La guerra tra Russia e Ucraina ha segnato un punto di svolta nell’utilizzo della tecnologia militare, grazie a strumenti sino a quel momento mai così adoperati: i droni, diventati onnipresenti e decisivi sul campo di battaglia. Come evidenziato dall’esperto dell’Istituto Affari Internazionali Nicolò Murgia, l’evoluzione di questi sistemi ha radici decennali, ma è in quest’ultimo conflitto che si è verificato un cambio di paradigma senza precedenti. Per comprendere la portata di questa evoluzione, è necessario ripercorrerne le fasi.

All’inizio del conflitto e già prima del febbraio 2022, i droni vengono utilizzati prevalentemente per raccogliere informazioni sulla posizione di assetti e formazioni militari del nemico, da utilizzare in particolare a supporto dell’artiglieria, che successivamente si coordinerà per effettuare le offensive. In questa fase iniziale, anche nel caso ucraino, i sistemi presenti sono relativamente complessi, dal costo unitario particolarmente elevato, impossibili dunque da poter utilizzare su larga scala o con leggerezza.
Con il progredire della guerra, in particolare nel periodo tra la fine del 2022 e il 2023, avviene un cambiamento significativo: il passaggio a tipologie di droni sino a quel momento utilizzati a scopo amatoriale, più piccoli ed economici, pertanto sacrificabili senza ingenti perdite finanziarie. Tuttavia, il problema sorto da questo cambio di sistema risiede proprio nel fatto che fossero acquistabili potenzialmente su qualsiasi piattaforma di e-commerce. All’epoca, i principali produttori di questa tipologia di droni, la classe DJI Mavic, sono i cinesi.

Anni di battaglia hanno reso l’Ucraina un produttore avanzatissimo di droni. Ma si tratta di una competenza speculare, pari e contraria, a quella del nemico: la Russia

Si pone dunque una questione, ovvero in che modo sviluppare e produrre questi droni nel contesto domestico. Non essere più dipendenti da un mercato esterno, ma controllare lo sviluppo e la produzione di questi droni è un fattore cruciale. Il 2023 è un anno fondamentale da questo punto di vista: comincia una produzione di droni di piccola taglia, processo tuttora in corso. “Si avvia una produzione che non riguarda solo l’assemblaggio dei droni ma anche tutte le componenti: parliamo, per esempio, di videocamere, di stabilizzatori. È chiaro che se gli elementi fondamentali per la produzione del drone vanno acquistati sul mercato estero il problema non è risolto. Quindi, si può dire che l’intera filiera diventa domestica, quindi è in mano agli ucraini stessi” spiega Murgia. Altro aspetto rilevante è non solo la possibilità di produrre questi droni, ma di produrli anche in volumi significativi: “Ricordiamo che stiamo parlando di droni particolarmente semplici che hanno un elevato rischio di essere abbattuti. Quindi la quantità, in questo caso, è di per sé una qualità fondamentale”, sottolinea l’esperto.

Da strumento per operazioni di intelligence e ricognizione, il drone si è evoluto in una vera e propria piattaforma/sistema d’attacco: sono comparsi così i FPV (First Person View), guidati tramite visori, che permettono al pilota di vedere esattamente ciò che vede il drone, e i droni kamikaze. Murgia spiega poi le differenze tecniche di utilizzo di queste tipologie di droni: “I droni kamikaze con un carico esplosivo vengono diretti dritti sull’obiettivo specifico, implodendo all’impatto; i First Person View, invece, hanno spesso un meccanismo di rilascio per cui non è il drone nella sua interezza che esplode, ma rilascia una granata o un colpo di mortaio in corrispondenza dell’obiettivo”. Più complessi sono i sistemi di Loitering Munitions, capaci di circuitare sopra un’area finché non individuano un bersaglio, sebbene il loro costo elevato ne abbia limitato l’impiego rispetto ai più economici FPV. L’efficacia di questi mezzi è tale che, in alcune fasi, i droni sono diventati la principale causa di morti e feriti, superando persino l’artiglieria. Un ulteriore vantaggio rappresentato da questi nuovi sistemi di droni, come sottolinea Murgia, è il fatto che richiedano team operativi decisamente più snelli: un pilota, un navigatore e un operatore per il munizionamento, oltre a tempi di addestramento molto brevi.

Per quanto riguarda il sistema produttivo di queste tecnologie, Ucraina e Russia presentano due modelli opposti. L’Ucraina ha adottato un modello orizzontale estremamente dinamico, composto da una miriade di startup, piccoli gruppi di volontari e aziende private che collaborano con le industrie di Stato come la Antonov. “Un mercato molto flessibile, allo stesso tempo molto frammentato, con problemi di standard qualitativi e di certificazioni perché sono vi operano molti attori, ma al contempo molto reattivo, quello che fondamentalmente manca per varie ragioni, a partire dal non essere in un conflitto attivo, ai Paesi europei” spiega Murgia, rivelando inoltre un dato interessante: “Circa l’80% delle startup che operano nell’industria dell’Ucraina non erano attive prima del febbraio 2022″, segno di una reattività straordinaria dettata dalle necessità del fronte. Questo ecosistema ha permesso all’Ucraina di passare da una produzione di 600mila droni nel 2023 all’incredibile cifra di 2,2 milioni nel 2024.

Mosca, al contrario, ha un sistema di sviluppo e produzione strutturato in senso verticale, quindi con un numero non elevato di attori coinvolti, prevalentemente se non esclusivamente, legati allo Stato. Questo significa, sempre secondo l’esperto dello IAI, che non vi è la stessa reattività rispetto al sistema ucraino, le dinamiche dell’innovazione sono diverse, ma al tempo stesso la disponibilità di fondi per la ricerca e lo sviluppo è maggiore, bilanciando così in qualche modo la flessibilità mancante con una possibilità di finanziamenti più consistenti. Oltre a utilizzare i droni iraniani Shahed, la Russia ha avviato una produzione domestica di sistemi kamikaze come i Geran e droni “finti” denominati Gerbera, questi ultimi allo scopo di saturare le difese aeree ucraine per facilitare l’ingresso dei droni carichi di esplosivo.

Murgia sottolinea inoltre una dinamica speculare: “Le due parti si imitano a vicenda, anche grazie al fatto che le piattaforme vengono abbattute facilmente, rendendo semplice verificare gli sviluppi tecnologici del nemico”.

L’esperienza ucraina è diventata un asset fondamentale per il Paese, spendibile a livello strategico nei rapporti con le altre potenze. Kiev ha sviluppato infatti competenze nella difesa contro i droni che nessun altro Paese possiede. “L’Ucraina è già in qualche modo in una posizione trainante, avendo sviluppato un know how diretto che nessun altro Paese europeo possiede” sostiene Murgia, citando poi, tra gli esempi di queste conoscenze e competenze spendibili, anche i Paesi del Golfo i quali, “dovendo rispondere agli attacchi iraniani condotti con droni, hanno chiesto supporto all’Ucraina, che allo stato attuale ha delle capacità di impiego di contromisure rispetto a questi droni, oltre l’impiego per scopi offensivi”.
Mentre i futuri programmi di difesa cercheranno di integrare droni autonomi e velivoli con equipaggio, quanto appreso dal conflitto ucraino rimarrà una lezione su cui verrà costruita la dottrina della guerra del futuro, almeno in parte. Sicuramente, tutta una serie di fattori, legati all’utilizzo nei conflitti dei droni, non scomparirà: “Il drone, come sensore, è parte di una rete di dati che convoglia molto rapidamente molte informazioni ad un sistema integrato di comando e controllo, ed è un qualcosa che tendenzialmente rimarrà”, sottolinea Nicolò Murgia. Tuttavia, è difficile potersi sbilanciare in previsioni: “Quanto tutte queste lezioni apprese dalle forze ucraine potranno essere replicate in futuro è ancora un interrogativo aperto”, conclude l’esperto.