Una ferita che si riapre

Billy Furlong è un commerciante di carbone irlandese, che conduce una vita “normale”, dividendosi tra lavoro e famiglia: una moglie e quattro figlie. Un giorno, mentre consegna un carico di carbone nel convento vicino alla cittadina, vede qualcosa: una ragazza che, afferrata dalla madre, viene scaraventata con la forza fuori da un’automobile per essere portata dentro il convento. La giovane grida che non ci vuole andare, implora la madre, chiede aiuto al padre ancora in auto col motore acceso, per poi essere trascinata dietro una porta con l’aiuto di una suora.

Ciò che Billy vede lo turba, riapre in lui vecchie ferite del passato, un qualcosa che lo tormenta. Se all’inizio sembra non capire ciò che vede, in realtà lo sa benissimo. Quella ragazza era stata portata in quel convento perché era il posto dove le “svergognate” – ragazze madri incinte i cui figli erano stati concepiti prima del matrimonio – venivano private dei loro piccoli che sarebbero poi stati portati via con la forza per essere dati in adozione a coppie cattoliche senza prole.

Dal 28 novembre nelle sale italiane è uscito Piccole cose come queste, film-adattamento dal romanzo Piccole cose dal nulla, di Claire Keegan. Il film ha riaperto una ferita che mai si è rimarginata e che ha macchiato la reputazione di molti istituti religiosi irlandesi

locandina del film "Piccole cose come queste", Mymovies

locandina del film “Piccole cose come queste”, Mymovies

 

Philomena: la verità viene a galla

La prima donna che ha portato alla luce il tema delle adozioni forzate di migliaia di bambini nati nei conventi o in luoghi di fiducia degli enti religiosi è Philomena Lee. Philomena, nata in Irlanda, è stata una delle ragazze madri che ha subìto il trattamento riservato a tutte quelle “svergognate” che avevano perso la loro dignità restando incinte prima del matrimonio e ricevendo per questo la punizione che meritavano. Dai 18 ai 22 anni Philomena aveva vissuto nel convento Sean Ross Abbey a Roscrea, un luogo che ospitava le ragazze madri e loro bimbi, appena partoriti. Quando suo figlio raggiunse l’età di tre anni, venne dato in adozione negli Stati Uniti senza il suo consenso e da allora Philomena non lo rivide più. Venne addirittura forzata a firmare un documento in cui dichiarava di rinunciare alla maternità sul suo bambino.

Nel 2003 Philomena racconta la sua storia alla famiglia che si era creata dopo essere uscita dal convento e inizia le ricerche di suo figlio con l’aiuto del giornalista Martin Sixmith, contattato dalla figlia Jane, che di questa avventura e della storia di Philomena ne farà un libro, The Lost Child of Philomena Lee, che squarcerà il velo di omertà che per quasi un secolo aveva insabbiato un fenomeno ampiamente diffuso e conosciuto.

Philomena Lee e Martin Sixmith (foto Shutterstock)

Philomena Lee e Martin Sixmith (foto Shutterstock)

Si stima che siano state circa 56mila le donne che hanno conosciuto le mura del convento e le violenze ad esso connesse,  specie perché recenti inchieste giornalistiche hanno permesso di comprendere che ciò che è successo a Philomena non poteva essere ristretto ai confini dell’Irlanda. Il fenomeno ha un’estensione internazionale, avendo interessato anche Paesi come il Belgio, dove il numero dei bambini adottati forzatamente si aggira intorno ai 30mila. Questa pratica non ha risparmiato nemmeno l’Italia, da dove circa 3.700 bambini sono stati inviati dalla Chiesa a famiglie cattoliche italoamericane negli Stati Uniti: il caso è stato trattato dalla giornalista Maria Laurino nel libro Il prezzo degli Innocenti e ripreso in una puntata di 60 Minutes, noto programma di informazione della CBS.

 

Quando la violenza diventa business

Debby Mattys oggi ha 57 anni e attraverso l’organizzazione Binnenlandsgeadopteren.be si occupa della tutela delle persone adottate. Quando ne aveva 14, sua madre e suo padre le hanno rivelato un segreto che le ha fatto piombare il mondo addosso. Le due persone che aveva davanti non erano i suoi genitori biologici. Era stata adottata: «Il momento è ancora vivido nella mia memoria: dovevo sedermi a un lungo tavolo mentre loro stavano in piedi di fronte a me. In soli dieci minuti mi dissero che “venivo dal grembo di un’altra madre”, ma mi rassicurarono che mi amavano come tutti gli altri genitori amano i loro figli – racconta Debby – L’argomento non fu mai più discusso, diventando l’elefante invisibile ma sempre presente nella stanza. Non si vedeva, ma era sempre lì, a plasmare la mia vita in modi che nessuno riconosceva veramente».

Debby oggi vive in Belgio e, dopo una ricerca durata vent’anni, è riuscita a raccogliere diverse informazioni che le hanno permesso di ritrovare la sua madre biologica che le ha raccontato la verità: «Durante quella conversazione è diventato chiaro che la mia adozione non è stata una scelta ma il risultato di un’adozione forzata».

Quella di Debby è soltanto una di queste storie. Il caso è tornato alla ribalta sulla scena belga nel dicembre 2023, quando il podcast Kinderen van de Kerk (I bambini della Chiesa), edito dal media Het Laatste Nieuws, ha riaperto il caso sul tema delle adozioni forzate in Belgio, proprio come la storia di Philomena Lee aveva fatto per l’Irlanda. Sono tute storie molto simili: ragazze madri spedite in convento, parti nascosti, adozioni non consensuali e violenze, a cui si aggiunge un altro elemento: il denaro.

Questi bambini erano diventati una vera e propria fonte di guadagno perché l’affidamento alle famiglie spesso avveniva dietro un lauto compenso, che andava dai 10mila ai 30mila franchi belgi dell’epoca (da 250 a 750 euro odierni). Nella sua testimonianza, Debby Mattys ha raccontato di essere stata “venduta” ai suoi genitori adottivi dalla Chiesa per 20mila franchi belgi, equivalenti oggi a circa 500 euro , mentre il giorno dopo la pubblicazione del podcast, la testimonianza al Parlamento belga di Yngvild Ingels, deputata fiamminga, ha suscitato grande scalpore: nata anonima nel 1979 in un convento vicino a Dunquerque, ha raccontato di essere stata affidata ai suoi genitori adottivi per 6.500 franchi belgi (circa 160 euro odierni).

la deputata fiamminga Yngvild Ingels

la deputata fiamminga Yngvild Ingels, (foto Le Soir)

Quanto avvenuto in Belgio era molto simile a ciò che Max Sixmith, in un articolo pubblicato sul  Guardian , aveva scritto in merito alle ricerche che aveva condotto insieme a Philomena Lee per trovare suo figlio. “La gerarchia cattolica irlandese era coinvolta in un commercio illecito di neonati. Dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni Settanta […] ogni anno, centinaia di bambini venivano spediti a coppie americane che pagavano “donazioni” (in realtà, tasse) alle suore. Pochi, se non nessuno, erano i controlli effettuati sull’idoneità delle famiglie adottive: l’unica condizione posta dall’arcivescovo McQuaid era che dovessero essere cattolici praticanti».

Debby Mattys, foto Het Laatste Nieuws

Debby Mattys (foto Het Laatste Nieuws)

E non era tutto: secondo il resoconto di Sixmith, almeno per quanto riguarda gli istituti irlandesi, divenuti tristemente noti come Magdalane Loundries, “dopo il parto, alle ragazze era permesso di lasciare il convento solo se loro o la loro famiglia potevano pagare alle suore cento sterline. Era una somma considerevole e quelle che non potevano permettersela, la stragrande maggioranza, venivano tenute nel convento per tre anni, a lavorare in cucine, serre e lavanderie o a realizzare rosari e manufatti religiosi, mentre la Chiesa si teneva i profitti del loro lavoro».

 

Una redenzione pagata cara

Spesso le giovani donne che varcavano la soglia degli istituti religiosi in attesa del parto dovevano subire un vero e proprio inferno. Il corpo era stato violato, la loro purezza sporcata e il percorso della “redenzione” passava attraverso il lavoro forzato, violenze fisiche e psicologiche che dovevano far capire loro che quello che avevano fatto era indegno e che le punizioni a cui erano sottoposte in fondo erano perpetrate solo per il loro bene . «Da un lato, questi eventi riflettevano le norme sociali dell’epoca – ci spiega ancora Debby Mattys -. Una donna poteva avere figli solo se era sposata. Quando una figlia non sposata rimaneva incinta, i genitori si rivolgevano spesso al sacerdote locale, che li indirizzava a una casa di accoglienza per donne incinte. All’esterno si spiegava che la figlia era andata “in vacanza” in Svizzera o in Francia per imparare il francese».

Durante gli ultimi mesi di gravidanza, queste donne venivano spesso inviate in istituti cattolici (non sempre conventi), dove le suore erano incaricate di curarle. Tuttavia, questa “cura” comportava spesso lavori forzati, regole severe e umiliazioni continue: ad esempio, alle donne era vietato parlare tra loro, dovevano sedersi a tavola in ordine di gravidanza e venivano loro assegnati vari compiti pesanti.

L’abuso psicologico era il peggiore: veniva ripetuto loro che non valevano nulla, che avevano disonorato la loro famiglia e venivano chiamate “puttane” e “feccia”. “L’umiliazione psicologica è un tema ricorrente che sentiamo ripetere dalle donne che hanno soggiornato in questi istituti. Esse descrivono esperienze come l’intimidazione, l’umiliazione, il controllo autoritario, l’imposizione del silenzio e il lavoro obbligatorio non retribuito durante la giornata».

Quando arrivava il momento del parto, le giovani venivano portate in ospedali dove venivano fatte partorire con un lenzuolo posto tra il loro viso e il bambino, impedendo loro di vedere il figlio. In seguito, veniva loro detto severamente di non parlarne mai più. Da quel momento in poi non hanno più saputo nulla del loro bambino. Secondo quanto riferito da Debby, «gli abusi fisici erano rari, ma si verificavano in alcune istituzioni. Un esempio straziante è l’istituto Tamaar di Lommel, dove alcune donne venivano sterilizzate durante il parto senza il loro consenso o addirittura a loro insaputa: un atto disumano e traumatico. Una piccolissima minoranza ha subito anche abusi dai sacerdoti, ma si tratta di un caso eccezionale e fortunatamente raro, anche se è accaduto».

«L’intero processo è stato disumanizzante e ha lasciato profonde cicatrici emotive. – racconta ancora Debby -. È chiaro che la maggior parte di queste donne voleva tenere il proprio figlio. Queste gravidanze erano spesso il risultato di relazioni d’amore con i loro fidanzati, alcuni dei quali, in seguito, accettarono il matrimonio riparatore. Nonostante le norme dell’epoca, le suore non avevano alcuna giustificazione per trattare queste donne con tanta crudeltà e infliggere loro un trauma che sarebbe durato tutta la vita. Inoltre, c’erano molte irregolarità legali intorno a queste adozioni. Nella maggior parte dei casi, la madre biologica non ha mai dato formalmente – o volontariamente – il consenso all’adozione, che il tribunale familiare avrebbe dovuto verificare. Queste pratiche non solo erano moralmente inaccettabili, ma anche legalmente non valide e hanno causato danni profondi e duraturi».

 

Una delle "Magdalane Laundries", foto Wikipedia

Una delle “Magdalane Laundries”(foto Wikipedia)

 

John Campitelli: una storia italiana

Nel 2023, con l’uscita del libro della giornalista italoamericana Maria Laurino Il prezzo degli innocenti, si è fatta luce sull’adozione di più di 3mila bambini che, tramite le organizzazioni religiose, sono stati inviati dall’Italia negli Stati Uniti a coppie italoamericane cattoliche senza figli.

John Campitelli con i genitori adottivi. Foto We Italians

John Campitelli con i genitori adottivi. (Foto We Italians)

Perapprofondire questo capitolo della storia, abbiamo contattato John Campitelli, nato Piero Davi nel 1963 che, con la sua testimonianza, ha contribuito in maniera sistematica alla stesura del libro e che all’età di 28 anni è riuscito dopo lunghe e faticose ricerche a ritrovare la madre Francesca. Abbiamo chiesto a John, che oggi ha 61 anni, di raccontarci la sua storia. «I miei mi hanno sempre detto che ero stato adottato – ci racconta John -. Hanno adottato me, poi due gemelli e poi una bambina. È stato un passaggio normalissimo. Quando sono cresciuto mi hanno detto che ero nato a Torino e che erano venuti in Italia per prendere me e i miei fratelli. Tutti e quattro siamo stati al brefotrofio di Torino».

Sui documenti firmati dal giudice tutelare che aveva consentito l’adozione negli Stati Uniti si legge che “ i genitori di detto minore l’hanno abbandonato sin dalla nascita, né si conosce dove essi si trovino”. Era una bugia. John non era un orfano, ma il frutto di una relazione prematrimoniale della madre con un uomo sposato: un fatto che doveva essere nascosto, pena la vergogna della famiglia. «Il consolato americano, che doveva verificare l’adottabilità dei bambini, ha dato per buono ciò che era scritto sui documenti. La verità è un’altra. Mia madre aveva dichiarato che la mia nascita era stata causata da una violenza sessuale perché mio zio carabiniere, capofamiglia, per il suo mestiere non poteva avere familiari che avessero problemi con la giustizia o di “ordine morale”. Così mio zio la inviò a Torino per nascondere il fattaccio: “Partorisci, dai via il bambino e poi torni al paese”, le disse».

 

Il consenso per l'emigrazione di John Campitelli negli Stati Uniti dove veniva riconosciuto come orfano. Documento da John Campitelli

Il consenso per l’emigrazione di John Campitelli negli Stati Uniti dove veniva riconosciuto come orfano. Documento fornito da John Campitelli

La madre di John arrivò al Pozzo di Sichar, un’istituto gestito da suore, dove le madri di questi bambini venivano inviate per portare a termine la gravidanza . Insieme ad altre giovani conduceva una vita molto dura ed era praticamente costretta a lavorare per pagarsi la sua permanenza.

John Campitelli insieme alla madre biologica Francesca. Foto fornita da John Campitelli

John Campitelli insieme alla madre biologica Francesca. Foto fornita da John Campitelli

Ma che senso aveva questo presunto sforzo economico dato che lo stesso istituto annoverava tra i suoi benefattori addirittura la famiglia Agnelli e gran parte della Torino bene? «Le suore si barricavano dietro alla scusa che lavorando le ragazze avrebbero potuto imparare un mestiere, che le avrebbe tenute lontano dalla strada e aiutate a trovare marito per farsi poi una nuova famiglia. Uno dei lavori era la cucitura di corredi che venivano poi venduti ai mercatini o a quelle stesse famiglie ricche che in buona fede pensavano, finanziando l’istituto, di aiutare queste ragazze». Allo sfruttamento economico si sommava poi l’umiliazione: «Mia madre e le altre ragazze erano  costrette a recitare un rosario la mattina, uno a pranzo e uno la sera per attenuare la loro colpa e ripuire la loro anima dal misfatto che avevano commesso – spiega ancora John -, Non erano violenze fisiche, ma psicologiche sì, e questo è ancora più difficile da digerire. Mia madre diceva di meritarsi questo perché questo le ripetevano. “Ho fatto una cosa grave, sono una buona a nulla  e devo perntirmi per ciò che ho fatto”, pensava».

Ma quale era il ruolo della Chiesa in tutto questo? «La Chiesa Cattolica aveva il monopolio di queste adozioni. Circa il 90% dei 3700 bambini inviati negli Stati Uniti sono partiti sotto gli

John Campitelli. Foto Facebook

John Campitelli. Foto Facebook

auspici della National Catholic Conference, che aveva gli uffici in via della Conciliazione 4, ed era gestita da monsignor Andrew P.Landi e dal direttore della Pontificia Opera di Assistenza, monsignor Ferdinando Baldelli. Loro mandavano gli assistenti sociali in giro per l’Italia per trovare bambini che potessero essere adottati e spediti negli Stati Uniti. Questo è ciò che abbiamo scoperto negli archivi del Vaticano e della Chiesa Cattolica americana: una serie di corrispondenze tra Landi, Baldelli, i vari istituti e la Chiesa Cattolica americana, oltre che a note spese e buste paga di questi assistenti sociali che venivano inviati a cercare questi bambini tra le famiglie povere e negli orfanotrofi in giro per l’Italia; ed essendo gran parte degli istituti gestiti dalla Chiesa Cattolica, era molto più facile per loro arrivare prima di altri enti internazionali che si occupavano di adozioni».

Questa tratta era stata resa possibile grazie ad una clausola posta alla legge statunitense sui profughi, il Displaced Actions Act che, tra le quote di immigrati statunitensi, aveva inserito anche gli “orfani di guerra” che avevano perso i loro genitori e poi semplicemente gli “orfani”. Si trattava di una misura umanitaria che avrebbe consentito a questi bambini di trovare una casa e una famiglia e, contestualmente, avrebbe permesso alle coppie americane senza figli di soddisfare il proprio desiderio di genitorialità. La falsificazione dello stato di questi bambini, da illegittimi a orfani, e l’ignoranza di questa loro condizione da parte dei genitori adottivi, aveva facilitato il mantenimento di questo sistema.

Monsignor Andrew P. Landi, foto Archivi Luce

Monsignor Andrew P. Landi, foto Archivi Luce

In questa storia, secondo Laurino, oltre all’elemento puramente morale, affiancato a quello economico, era in gioco anche una posta politica. Negli anni Cinquanta la Guerra Fredda aveva raggiunto il picco della tensione e l’Italia, oltre ad essere un Paese di frontiera con il blocco sovietico, ospitava allora il più grande partito comunista europeo: inviare questi bambini oltreoceano significava salvarli dalla penosa condizione di figli nati fuori dal matrimonio e da una possibile avanzata del comunismo. In fondo, si credeva che per questi bambini fosse molto meglio così.

Maria Laurino, giornalista italoamericana, autrice del libro"Il prezzo degli innocenti". Foto di Marialaurino.it

Maria Laurino, giornalista italoamericana, autrice del libro”Il prezzo degli innocenti”. Foto di Marialaurino.it

Ma come per le adozioni in Belgio e in Olanda, anche nel caso italiano questo presunto sforzo umanitario era diventato un business redditizio. Secondo le ricerche di Laurino, la National Catholic Welfare Conference riceveva una ricompensa economica, facendo pagare alle coppie, perlomeno nel 1957, secondo i documenti di corrispondenza interna, 475 dollari “per le spese di gestione”, equivalenti a 4500 dollari odierni, accumulando così una cifra multimilionaria nell’arco di vent’anni. A ciò va ad aggiungersi la testimonianza di John circa le cifre sborsate dai suoi genitori adottivi sotto forma di “donazioni” e “spese di gestione”: «Ho ancora gli assegni che mio padre ha pagato alla National Catholic Welfare e le lettere : 475 dollari e le spese documentali, amministrative, il mantenimento. Tra l’altro, c’erano le donazioni fatte alle suore dell’istituto. I miei genitori hanno pagato fior di quattrini. Sono venuti in Italia con la bustarella sotto banco per la madre superiora, che ha permesso loro di adottare anche i miei fratelli oltre a me, cosa non facile perché un conto era adottare un bambino, un altro era tornare altre volte per adottarne numerosi altri. Inoltre, chi pagava poteva scegliere il bambino che voleva, mentre chi non poteva pagare doveva accontentarsi del bambino assegnato per scelta delle religiose».

Il mea culpa di Papa Francesco e dei governi

Nonostante i casi delle adozioni forzate, delle case di “recupero” e della lucrosa attività che stava dietro di esse sia salita alla ribalta dei media, il percorso verso una vera giustizia sembra ancora lontano. Nemmeno le scuse ufficiali di Papa Francesco durante la sua visita in Belgio nel settembre del 2024 sembrano essere state sufficienti per chiudere una ferita ancora sanguinante. Il pontefice ha espresso la volontà di fare chiarezza perché, secondo le sue dichiarazioni, «questa è una vergogna per la Chiesa e bisogna chiedere perdono».

Nemmeno le scuse formali dei governi belga, irlandese e australiano sono state prese come un un primo passo verso una soluzione definitiva al problema che potesse facilitare i ricongiungimenti familiari. Le ferite psicologiche lasciate su madri convinte di essere “indegne” e la mancanza in alcuni Paesi di leggi che possano facilitare il ricongiungimento, oltre alla distruzione di alcuni documenti essenziali alle ricerche, sono tutti fattori che continuano ad alimentare lo scetticismo, specie anche a causa della complicità dei governi nel tollerare certe pratiche. Commentando il caso del Belgio, Debby Mattys spiega: «Nel 2015, il governo belga si è scusato per il suo ruolo in queste pratiche. Questo gesto suggerisce che era a a conoscenza della situazione. L’8 maggio 2024  il governo belga ha formalmente riconosciuto gli abusi sistematici che hanno avuto luogo e il danno causato alle madri, agli adottati e alle loro famiglie. Questo riconoscimento è un passo importante nel processo di responsabilità e risarcimento ma il lungo tempo impiegato per raggiungere questo stato delle cose indica un fallimento di lunga data nell’affrontare e comprendere la piena portata degli abusi».