Quando i riflettori della cronaca si spengono e i casi di femminicidio finiscono nell’oblio, restano solo i parenti delle vittime a spazzare i cocci di intere vite spezzate. E tra questi, in molti casi, ci sono bambini che hanno visto il loro nucleo familiare sgretolarsi sotto i loro occhi. Frammenti di abbracci e baci materni si trasformano in ricordi sbiaditi, mescolandosi alle violenze di cui per anni sono stati spettatori forzati. Li chiamano “orfani speciali”. Minori che hanno perso tutto, abbandonati dalle famiglie e dalle istituzioni e che, da un giorno all’altro, si trovano a dover ricominciare la propria vita da zero, con un bagaglio emotivo carico di traumi e sofferenza.

«Ai tempi non esisteva ancora la parola femmincidio. Non c’era nessuna tutela per le donne vittime di violenza, figuriamoci per noi orfani. Sono stato invisibile per trent’anni», racconta a Magzine Giuseppe Delmonte, figlio di Olga Granà, assassinata a colpi d’ascia dal marito nel 1997 nel varesotto. Oggi Delmonte ha 46 anni, lavora come strumentista di sala operatoria ed è presidente di Olga, un’associazione nata per contrastare il fenomeno della violenza di genere. «Le istituzioni mi hanno abbandonato ben prima che mio padre commettesse l’omicidio: ero solo tra l’indifferenza della gente che percepiva la violenza come una vergogna da nascondere tra le mura di casa e lo ero anche quando mia madre chiedeva aiuto alle forze dell’ordine e nessuno interveniva». La maggior parte degli orfani ha vissuto per anni in contesti in cui maltrattamenti e sopraffazioni sono diventati un appuntamento fisso nella loro quotidianità e un terzo di loro ha assistito all’omicidio della madre. Trascorsi di vita difficili, da maneggiare con cura e cautela come vasi di porcellana; molti giovani, infatti, soffrono di disturbi alimentari, di insonnia, faticano a intessere delle relazioni con i loro coetanei e necessitano di un supporto emotivo e psicologico per diventare parte attiva del tessuto sociale. «Si parla di bambini speciali proprio perché sono i loro bisogni a essere speciali – spiega Delmonte –. Da adulto ho intrapreso un percorso di psicoterapia, ma l’ho dovuto pagare a mie spese. Il benessere psicofisico è ancora un privilegio nella nostra società». Un viaggio introspettivo, quello del 46enne, che gli ha dato la forza di incontrare suo padre, condannato all’ergastolo: «Sono andato a trovarlo in carcere dopo 22 anni: l’ho fatto per me, avevo bisogno di chiudere con il passato». E a distanza di tempo, per Delmonte le istituzioni sono ancora assenti per i bambini che, da un giorno all’altro, hanno perso tutto: «Nel 2018 è passata la legge 4 per tutelare gli orfani per crimini domestici. Ma come è possibile aiutarli se non esiste nemmeno un osservatorio ufficiale in grado di rintracciarli tutti? Non conosciamo il numero effettivo di orfani di femminicidio».

In giro per l’Italia, però, ci sono diverse associazioni che mirano a scovare proprio i bambini speciali. Tra queste c’è il progetto Respiro che, ormai da tempo, opera a Sud. «Per adesso siamo riusciti a trovare trecento ragazzi: di questi ne stiamo seguendo cento», spiega Fedele Salvatore, coordinatore del gruppo. L’équipe di Respiro spesso interviene in situazioni ormai cronicizzate: sono i casi che riguardano gli orfani storici, giovani di cui non si è preso cura nessuno per oltre quindici anni, nemmeno gli assistenti sociali.Bimbi affidati ai nonni materni oppure a quelli paterni, a parenti ripiegati nel loro stesso dolore. «Questi bambini sono vittime due volte: hanno perso la madre e subito dopo vengono ospitati da adulti traumatizzati che non riescono a gestirli», racconta Salvatore.

Ogni giorno psicoterapeuti, educatori e legali del progetto Respiro sostengono i familiari delle vittime, si occupano di svolgere attività di formazione per i servizi sociali e di prevenzione nelle scuole attraverso laboratori educativi destinati ai più piccoli. «In molti casi le forze dell’ordine e gli assistenti sociali non sono pronti ad affrontare queste situazioni drammatiche racconta Salvatore . Stiamo seguendo un caso molto difficile in Campania: due bambini hanno perso la madre ma per oltre due mesi nessuno li ha avvertiti del fatto. Da un giorno all’altro sono stati affidati agli zii paterni senza nessuna spiegazione». Dalla fragilità delle istituzioni fino all’assenza di un contesto familiare solido, sono tanti gli aspetti che possono intaccare l’avvenire degli orfani di femmincidio, vittime dimenticate di queste drammatiche stragi. E Fedele Salvatore denuncia a gran voce i vuoti normativi e le assenze istituzionali che colpiscono i più piccoli: «Lo Stato non c’è per gli orfani, vengono percepiti come un effetto collaterale. Ma è fondamentale aiutarli: i bambini del presente diventeranno gli adulti del futuro».