«Non voglio tornare adesso.
Ti chiedo un regalo per il mio compleanno,
ti chiedo di restare qui»
Maria Grazia Cutuli
Il preside della scuola blu di Herat è fuggito dall’Afghanistan per l’arrivo dei talebani. I giornalisti in Ucraina non parlano più di corruzione, ma si impegnano a dare voce ai sopravvissuti dei crimini di guerra. I ragazzi e le ragazze iraniani non si arrendono e scendono in piazza con la speranza di istituire una democrazia nel loro Paese. SE c’è un comune denominatore tra tutte queste storie, è il fatto che sono storie di persone che lottano per tutelare i diritti fondamentali dell’uomo: libertà di movimento, pensiero, stampa. Anche la giornalista inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli aveva difeso il diritto e la necessità di raccontare quello che stava accadendo in Afghanistan dopo l’attentato del terrorismo di al-Qaeda alle Torri Gemelle. Dopo avere avviato un’inchiesta su un deposito di gas nervino a Tra Bora, definita la base operativa afghana di Osama Bin Landen, il 19 novembre del 2001 fu assassinata insieme all’inviato di El Mundo Julio Fuentes e a due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari. A 21 anni dalla sua scomparsa, la Fondazione del Corriere della Sera ha deciso di consegnare il premio annuale a lei dedicato ai tanti ragazzi e ragazze iraniani, che protestano per chiedere la fine del regime teocratico. Prima dell’inizio della cerimonia, la redazione esteri del quotidiano nazionale ha organizzato un presidio nella sede di via Solferino. Una manifestazione silenziosa, perché a parlare erano i volti delle vittime iraniane disegnati da Gianluca Costantini.
La Fondazione Corriere della Sera ha consegnato il premio annuale dedicato alla giornalista ai giovani iraniani della “generazione Z”
«Quante generazioni dovranno morire prima che le altre nazioni capiscano quanto sia importante isolare questo regime?» domanda al pubblico della sala Buzzati Maryam Mohammadi, che si è trasferita in Italia cinque anni fa. «Io sono scappata perché sono una criminale per il governo iraniano. Il mio genere è un crimine. Sono una donna curda e ho scelto di non essere musulmana – spiega Mohammadi –. Sono stata arrestata dalla polizia religiosa cinque volte e quando tornavo a casa piangevo sempre. Venivamo trattate come delle terroriste, perché la polizia prendeva le nostre generalità e ci scattava delle foto per dimostrare che il nostro modo di vestirci era sbagliato per il governo iraniano. Qualche anno fa potevo esserci io al posto di Mahsa Amini». In base al report di Iran Human Rights almeno 416 persone sono state uccise e 14 mila sono state arrestate da quando sono iniziate le proteste. «Io sono stato nel carcere di Teheran, lo stesso in cui ha vissuto Alessia Piperno per 40 giorni. È un inferno – racconta Reza Saberi –. Sono stato arrestato insieme a due miei amici nel 2009, perché stavo protestando contro il risultato delle ultime elezioni. Nel tragitto per arrivare al carcere mi hanno bendato. Quando venivo interrogato mi picchiavano sempre. Mi ricordo che la mia cella si trovava sotto al corridoio della sezione femminile e una volta sono riuscito a parlare con una ragazza comunicando attraverso la tubatura sotto il lavello. Questa donna mi ha raccontato che sarebbe stata giustiziata dopo pochi giorni».
«Quante generazioni dovranno morire prima che le altre nazioni capiscano quanto sia importante isolare questo regime?» chiede al pubblico la giovane iraniana Maryam Mohammadi
Mohammadi e Saberi sperano un giorno di poter tornare nel loro Paese, ma c’è chi non ha mai avuto la possibilità di visitarlo. Samira Ardalani è lombarda e dal giorno della sua nascita l’Iran è per lei un territorio proibito. I suoi genitori erano attivisti iraniani e si sono entrambi rifugiati in Italia per non rischiare di essere uccisi. «Noi dell’associazione giovani iraniani residenti in Italia siamo costantemente in contatto con i ragazzi e le ragazze che scendono in piazza. Molti sono della generazione Z – dice Ardalani –. C’è una differenza rispetto al passato. I giovani hanno aperto gli occhi e hanno capito che il regime apre il fuoco in modo indiscriminato. Le donne non hanno diritto di vivere e lo stesso vale per gli uomini, perché non c’è la libertà di pensiero o di parola. Il popolo iraniano non chiede le armi per la rivoluzione, ma vuole che il regime teocratico non venga riconosciuto dalle altre nazioni».