In Europa c’è chi lo critica per il pugno di ferro contro i migranti e chi invece lo elogia per il suo operato in difesa dell’interesse nazionale. Orbán, premier ungherese per la prima volta tra il 1998 e il 2002, dal 2014 è al suo terzo mandato, ma il suo non è stato un percorso lineare. Nel 1988 fonda il piccolo movimento di opposizione Fidesz – Alleanza dei giovani democratici, che chiede libere elezioni e il ritiro delle truppe sovietiche. Nel 1990 il movimento entra in Parlamento e si caratterizza per le sue posizioni anticomuniste e filo-occidentali, è attento ai temi sociali e promotore del liberismo economico.
Un tempo progressista e liberale, negli anni Novanta Orbán si rende protagonista di una svolta politica: influenzato dal primo ministro democraticamente eletto nel Paese, József Antall, abbraccia una politica nazionalista e conservatrice, caratterizzata da un ritorno dello Stato nell’economia. Il cambio di rotta è vissuto come un vero tradimento dalle élite politico-culturali, non solo ungheresi, e già al tempo del suo primo governo Orbán viene ripetutamente attaccato dalla stampa europea, che lo accusa di trasformare l’Ungheria in uno Stato autoritario. In questi anni Orbán perde visibilità a livello politico, ma rimane a capo del suo partito, mentre tesse la sua rete di rapporti europei, divenendo per ben tre volte vicepresidente del Ppe. Dovrà però aspettare il 2010 per riportare Fidesz a un nuovo trionfo elettorale.Nella visione strategica di Orbán «è meglio avere più operai specializzati e meno laureati sottoccupati»Nella visione strategica di Orbán, definita “Orbanomics”, il ritorno dello Stato nel controllo dell’economia punta a favorire gli investimenti esteri in settori produttivi come l’industria meccanica e automobilistica; contribuisce a creare un capitalismo nazionale e una società basata sul lavoro, anche manuale, contrapposta a quella dell’assistenzialismo e della speculazione finanziaria (Orbán afferma spesso di volere «più operai specializzati e meno laureati sottoccupati»). Apprezzato dai suoi elettori anche per il suo pragmatismo, Orbán viene rieletto nel 2014, sfiorando la maggioranza assoluta in Parlamento. E i recenti sondaggi interni premiano, di fatto, anche la sua gestione della crisi migratoria: il tasso di gradimento del partito di Governo è salito a livelli record nell’estate 2015 e da allora si attesta sul 45-50 per cento. Forte di questo successo, di recente il premier ha dichiarato che tutti i migranti, anche quelli che chiedono legittimamente asilo, saranno messi in detenzione: una misura già sospesa nel 2013 a causa delle pressioni internazionali.
Orbán conosce bene i confini della tolleranza europea e sa quando oltrepassarli a proprio favore: «Andremo contro le norme internazionali precedentemente accettate, ma dobbiamo difenderci dalla minaccia islamista», si giustifica l’Ungheria. Una decisione che scandalizza per lo stile muscolare, che irrita perché non è che l’ultima di una serie (viene infatti sia dopo la costruzione della barriera di filo spinato al confine ungherese, sia dopo il referendum – anche se mancato – per non accettare le quote di profughi imposte dall’Unione), ma che non nasconde una precisa visione strategico-governativa di questo Paese rispetto alla questione, quella che invece manca a Bruxelles.
Come sostiene lo storico Stefano Bottoni, membro dell’Accademia ungherese delle Scienze, «Orbán e i suoi consiglieri credono davvero che l’Europa e la sua civiltà siano arrivate a un bivio e considerano apertamente l’arrivo di masse islamiche nel continente un problema di sicurezza collettiva. Sulla base dei rapporti di intelligence pervenuti ai servizi europei sin dall’estate 2015, il Governo sa che dietro all’arrivo di milioni di persone si celano gruppi criminali di natura ideologica, impegnati in una lucrativa tratta di esseri umani».
L’Europa ha bisogno di un cattivo e Orbán non ha paura di esserlo, se questa si rivela la scelta giusta per l’Ungheria
«I leader europei come la Merkel, impegnata a raccogliere voti per settembre – continua Bottoni – sanno benissimo di avere bisogno di figure come Orbán: criticabili in pubblico, collaborative in privato. Dietro la chiusura dei confini vi è proprio la stessa Germania di Angela Merkel che, pronta a criticare la mancanza di umanità lungo la rotta balcanica, è ormai impossibilitata a gestire l’emergenza. Merkel, che subordina tutto alla propria rielezione, sa benissimo di avere bisogno alla periferia del proprio impero economico di figure come Orbán». Insomma l’Europa ha bisogno di un cattivo e Orbán non ha paura di esserlo, se è la scelta giusta per l’Ungheria, anche a conferma di una diversa concezione della stessa Unione. Riferendosi al discorso di inaugurazione del neopresidente americano Donald Trump, Orbán ha ricordato che è un diritto di tutte le nazioni mettere al primo posto i propri interessi. Per il premier ungherese l’epoca delle decisioni collettive e multilaterali è finita: è tempo di rapporti bilaterali anche tra Paesi che rispondono alla stessa bandiera blu-stellata. Una soluzione per rendere l’Europa «di nuovo grande», come ha asserito il leader magiaro, ispirato dallo slogan di Trump “Make America Great Again”.