«La fotografia è una vocazione, è la curiosità che ti porta a scoprire, a conoscere». Elisabetta Loi, fotoreporter sarda, racconta il suo percorso nel mondo del fotogiornalismo: l’influenza paterna, la “sfida” personale vinta in Afghanistan, il reportage in Perù. Senza mai dimenticare la sua terra e, soprattutto, mantenendo sempre fede alla sua indole.

Come nasce la sua passione per la fotografia?

«Nasce tutto con mio padre, un fotoreporter: è stato lui a trasmettermi la passione per la fotografia. Sin da piccola ho seguito le sue orme. Mi piaceva aiutarlo, ascoltare i suoi racconti. Praticamente posso dire di essere cresciuta nella camera oscura. Nel corso degli anni ho visto lo sviluppo e per certi versi il cambiamento del fotogiornalismo, il cui spazio nelle testate italiane si sta progressivamente riducendo».

Lei è una fotoreporter freelance, con svariate collaborazioni. Come nascono solitamente i suoi progetti? Come individua gli scenari da raccontare?

«Lavorare da freelance ti permette di spaziare su diversi fronti, di sviluppare le tue idee, di fare il tuo percorso. Solitamente, cerco di seguire temi che catturano la mia attenzione, che stimolano la mia curiosità, cercando di far emergere il mio punto di vista sull’argomento. In alcuni casi, capita di avere minori margini di libertà e allora si cerca di modulare il proprio progetto in base alle esigenze della testata. Per via della mia indole “spericolata”, tendenzialmente mi commissionano reportage piuttosto movimentati, dai trekking agli itinerari in canoa. Purtroppo, però, non sempre si riesce a lavorare come si vorrebbe: a volte si ha di fronte un testo già preparato sul quale sviluppare il proprio servizio. Ma molto spesso chi scrive il testo non è stato sul posto e spetta a noi fotoreporter correggere eventuali errori».

I reportage dall’Afghanistan sono frutto della sua indole “spericolata”?

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© Elisabetta Loi, dal suo reportage in Afghanistan

«Crescendo al fianco di un fotoreporter, l’idea di un reportage dal fronte mi ha sempre affascinato. Un sogno che mi ha accompagnato negli anni, ma che non avevo il coraggio di realizzare. Poi la vita mi ha messo di fronte ad una sfida più grande: nel 2009 mi è stato diagnosticato un tumore. Di fronte a situazioni del genere, le prospettive cambiano totalmente. L’idea di quel reportage è stata un’ àncora, un modo per aggrapparmi alla vita. E tre anni più tardi sono partita embedded con la Brigata Sassari, per la realizzazione di quel sogno».

Dopo le devastazioni della guerra del 2001, l’Afghanistan era una terra che cercava di rialzarsi. Come si è approcciata a quel contesto? In che modo è riuscita a raccontare quel mondo?

«In quella situazione, ho cercato di calarmi nel contesto in punta di piedi, evitando di spettacolarizzare l’argomento. Prima della partenza c’è stato un duro lavoro di preparazione e documentazione; una volta lì, però, tutto è cambiato: sono subentrate la tensione, l’emotività. Ho cercato di esprimere il mio punto di vista su quella terra, rispettando sempre la situazione. Del resto, in contesti del genere, in cui ci si muove sempre con la scorta, è normale sottostare a determinate imposizioni. Lo stesso rispetto che ho cercato di portare alle persone locali con cui mi sono approcciata, cercando di comprendere la loro condizione. Mi sono affidata alle immagini per raccontare le loro difficoltà».

In contesti del genere è umano avere paura. Come è riuscita a gestirla?

«Un pizzico di paura c’era già prima di partire, anche se mascherata dall’adrenalina. Avevo mille cose che mi circolavano nella testa, pensavo a quello che avrei fatto una volta raggiunto l’Afghanistan. Mi rendo conto solo ora, raccontandolo, come ho gestito la paura. Quando sei lì, ogni volta che esci dalla base a bordo di un lince (l’autoblindo dell’esercito italiano, ndr), circondata da militari e medici, realizzi che ogni situazione potenzialmente può essere pericolosa. E allora cerchi di avere sangue freddo, sicuro di quello che stai facendo e degli insegnamenti che hai ricevuto».

Dall’Afghanistan al Perù, con il suo recente reportage sulle forme di lavoro minorile organizzato. Come è nato il progetto? Come la fotografia le ha permesso di trattare un fenomeno che in Occidente conosciamo in modo marginale?

«A volte basta una chiacchierata con una persona per aprirti la mente. Insieme con il mio compagno Sergio Melis, anche lui fotoreporter, siamo venuti a conoscenza di queste forme di lavoro organizzato e gestito interamente da bambini. Non si tratta di sfruttamento, che è una piaga che comunque esiste, ma di movimenti di bambini che lavorano, studiano e usufruiscono di forme di micro-credito. E lo fanno assolutamente consapevoli dei loro diritti. Sembra impensabile per noi occidentali, per questo abbiamo deciso di conoscere da vicino la loro storia. Ci siamo resi conto che un lavoro fotografico non era sufficiente, non avrebbe documentato tutto. Per questo abbiamo cercato un equilibrio tra le immagini e le testimonianze rese attraverso il video. Solo così avremmo potuto trattare il fenomeno da tutte le angolazioni. Tuttora stiamo lavorando alle traduzioni per offrire un documento il più completo possibile dal punto di vista informativo».

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© Elisabetta Loi, dal suo reportage in Perù

 

Durante questi anni qual è stata la sua fotografia ideale, quella che avrebbe voluto scattare?

«Non sempre la tua migliore foto è quella che scatti, a volte capita di avere una foto in mente, ma poi rinunci a scattare per una questione di rispetto. Come è accaduto in Perù, di fronte all’abbraccio di due fratellini ai quali io e Sergio avevamo regalato due monete. Era un’immagine fantastica, una situazione perfetta da ritrarre. Eppure ho preferito non scattare quella foto. È un’immagine che ho preferito vivere, piuttosto che documentare».