«Ho scelto questo mestiere perché lo sottovalutavo e perché amo Milano. Era il mio terzo giorno di lavoro. Mi avevano assegnato il turno serale, all’aeroporto di Linate. Era inizio novembre. Piovigginava, c’era già la nebbia. Una coppia abbastanza giovane, sulla quarantina, molto elegante sale a bordo. Parto. In viale Umbria il signore abbassa il finestrino. Io guardo perplesso lo specchietto retrovisore. Il tempo di arrivare al semaforo successivo, e fa lo stesso con il finestrino sul lato della moglie. Lo vedo sbottonarsi il cappotto e si allenta il nodo della cravatta. Ad un certo punto l’uomo inizia a sventolarsi ed esclama: “Mi manca l’aria! Non respiro!”.Gli chiedo se vuole che io accosti l’auto.

Lo guardo, è pallido. Poi livido in viso. Si accascia sul sedile. Penso svenuto. Inizia a salirmi un po’ d’ansia. Con le gambe che tremano accosto appena possibile. Scendo e assieme alla donna cerco di svegliarlo. Gridiamo, lo schiaffeggiamo, gli lancio dell’acqua in viso. Il panico mi invade. Niente. Non respira più. Chiamo subito l’ambulanza, che in un attimo arriva.Nel frattempo si ferma anche una volante della polizia di pattuglia. I soccorritori del 118 tirano fuori l’uomo dalla mia macchina e lo adagiano sul marciapiede. Le tentano tutte ma alla fine smettono di ballargli intorno, non possono fare altro che constatarne il decesso. La polizia scrive il verbale. La signora urla e piange. Sono rimasto li finché tutti non se ne furono andati e poi me ne tornai a casa».

(Fabrizio R., via Pontaccio)