Quando la Storia tocca il maxi schermo dei cinema, i registi occidentali la lasciano incarnare nelle vicende di singoli individui che puntano a narrare eventi molto più grandi. Siamo sommersi di film americani ed europei sull’Olocausto o sulle rivoluzioni del Settecento, ma riviviamo questi snodi del passato attraverso personaggi in cui ci immedesimiamo.

Non è questa la scelta compiuta dai registi nordafricani e mediorientali che hanno voluto raccontare al mondo che cosa sono state e che significato hanno avuto per le popolazioni locali le rivoluzioni arabe di dieci anni fa. I film confezionati in Paesi come la Tunisia, il Marocco, l’Egitto, la Siria hanno genesi contorte che rappresentano da sole la difficoltà di vivere in luoghi in cui la libertà era considerata un’utopia. Ciò che colpisce guardando queste opere – in alcuni casi si parla di registi alla primissima esperienza – è il modo in cui le proteste dilagate tra la metà di dicembre 2010 e il corso del 2011 si somigliano tutte, a prescindere dal luogo in cui sono avvenute. In prima linea ci sono sempre studenti – per lo più universitari, ma non solo – che richiamano i propri genitori e nonni alla rivolta contro i regimi che li hanno oppressi per decenni. Negli scontri lanciano pietre contro la polizia o verso i membri dell’esercito, si assiepano contro i palazzi del potere in un coro di “Dimettiti!”, “Vattene!”, “Vogliamo indietro la nostra dignità!”. Combattono nella consapevolezza di poter essere uccisi dai proiettili delle forze repressive, ma non cedono mai di fronte alla paura della morte. È il loro modo di denunciare al mondo l’ingiustizia e la corruzione di cui certi regimi sono capaci. Da Rabat a Manama, passando per Il Cairo, Damasco, Amman e Sana’a, tutti chiedono tre cose: libertà, giustizia, dignità. Sono le parole con cui i manifestanti hanno trovato la forza di ribellarsi all’oppressione coltivando il sogno di una società finalmente uguale per tutti, con la democrazia come unica forma di governo possibile.

A dieci anni da questi eventi, Magzine ha scelto tre film rappresentativi di altrettanti modi di narrare le rivoluzioni arabe.

Il primo è Karama has no walls, della regista scozzese-yemenita Sara Ishaq. Il documentario realizzato si concentra sulle proteste pacifiche e sulle successive repressioni violente che hanno sconquassato Sana’a, capitale dello Yemen. I 26 minuti del film si dipanano entro una doppia cornice che racconta quanto accaduto durante il Venerdì della Dignità (18 marzo 2011, giorno di massima protesta contro il regime trentennale di Ali Abdullah Saleh con 57 morti – di cui 23 bambini – e oltre 200 feriti) così come vissuto da due famiglie residenti a Sana’a. A loro si aggiungono i racconti di Nasr e Khaled, due giovani cameramen. Sono questi i protagonisti del documentario: grazie alle testimonianze raccolte e all’inserimento di alcune riprese realizzate proprio da Nasr e Khaled, la regista sottolinea l’importanza che il concetto di dignità ha rivestito per la popolazione yemenita. Il titolo stesso del film ne è una prova: karama significa dignità e il riferimento ai muri non è casuale. Durante le proteste a Sana’a, è stata costruita una barriera per separare in due tronconi i manifestanti. Quel muro sorto nel bel mezzo della strada, però, è diventato il simbolo ultimo della repressione ed è stato attaccato dalle persone in protesta fino a essere abbattuto. Sara Ishaq, cresciuta e rimasta in Yemen fino all’età di 17 anni prima di trasferirsi in Scozia, racconta da regista la città della sua infanzia attraverso i filmati di altri giovani registi, chiudendo l’opera con alcune precisazioni che impreziosiscono ancor di più il documentario: i due cameramen sono rimasti gravemente feriti nel corso delle successive proteste, ma questo non ha impedito loro di tornare dietro la telecamera una volta guariti. La lotta per la libertà in Yemen prosegue, così come non si arrendono tutti coloro che filmano ciò che accade per poterlo poi sottoporre agli occhi del resto del mondo. Karama has no walls è diventato un film simbolo della cinematografia dedicata alle rivoluzioni arabe e ha ottenuto i riconoscimenti della critica internazionale. Il più prestigioso è stato l’approdo alla cerimonia di premiazione degli Oscar nel 2014, dove l’opera è stata candidata nella categoria Miglior cortometraggio documentario. Sara Ishaq non ha vinto la statuetta, ma il messaggio della sua opera è comunque arrivato forte e chiaro anche in Occidente.

Il secondo film è The Uprising dell’inglese Peter Snowdon. A differenza di quanto fatto da Sara Ishaq, il regista non si concentra su un solo Paese, ma sulle rivolte scoppiate in sei Stati diversi: Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Siria e Yemen. Fin dall’inizio è evidente che l’opera sia frutto del lavoro di un occidentale, perché l’unico espediente narrativo che permette di raccogliere in un unico contenitore gli eventi dei Paesi interessati è una scritta, impressa al centro dello schermo, che specifica lo scorrere del tempo. Lo spettatore può leggere indicazioni come “Sette giorni fa”, “Sei giorni fa”, fino ad arrivare a “Ieri” e “Oggi”. Il documentario deriva da una sapiente e complessa opera di ricerca che il regista ha compiuto attraverso i social network, in particolare YouTube. I filmati utilizzati sono infatti stati caricati sulla piattaforma dai civili dei vari Paesi, in una profonda e veritiera rappresentazione di ciò che sono state le rivoluzioni e di come le persone le hanno vissute. Si tratta a tutti gli effetti di una grande collezione di testimonianze di citizen journalism, che ha coperto i principali momenti delle rivolte. Un po’ come accaduto a Karama has no walls, anche The Uprising ha ricevuto l’attenzione e il plauso della critica internazionale, trovando spazio per le proiezioni non solo in festival cinematografici come quelli di Torino ed Edimburgo, ma anche in musei, tra cui Palazzo Grassi a Venezia e il Museo d’Arte moderna di New York. Guardando il documentario, però, si percepisce il distacco emotivo dell’autore rispetto ai fatti e questo rende meno coinvolgente la visione anche per lo spettatore. La forza del film sta nelle testimonianze di chi ha manifestato o è stato suo malgrado travolto dalla violenza repressiva. È emblematica una sequenza dedicata a un giovane yemenita che parla dell’attacco subito dalla sua casa. “Ci hanno bombardato il tetto. Guardate cosa hanno fatto. Che sarebbe successo se mi fosse crollato tutto in testa? Al Qaeda vive forse tra i miei capelli? No. Allora che cosa ho fatto? Io manifesto con le parole e voi rispondete con i proiettili? Lo sapete che sono le tasse della gente ad averli comprati? Le persone lavorano duramente e pagano queste armi così che voi le usiate per difenderci da forze esterne, non per combattere contro il vostro stesso popolo”.

Il terzo film è My Makhzen & Me di Nadir Bouhmouch. Dei tre documentari è probabilmente quello che resta impresso con più facilità nella mente di chi guarda. Ambientato in Marocco nell’estate del 2011, l’opera si apre con la spiegazione del significato di Makhzen, termine che si riferisce alle élite a cui appartengono i membri del governo, il sovrano Mohammed VI, uomini d’affari e ricchi proprietari terrieri, gli alti ufficiali dell’esercito e i membri del servizio di sicurezza. Il regista confeziona un film completamente diverso dai due precedenti. Egli stesso torna in patria dopo anni di studio negli Stati Uniti e una volta giunto in Marocco prende parte alla rivoluzione, affiancando dei coetanei che come lui sono i protagonisti del film. Si narra la nascita del Movimento del 20 febbraio, una vera e propria chiamata alla rivoluzione che i giovani marocchini hanno diffuso attraverso i social network, portando migliaia di persone a sfilare non solo nelle strade della capitale Rabat, ma in tutto il Paese. Le sequenze di cui si compone il film sono state originariamente caricate dal regista su YouTube, ma a seguito delle pressioni esercitate dalla polizia e delle suppliche dei propri genitori, Nadir Bouhmouch le ha rimosse dalla piattaforma video e le ha montate assieme, dando vita al documentario. La sua opera è circolata in Marocco solo attraverso proiezioni clandestine; quando il regista ha tentato di presentarla ai festival nazionali del cinema, le autorità hanno minacciato la chiusura definitiva di questo tipo di attività. Il film è in bianco e nero. Si tratta di una scelta stilistica precisa, che rappresenta l’ennesima forma di rottura contro la monarchia che vige in Marocco. Come spiega Nadir Bouhmouch nel voice over che accompagna in alcuni momenti lo scorrere delle scene, uno degli slogan adottati dal governo per incentivare il turismo è “Marocco, una terra di colori”. “Vedendo lo stato in cui verte la mia nazione, mi trovo in totale disaccordo”, spiega il regista. Pian piano quindi il colore scema ed è sostituito da una scala di grigi che simboleggia la povertà e l’oppressione della popolazione. Il coinvolgimento di Bouhmouch è totale: è protagonista, primo testimone della rivoluzione, autore delle riprese. Proprio per questo anche lo spettatore è coinvolto nell’azione. Ci si dimentica di star guardando un film, perché chi osserva viene scagliato direttamente nel cuore della rivoluzione, in mezzo ai manifestanti e tra i proiettili vaganti sparati dall’esercito.

Karama has no wallsThe Uprising e My Makhzen & Me sono solo alcuni dei numerosi esempi del cinema nordafricano e mediorientale al servizio dell’informazione. Sono opere da guardare con attenzione e in silenzio, capaci di suscitare più di un interrogativo allo spettatore occidentale. Il paragone tra la forza di combattere a causa della disperazione e l’indolenza dei paesi europei, assopiti nella loro tranquillità quotidiana, nasce spontaneo. Viene da chiedersi se in Europa – e in Italia nello specifico – le persone siano ancora in grado di scendere compatte in piazza per il bene comune e non solo per tutelare ciascuno i propri interessi. In questo senso, forse, le rivoluzioni dal basso portate avanti in Africa e Medio Oriente potrebbero essere d’esempio per aprire una profonda riflessione su ciò che sono oggi le società occidentali, chiuse nel proprio egoismo e incapaci di capire la portata epocale di eventi accaduti sull’altra riva del Mediterraneo.