Le immagini delle vetrine dei negozi spaccate, delle macchine bruciate, delle centinaia di ragazzi no-Expo incappucciati e vestiti di nero nella giornata del primo di maggio, per l’inaugurazione dell’Esposizione Universale, sono state trasmesse da tutti i media mainstream. Francesca, 24 anni, era in tenda sui monti sopra Colico: la sera ha acceso il suo smartphone e ha scoperto cosa era successo a Milano. Maria, 24 anni, stava studiando per un esame e ha seguito la diretta via streaming al computer. Paolo, 62 anni, era a casa con la televisione accesa.
Francesca, Maria e Paolo non si conoscono ma, con il passare delle ore, oltre alla rabbia nel vedere la loro città devastata, hanno pensato la stessa cosa: facciamo qualcosa per ripulirla.
Nel frattempo la casella e-mail del Comune veniva riempita di messaggi da persone. Tutti comuni cittadini, pronti a rimboccarsi le maniche per riconvertire in bellezza la furia dei devastatori. Poi, 20mila milanesi sono scesi in piazza per la manifestazione “Nessuno tocchi Milano”, domenica 3 maggio, una novità assoluta per la città.
Erano giovani, anziani, famiglie, associazioni antigraffiti, boy scout, persone di destra, di sinistra e disinteressate alla politica. Elena, studentessa di giurisprudenza, ne è entusiasta: “Milano quando c’è da rispondere, c’è. Sono rimasta molto colpita dal mio professore di diritto privato che ha deciso di scendere in piazza con il figlio di otto anni. Voleva fargli capire cosa vuol dire essere cittadini”. Luca Foschi, consigliere di zona 1, spiega così l’origine dell’iniziativa: “L’esigenza di scendere in piazza dimostra che esiste una città sensibile, disposta a rinunciare a una domenica fuori porta per dovere civico. La cosa bella è che nato tutto dal basso e in modo spontaneo. L’amministrazione comunale ha fornito solo la logistica. Per questo io non voglio neanche chiamarla manifestazione. Non voglio usare un termine che si possa ricondurre a una strategia politica”. «Il mio professore di diritto privato ha deciso di scendere in piazza con il figlio di otto anni. Voleva fargli capire cosa vuol dire essere cittadini»
In effetti, non si sono viste bandiere di partito o striscioni, eccetto qualche tricolore. L’unico momento in cui la politica ha fatto capolino è stato quando Claudio Bisio dal palco ha intonato il coro “Ripensaci” per convincere Giuliano Pisapia a ricandidarsi come sindaco.
I milanesi sono scesi in piazza per dimostrare il proprio senso civico e per ripulire le scritte dai muri. È stato un evento sia simbolico che concreto. Non tutti sono riusciti a portare avanti la loro azione di volontariato perché non ci si aspettava una così partecipazione così ampia di cittadini: le spatoline, i guanti e i grembiuli non erano sufficienti. Tra gli obiettivi della manifestazione, qualcuno ha voluto vederci anche una posizione favorevole ad Expo. Paolo ne è convinto: “Tante persone hanno partecipato all’evento solo per senso civico e contro la violenza. Purtroppo una minoranza ha cercato di strumentalizzare l’evento contro i “No Expo” e questo non mi è piaciuto per niente”.
Una disposizione d’animo “pro Expo” è stata sentita particolarmente da chi condanna la violenza ma che, con ben altra tenacia, difende le sue ragioni contro l’esposizione universale: Francesca è una di questi: “Io non mi sono pentita di aver partecipato. Volevo fare un gesto positivo per la mia città. Però, forse in piazza c’era anche lo spirito della Milano conservatrice. Questo ha bloccato tanta gente che la pensa come me. Una buona parte di coloro che hanno partecipato al corteo del primo maggio in forme pacifiche, non ha replicato il 3 maggio ed è un gran peccato”. E quando, nel tardo pomeriggio, Maria e i suoi amici, stanchi dopo aver grattato via scritte dai muri per diverse ore, sono entrati un bar per rilassarsi, e il barista ha chiesto “siete venuti qua perché siete a favore dell’Expo”, Maria ha risposto: “No, siamo qui perché siamo cittadini”.