“Ripristineremo ogni politica di confine dell’amministrazione Trump e fermeremo tutti gli arrivi di immigrati clandestini. Completeremo il muro di confine, sposteremo grandi porzioni delle forze dell’ordine federali in quelle dell’immigrazione e utilizzeremo tecnologie avanzate per monitorare e proteggere il confine. Utilizzeremo tutte le risorse necessarie per fermare l’invasione, incluso lo spostamento di migliaia di truppe attualmente di stanza all’estero verso il nostro confine meridionale”. All’interno dell’Agenda 47, il programma elettorale repubblicano delle ultime elezioni, il tema dell’immigrazione clandestina occupa il secondo posto in scaletta. Subito dopo l’inflazione. Cavallo di battaglia della prima amministrazione Trump, il Muro tornerà adesso al centro dei dibattiti. Quella barriera iniziata da George Bush nel 1990, portata avanti da Bill Clinton e dalla seconda amministrazione Bush, fino all’arrivo del tycoon, che nella campagna presidenziale del 2016 annunciò di volerla potenziare e, sostanzialmente, completare. Alla scadenza del suo mandato nel 2021, però, risultarono costruiti 452 miglia di muro (730 km circa): meno di ognuno dei presidenti precedenti. Solo 48 miglia (79 km) sono state realizzate in zone precedentemente prive di barriere.
Nel 2017, all’inizio della prima amministrazione Trump, furono quattro le imprese scelte per la realizzazione dei prototipi del muro: la Caddell Construction di Montgomery, Alabama; la Fisher Sand e Gravel del North Dakota; la Texas Sterling Construction di Houston; la W.G. Yates e Sons Construction Company di Philadelphia, Mississippi. Alla Fisher Sand & Gravel, Trump affidò la costruzione di 42 miglia di muro in Arizona, per una cifra di 1,3 miliardi di dollari. «È stata l’azienda che ha offerto il prezzo più basso per il progetto», dichiarò il senatore repubblicano del North Dakota Kevin Cramer. L’operazione finì subito sotto investigazione da parte dell’ispettore generale del dipartimento della Difesa, poiché Tommy Fisher – proprietario della compagnia – fu uno dei donatori a sostegno di Cramer nel ciclo di elezioni del 2018. Lo stesso Fisher fu infatti invitato a partecipare al Discorso sullo Stato dell’Unione tenuto da Trump nello stesso anno al Congresso. La stessa Fisher Sand & Gravel era già nota alle cronache americane per numerosissime violazioni di carattere ambientale e non solo: nel 2010 la città di Phoenix presentò 467 accuse penali contro la società, derivanti principalmente da violazioni nella costruzione dell’impianto di asfalto di una struttura. La compagnia pagò 243mila dollari di multa. A sanzionare pesantemente la società nel 2011 fu invece la Commissione per le pari opportunità di lavoro: 150mila dollari per discriminazione e ritorsione. Nell’aprile 2013, la Fisher Sand & Gravel pagò 500mila dollari per risolvere una causa civile intentata dallo Stato dell’Arizona per violazioni della qualità dell’aria e dell’acqua che si estendevano su sei contee. La stessa compagnia fu anche multata per 150mila dollari, sempre nel 2013, dall’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) per “mancato rispetto delle normative sulla mitigazione della polvere” in tre impianti di produzione di sabbia e ghiaia nel 2010.
La Caddell Construction, quando nel 2020 vinse l’appalto del Governo per la costruzione di circa 14 miglia di nuova barriera nella contea di Webb, in Texas, era già stata sanzionata per avere, nel 2011, subappaltato alcuni lavori ad un’impresa che assumeva immigrati irregolari. Ironia della sorte. La Caddel pagò più di 3 milioni di dollari tra sanzioni civili e penali. Una cifra comunque irrisoria rispetto al valore del contratto firmato neanche dieci anni più tardi con l’amministrazione Trump: 275 milioni di dollari.
Stabilire con certezza quali saranno le prossime mosse del tycoon per riprendere la costruzione del muro resta, ad oggi, complicato. Di sicuro, la poca trasparenza delle scelte passate non lascia ben sperare.