«Quando ci mettiamo i guantoni e saliamo sul ring smettiamo di giocare». Così Volfango Rizzi, presidente della Federazione Italiana Scacchipugilato, racconta quello che ormai da anni è a tutti gli effetti uno sport riconosciuto a livello mondiale: il chessboxing. Gli atleti di questa disciplina si sfidano sul ring e sulla scacchiera, intervallando un gancio destro a un arrocco del Re. L’impulsività tipica della boxe e la riflessione introspettiva degli scacchi trovano la loro massima espressione sul palco: qui, infatti, mente e corpo lavorano in simbiosi, come una macchina perfetta, per portare a casa la tanto agognata vittoria.
Il chessboxing nasce nel 2003: si tratta di una disciplina in cui si intervallano round di scacchi al pugilato
Il chessboxing ha compiuto da poco 22 anni e la paternità di questo sport si deve a Enki Bilal che, nella sua graphic novel Froid Équateur, ha immaginato una realtà utopistica in cui due mondi distinti come quello degli scacchi e del pugilato si fondevano, diventando la perfetta sintesi tra forza e ragione. Nel 2003 l’artista olandese Iepe Rubingh scopre questo testo e trasforma le pagine di Bilal in realtà: lo scacchipugilato prende forma e diventa una competizione a tutti gli effetti. Amsterdam, Berlino e Londra sono solo alcune delle città che, in questi anni, hanno ospitato campionati mondiali ed europei. In Italia questa disciplina è arrivata proprio grazie a Volfango Rizzi: «Ho vissuto per quasi vent’anni nel Regno Unito e sono tornato in Italia con uno scopo preciso: importare lo scacchipugilato nel nostro Paese. Questo sport mi ha cambiato la vita».
E in poco tempo Rizzi è riuscito ad attirare a sé parecchi atleti. Tra questi Sergio Leveque, ora 46enne, con un percorso di vita da perfetto dottor Jekill e mr Hyde: un tempo campione italiano di arti marziali miste, ora candidato Maestro negli Scacchi – con un punteggio di oltre 2mila punti – e chessboxer professionista. Per mettersi alla prova, Leveque si è spinto fino a Mosca, patria di scacchisti di pregio come Kasparov e Karpov e città in cui lo scacchipugilato è molto più di un semplice passatempo. «Era il 2018 e dovevo sfidare Dmitry Pechurin, ai tempi giovanissimo campione del mondo – racconta Leveque -. Mi davano per spacciato ma sono riuscito a ribaltare ogni pronostico». A fare la differenza è sempre l’allenamento: la preparazione fisica e mentale prima di un match è la chiave fondamentale per affrontare uno scontro in cui corpo e testa sono messi a dura prova. «Mentre si gioca si va spesso in debito di ossigeno: più si è in affanno e più prendere decisioni sulla scacchiera diventa difficile – spiega Leveque -. Bisogna abituare il cervello a lavorare quando si è al massimo della stanchezza. Per questo durante il training si praticano attività per accelerare i battiti, ad esempio gli scatti, per poi fiondarsi sugli scacchi e pensare all’apertura».
“Per me è stata fin da subito una questione personale: dovevo dimostrare a me stesso che potevo farcela”, spiega Tiraboschi, campione del mondo di scacchipugilato
L’Italia può vantare anche un campione del mondo di chessboxing: si tratta di Nicolò Tiraboschi, 25 anni, da Bergamo. Da sempre appassionato di scacchi – nonché Maestro a soli 20 anni – nel 2022 inizia a prendere lezioni di pugilato e dopo lunghi ed estenuanti allenamenti sceglie di fare un salto nel vuoto e partecipare ai Mondiali. «Prima di salire sul ring mi tremavano le gambe. Questa è stata la mia prima gara in assoluto e avevo solo un anno di boxe alle spalle – spiega Tiraboschi -. Le persone normali avrebbero avuto paura di farsi male, ma l’unico scenario che mi spaventava era finire la settimana senza titolo». Il giovane atleta, infatti, aveva trascorso un anno intero a prepararsi: gli allenamenti sfibranti erano ormai il suo pane quotidiano e la palestra era diventata un po’ la sua seconda casa. Per Tiraboschi, però, scacchi e pugilato rimangono due linee parallele, a tratti antitetiche: «Il primo è un gioco che ha assorbito una parte consistente della mia vita, mi ha reso più astratto. La boxe, invece, mi riporta con i piedi per terra e per me è un richiamo alla concretezza e al pragmatismo della quotidianità».
“Non solo uomini. In India e in Russia il numero di atlete è davvero notevole”, spiega Volfango Rizzi, presidente della Federazione Italiana Scacchipugilato
Ma questo non è uno sport solo per uomini, anzi. Diana Maftei, prima chessboxer italiana, ne è la prova vivente. «Quando ho sentito parlare di scacchipugilato ho pensato fosse una trovata strampalata, un gioco. Io arrivavo dalla boxe ed ero abituata a gare di un certo tipo – spiega la sportiva 32enne -. Una volta, per curiosità, mi sono buttata e ho provato. Da allora non ho più smesso». Per Maftei il chessboxing è ormai casa, uno spazio sicuro in cui i guantoni e i pedoni le permettono di mettersi in gioco e sfidare se stessa, abbattendo i propri limiti: «Spostarsi sulla scacchiera è un po’ come muoversi sul ring - racconta la sportiva e allenatrice di kickboxing -. In entrambe le discipline si è soli ad affrontare il proprio avversario. Ciò che conta è avere fiducia in sé, essere forti fisicamente ma soprattutto mentalmente». Per Maftei gli scacchi e la boxe sono molto più di un semplice gioco, sono uno stile di vita: «Queste attività insegnano la disciplina, i valori. Prima di sfornare atleti competitivi, è importante plasmare bravi cittadini: queste pratiche, prima di renderci campioni, ci rendono persone migliori».