Chi dice che Expo è una grande occasione per tutti? A parlare con Annamaria Gallone, non sembra proprio così. La fondatrice e direttrice artistica del Festival del Cinema africano, d’Asia e America Latina (fino al 10 maggio) – da più di vent’anni un punto di riferimento per gli appassionati del genere a Milano, con pellicole di qualità e centinaia di iniziative culturali – è sicura nell’affermare che l’esposizione universale ha danneggiato la sua creatura a tal punto che il festival, quest’anno rischiava di non festeggiare il suo venticinquesimo compleanno.

«Noi abbiamo aderito a Expo con entusiasmo creando una sezione apposita dedicata al cibo dal titolo Film that feed, ma a noi non ha portato i vantaggi sperati perché molti dei piccoli finanziatori che prima ci sostenevano hanno dirottato i loro fondi in quella direzione sottraendoli alla nostra manifestazione». La situazione è stata resa ancora più grave dalla mancanza di finanziamenti pubblici – basti pensare che i fondi del ministero degli Affari Esteri sono passati da 150mila euro a zero nel giro di pochissimo tempo – e dal passo indietro di Eni. «il nostro storico main sponsor ha cambiato la sua politica aziendale decidendo di dirottare i soldi per finanziare iniziative in altri Paesi», spiega Alessandra Speciale che affianca ormai da 23 anni Gallone nella direzione artistica.Dopo avere perso lo sponsor principale, il festival ha saputo reinventarsi e tenere duro, anche con un quinto del budget a disposizione

Il risultato è un festival che, con un quinto del budget a disposizione, ha dovuto stringere la cinghia: ai tagli al personale e al numero dei film proposti si aggiunge una riduzione degli ospiti presenti. «Nonostante queste difficoltà – racconta Speciale – una delle conseguenze positive della crisi, se così si può dire, è stata la spinta all’ottimizzazione delle risorse. Abbiamo prima di tutto fatto rete attivando collaborazioni con altri enti. In particolare, abbiamo creato il Milano Film Network, un’associazione finanziata dalla fondazione Cariplo che riunisce sette festival che si svolgono a Milano in periodi diversi dell’anno e quindi possono condividere il personale e gestire al meglio i costi».

Il regista di “Timbuktu” sul set [© Arnaud Contreras]

Il regista di “Timbuktu” sul set [© Arnaud Contreras]

La difficile situazione economica e il crescente disinteresse per la cultura hanno messo in ginocchio molte di queste iniziative, ma il Festival del Cinema africano, d’Asia e America Latina ha resistito con risultati significativi: «L’anno scorso abbiamo avuto circa 20mila spettatori e anche per quest’anno siamo fiduciosi» dice Gallone. Se le si chiede di tratteggiare un profilo del visitatore medio, Annamaria non ha dubbi: «Oggi il nostro è un pubblico allargato e multietnico e comprende anche molti immigrati. Per loro che spesso non tornano a casa da molto tempo, partecipare al festival significa avere la possibilità di rivedere i luoghi e i paesaggi della loro terra di origine».«Parecchi di questi registi li abbiamo allevati noi. C’è un profondo rapporto umano che ci lega con loro»

Venticinque anni fa, quando il festival era alla sua prima edizione, il pubblico era costituito soprattutto da cinefili o appassionati del continente africano. All’inizio, infatti, il focus della manifestazione era soltanto l’Africa. «Rientrata dall’Angola dopo 18 anni – ricorda Gallone –, ho ricevuto una telefonata da don Francesco Pedretti che mi ha proposto di creare una rassegna sul cinema africano. La rassegna si è presto trasformata in un festival che ha allargato i suoi confini fino a comprendere l’Asia e l’America Latina». Gallone e Speciale seguono da vicino la gestazione di molti dei film che vengono presentati, «parecchi registi li abbiamo allevati noi: ad esempio, ricordo quando un ancora sconosciuto Abderrahmane Sissako arrivò a Milano per la prima volta. Era malato di malaria, aveva la febbre altissima e lo abbiamo curato. Così è iniziato un profondo rapporto umano che dura ancora oggi che il suo Timbuktu è stato candidato all’Oscar».

Anche quest’anno partecipano al Festival registi da ogni parte del mondo con circa 70 film che la maggior parte delle volte sono disponibili in prima visione nazionale. «Avremo addirittura delle pellicole che saranno in prima visione mondiale. Ma questo non è l’unico motivo che dovrebbe spingere le persone a venire a trovarci: il Festival offre innanzitutto la possibilità di vedere film che altrimenti resterebbero esclusi dal circuito cinematografico tradizionale. Inoltre, ogni lungometraggio ci aiuta a scoprire qualcosa che non sapevamo sulle persone che sempre più spesso ci ritroviamo accanto, che sia la nostra colf oppure il lavavetri ai semafori».