucia le bandiere con la stella di Davide. Vivono nella povertà estrema nell’attesa della venuta del Messia”.  E proprio il Messia darà un senso alla loro esistenza e al loro vagare e riunirà tutti i credenti nella Terra prestabilita dai profeti nell’Antico Testamento, sempre secondo la loro interpretazione. Questo sillogismo per il quale il nemico del tuo nemico diventa improvvisamente tuo amico, porta ad azzerare paradossalmente le distanze tra filo-palestinesi che, nella peggiore delle ipotesi vorrebbero spazzare via lo Stato di Israele, e gruppi di ultra religiosi messianici che non condividono la corruzione di uno Stato fantoccio prima dell’arrivo del Messia.

Un fenomeno interessante sull’ala messianica riguarda la sua integrazione con i tessuti sociali della città, in cui istanze come razzismo e lotta di classe sono all’ordine del giorno. “Molti cittadini appartenenti alla comunità afro e latina di New York vedono in Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane parlamentare del Congresso nella storia statunitense, un punto di riferimento. In particolare, in questo polverone di problematiche si inserisce un odio endemico verso le comunità ebraiche, viste come le più ricche. Ciò sfocia, di conseguenza, in antisemitismo.” C’è da dire che Alexandria Cortez, appartenente all’ala progressista del Partito Democratico, ha un forte legame con Rashida Tlaib, anch’essa dem e deputata del Michigan, politica e attivista di origini palestinesi che ha un forte consenso nel suo Stato e in particolare a Detroit, che ospita la più grande comunità musulmana statunitense. “Cortez, grazie a questa amicizia, riesce a inglobare anche un consenso dei newyorkesi musulmani, ma la cosa paradossale è che anche in questo caso i messianici sono con loro. Loro stessi appoggiano la Cortez”.

Questo è l’esempio lampante di come questa parte della comunità ebraica newyorkese sia in totale controtendenza con l’ex ala progressista dei cittadini ebrei nativi statunitensi, figli di immigrati lavoratori. Ex perché il nuovo corso wokista democratico degli ultimi anni rappresenta una minaccia per molti di loro. Bernie Sanders, il maggiore rappresentante della corrente progressista del Partito Democratico, figlio di un immigrato ebreo polacco e di una nativa statunitense da famiglia ebraica polacca, ebreo storicamente laico e fortemente critico della destra governo israeliana, ha visto crescere il suo consenso nei gruppi di ragazzi e studenti newyorkesi in prima linea nello scenario delle pesantissime rivolte universitarie pro-Palestina dell’ultimo anno. “I democratici nell’ultimo periodo non si sono dimostrati pronti e capaci di sedersi al tavolo delle trattative per interrompere il conflitto in Palestina. È per questo che gran parte della comunità liberali progressiste ebre newyorkesi ha votato per la prima volta nella sua vita per i repubblicani. Io stesso mi son ritrovato ad esprimere consenso per Trump, seppur non contento di farlo.”