“Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”: era il 1992 quando il cantautore Giorgio Gaber pubblicò questo verso. Una frase inflazionata, pluri-ripetuta, ma che cattura perfettamente quello che Enrico Berlinguer rappresentò per la politica italiana.
Enrico Berlinguer non era carismatico. Tenace molto, ma di sicuro non aveva quella verve da affabulatore. Ai comizi si presentava “semplicemente” come un ambasciatore dell’ideale in cui credeva. Era il contenuto dei discorsi a essere forte, non il metodo. Era un leader gentile, composto, ma non per questo non agguerrito. Tanto che, per l’appunto, erano forse soprattutto i suoi modi – accanto alle sue idee – che lo resero così popolare, anche tra le fazioni opposte. Altri tempi, altra politica, altri uomini.
Enrico Berlinguer fu colui che allontanò progressivamente il PCI dall’URSS, colui che immaginava una nuova sinistra
Enrico Berlinguer fu colui che allontanò progressivamente il PCI dall’URSS, colui che immaginava una nuova sinistra. Berlinguer fu colui che ebbe l’audacia di volare controcorrente. Già dai primi anni Sessanta, quando entrò a far parte della direzione nazionale del PCI, espresse le sue perplessità in merito alle relazioni con il PCUS – il Partito Comunista dell’Unione Sovietica – e ai metodi utilizzati dal partito all’interno dell’URSS, in particolare in merito ai suoi esponenti. In qualche modo, a poco più di quarant’anni dal “peccato originale” dei comunisti italiani – il Congresso di Livorno – Berlinguer volle sfidare proprio le origini del suo partito. Per il più grande schieramento comunista dell’Occidente, una mossa del genere non fu solamente audace, ma anacronistica: lui era molto più avanti di tutti gli altri e non fu l’unica volta a dimostrare di esserlo. In quel momento, evidenziare le storture di quella realtà da molti venerata generò molteplici reazioni, anche avverse, ma quello che risultò immediatamente agli occhi di tutti fu la moderatezza del comunista Berlinguer. Quasi ossimorico.
Questo suo animo conciliante portò alla quasi-realizzazione nel 1978 del “compromesso storico”, un accordo con la Democrazia Cristiana di Aldo Moro per garantire la fiducia in Parlamento alla “balena bianca”. Quindi, sostenere il governo, senza ottenere dicasteri, per far fronte all’emergenza terroristica che sconvolgeva la penisola. Fu proprio l’apertura di Berlinguer, in quegli anni segretario del PCI, a figurare nuovi scenari che erano fino ad allora inimmaginabili. Quelle due forze politiche che si erano giurate lotta eterna, due nemici ma con discreto rispetto, erano in procinto di stingersi la mano e allearsi per un fine comune. Purtroppo, tutti sappiamo cosa accadde quella mattina del 16 marzo 1978.
La figura di Berlinguer potrebbe essere scandagliata analizzando i mille aneddoti che raccontano perfettamente la sua vita. Però, è quello più triste che può spiegare al meglio perché era amato da molti. Il 7 giugno 1984 Enrico Berlinguer stava tenendo un comizio a Padova, quando fu colpito da un malore. Un ictus, poi si scoprì, che lo costringeva a fare pause continue tra le parole che pronunciava davanti a quella platea di militanti. Militanti che, notata l’evidente fatica del loro segretario, iniziavano a urlare “Basta, Enrico, basta!”. E Berlinguer, forte della sua tenacia – o testardaggine –, volle comunque finire il suo discorso. Quella sera, tornato in albergo cadde in coma, morendo quattro giorni più tardi.
L’affetto che la gente provava nei suoi confronti sta un po’ anche in quel “Basta, Enrico!”: il chiamarlo per nome non era una mancanza di rispettoDicevano – anzi, diceva Gaber – che “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”. L’affetto che la gente provava verso di lui sta un po’ anche in quel “Basta, Enrico!”. Il chiamarlo per nome non era una forma di mancanza di rispetto, ma un atto concesso dalla relazione che Berlinguer aveva con il popolo. E questa profonda relazione fu ancor più palesata nel giorno del suo funerale. Le lacrime sui volti della gente e le grida di addio verso il feretro, sventolando la prima pagina de L’Unità, scandirono quel 13 giugno. Le interviste rilasciate dalle “persone comuni” alle videocamere di tutta Italia parlano di Enrico e non di Berlinguer. La disperazione di chi ha perso un amico, non per la scomparsa di uno qualunque. Il saluto a chi ha fatto credere a milioni di persone in un mondo diverso.
Cent’anni fa nasceva a Sassari Enrico Berlinguer. E se dopo 38 anni dalla sua scomparsa ancora ci ricordiamo di lui, forse è perché in fondo a molti manca quel tipo di politica. Forse perché a molti manca quel tipo di persona. Un politico troppo avanti per i suoi tempi. Un uomo troppo spesso citato, troppo poco compreso. Un amico per tutti coloro che l’hanno conosciuto, ma anche per coloro che l’hanno semplicemente ascoltato. Un avversario, non un nemico, per chi non condivideva le sue idee.
