«Ho lavorato nel sistema sanitario australiano per quindici anni e non potrei immaginare di fare altro nella vita. Ma mi sono dimessa. E dalla prossima settimana non sarò più al fianco di chi ha bisogno di me». Storie come quella della dottoressa Prachi Brahmbatt, psichiatra di mezza età impiegata nella sanità pubblica del Nuovo Galles del Sud, sono all’ordine del giorno nel “Paese di laggiù”. Raccontano di un luogo remoto dove l’utopia di un equilibrio perfetto si è rivelata un’illusione e tutti gli schemi sono saltati. E di lavoratori che rinunciano persino al proprio stipendio pur di non diventare vittime di un sistema troppo malato per guarire gli altri. Lo stato con capitale Sydney è soltanto uno tra gli ingranaggi malfunzionanti ma è fra i più importanti: anche e soprattutto qui si fa sentire la crisi dell’apparato che fallisce nella cura della salute mentale di milioni di cittadini. Tagli al personale, poche assunzioni, scarsa attenzione ai bisogni dei pazienti, turni massacranti. Da tempo Prachi e milioni di colleghi denunciano una situazione insostenibile. «È drammatico vedere persone che passano mesi sperando nel conforto delle nostre strutture, per poi restare inascoltati» ha detto la psichiatra affidandosi alle pagine del quotidiano britannico The Guardian. «Il sistema nazionale è a corto di risorse umane ed economiche, ormai non riesce più a far fronte alle necessità della comunità. Dalla “trincea” combattiamo come possiamo. Vorremmo solo aiutare quelle persone fornendo un servizio vitale anche alle loro famiglie, ma la barca sta affondando e noi siamo esausti».
La mancanza cronica di fondi rischia di trasformare gli operatori della salute in vittime di un disagio analogo a quello dei loro pazienti. Il burnout è dietro l’angolo tra le corsie che diventano trappole per più di dodici ore al giorno, specie per chi, come Prachi, la crisi si trova anche a gestirla da direttore sanitario in un ospedale dello stato. Una situazione grave eppure quasi sconosciuta al di fuori del contesto nazionale, con il resto del mondo abituato a guardare all’Australia come ad un modello. «Molti degli specializzandi che mi trovo a supervisionare sono entrati in un comparto in ginocchio. E lo guardano crollare mentre provano disperatamente a farlo funzionare» continua. Non si tratta solo di dare una possibilità alla prossima generazione di “mental health workers” come vengono chiamati qui, ma anche di dare un futuro a chi dipende da questi ultimi. E che per effetto delle lunghe liste d’attesa arriva troppo tardi per poter essere curato a dovere, con «disturbi mentali cronici e molto più profondi, in un sistema in cui già è difficile fronteggiare disturbi lievi».
La protesta e le dimissioni di massa
Se il problema coinvolge più o meno tutti i sei stati del territorio australiano, è il Nuovo Galles del Sud (o New South Wales) l’epicentro della crisi. Qui dove agisce la dottoressa Brahmbatt e dove gli psichiatri esasperati hanno chiesto l’apertura di un tavolo negoziale con il governo di Canberra per strappare almeno un aumento dei salari del 25%. Nessuna iniziativa è arrivata però dall’esecutivo di Anthony Albanese, già a corto di fondi per gestire l’intera sanità pubblica nazionale. E, nei primi giorni di gennaio, anche il ministro della salute di Sidney Ryan Park ha ribadito l’impossibilità per il governo locale di aumentare quelli che sono già gli stipendi più elevati del settore (uno psichiatra in Australia guadagna circa 90mila dollari l’anno, pur con un costo della vita altrettanto elevato). Qualche giorno dopo, la Royal Australian and New Zealand College of Psychiatrists (RANZCP) ha risposto comunicando le dimissioni in massa di metà del personale in forza negli ospedali pubblici dello stato. Finora sono duecento i professionisti che hanno scelto di abbandonare il posto, corrispondenti a circa la metà del personale in attività nel Nuovo Galles. Una decisione che ha suscitato forti polemiche nei palazzi del potere e che potrebbe scatenare una crisi senza precedenti in un comparto già precario. «La mancanza di un accordo avrà gravi ricadute sul sistema sanitario» ha vaticinato la presidente del RANZCP Rebekah Hoffman. Nel frattempo, per correre ai ripari le istituzioni non possono fare altro che supplicare i dimissionari, facendo appello al loro senso del dovere prima che, a fine gennaio, il forfait collettivo si trasformi in una triste realtà. Consigliando intanto ai pronto soccorso psichiatrici e ai consultori di prepararsi a una pressione ancora maggiore. «Dimetterci non è stata una decisione facile da prendere, sapendo cosa ci saremmo lasciati alle spalle. Ma non ci hanno dato scelta» si difende Prachi.
Un problema strutturale?
Ma davvero si tratta soltanto di mala gestio e scarsa iniziativa da parte di chi potrebbe cambiare le cose? Davvero è solo una questione di fondi e di responsabilità? Di sicuro, la scarsità di personale è un problema trasversale a tutto il territorio australiano da anni. E, denuncia la psichiatra, «senza un piano nazionale di riassetto generale, i diversi stati dovranno contendersi i nuovi laureati e le preziose risorse rimaste». Ma gestire la spesa sanitaria nazionale tenendo traccia di come vengono impiegate le somme erogate dal governo centrale nei singoli stati non è semplice: a differenza degli USA infatti, in Australia ciascun governo federale stabilisce il proprio piano spese decidendo quante e quali risorse destinare ai vari settori della sanità. E se sono poche, l’assistenza di base gratuita garantita ai cittadini dall’assicurazione pubblica- con l’1,5% delle tasse- è a rischio.
Un disagio sociopsicologico dilagante
A peggiorare il quadro ci si mette anche la crescita esponenziale degli australiani che cercano un aiuto psicologico o psichiatrico. Circa 800mila persone nel Paese soffrono di gravi disturbi mentali e 2 su 5, segnala la Australian Medical Association, specie giovani e giovanissimi, soffrono o hanno sofferto almeno una volta nella vita di un di un disagio psicologico come ansia o depressione. Molti si rivolgono ai pronto soccorso perché fuori dai grandi centri non esistono strutture intermedie in grado di agire da filtro. Per questo, l’associazione raccomanda tra i cambiamenti necessari al sistema l’apertura di nuovi consultori e ambulatori anche nelle zone rurali e più remote e l’avvio di percorsi psicologici che possano seguire i pazienti dopo la fine di un’eventuale ricovero. Naturalmente sovvenzionati dallo stato anche se non inclusi nell’assicurazione. Lo scorso dicembre, il ministro federale della salute Mark Butler ha dichiarato che le sue principali priorità in vista delle elezioni di quest’anno sono la medicina generale e la salute mentale. E nel bilancio di quest’anno, il governo ha stanziato oltre 586 milioni di dollari per la causa. Parte del pacchetto ha già finanziato 500 tirocini per psicologi provvisori e un programma di formazione sul tema per tutti gli operatori sanitari.