Che l’editoria non navighi in buone acque è sotto gli occhi di tutti da ormai molto tempo. Sintomatica è la crisi profondissima in cui versa Vice, che l’anno scorso ha presentato istanza di fallimento. Il fondo di private equity che ha in gestione la testata ha annunciato poche settimane fa una drastica riduzione del personale della divisione digitale. Centinaia di lavoratori, su un totale di 900, verranno licenziati in vista di una cessazione definitiva delle pubblicazioni sul sito web, che non verrà più aggiornato. In altre parole, Vice.com verrà chiuso per sempre. Non è più «costo-efficiente», per usare le parole dell’amministratore delegato Bruce Dixon, che ha giustificato la decisione del gruppo chiamando in causa «lo scenario in continua evoluzione» dell’editoria digitale.
Alla crisi di Vice ha senz’altro contribuito una gestione finanziaria che negli ultimi anni era diventata tutt’altro che brillante. Tuttavia, il suo non è affatto un caso isolato. Nell’ultimo anno sono state fortemente ridimensionate testate online come BuzzFeed News, Protocol, Gawker, Sports Illustrated, Huffington Post. Per anni ci si è illusi che, al netto di un giornalismo tradizionale su carta condannato alla scomparsa, quello digitale si sarebbe potuto salvare grazie alla pubblicità. Oggi che il grosso della pubblicità online è stata dirottata verso colossi come Meta, Google e Amazon, i siti di informazione faticano a garantirsi introiti sufficienti dagli inserzionisti. A pagare il prezzo più caro sono le testate più piccole che non hanno diversificato le fonti di entrate.
Un caso emblematico è rappresentato da Pitchfork, che sul suo sito internet si fregia del titolo di “voce più affidabile della musica”. Potrà farlo ancora per poco: Condé Nast ha recentemente annunciato che Pitchfork sarà fuso con GQ, altra testata del gruppo editoriale. E non è stato di nessuna consolazione il fatto che la sentenza di morte sia stata pronunciata da Anna Wintour in persona. Si chiude così un’avventura lunga 28 anni, nata nel 1996 dal sogno di un impiegato di un negozio di dischi del Minnesota con l’obiettivo di divenire una delle voci più autorevoli e influenti nel campo del giornalismo musicale.
Un caso ancora più eclatante è quello di Hairpin, un sito di informazione specializzato in approfondimenti di società. Fondato nel 2010, è stato costretto a chiudere nel 2018. La ragione? La già citata crisi della pubblicità. Oggi però Hairpin è rinato, ma sarebbe stato meglio che rimanesse morto: a gestirlo non c’è più una redazione di giornalisti in carne ed ossa ma computer che sfornano articoli su articoli grazie all’intelligenza artificiale. Si tratta, come facilmente intuibile, di articoli acchiappa click di scarsa qualità. Dietro il nuovo Hairpin c’è Nebojša Vujinović Vujo, un dj serbo (sic) che ha deciso di dedicarsi a un business del tutto particolare: compra siti morti, tutti ben indicizzati sui motori di ricerca, e li resuscita riempiendoli di articoli generati dall’AI. Un’attività discutibile ma senz’altro redditizia.
La storia di Hairpin è indicativa di quale impatto l’intelligenza artificiale sta già avendo sulla stampa. Roberto Cicala, fondatore e direttore di Interlinea e docente alla Cattolica di Milano e a Pavia, riconosce i rischi dell’AI per il giornalismo, ma ritiene che non bisogni drammatizzarli: «L’intelligenza artificiale è già in grado di consegnarci dei pastoni pronti di notizie generaliste, ma non possiede la testa pensante e il cuore di uomini e donne giornalisti». Per questo, è necessario «puntare sulle qualità umane che l’AI, per fortuna, non è ancora in grado di eguagliare. Ci sono attività come quelle di progettazione editoriale che richiedono una creatività, un’anima che una macchina non può avere».
Secondo Cicala, l’intelligenza artificiale potrebbe persino offrire delle opportunità: «Se affidassimo ad essa la parte di “manovalanza” i giornalisti potrebbero dedicarsi maggiormente alla parte progettuale e creativa e alla qualità della scrittura», che sarà nel prossimo futuro «la vera battaglia» nella quale l’intelligenza umana dei giornalisti in carne ed ossa dovrà misurarsi rispetto a quella artificiale dei computer.
L’editore riconosce comunque che, a prescindere dal ruolo dell’AI e delle altre innovazioni tecnologiche, il mondo dell’informazione dovrà comunque affrontare sfide molto serie: «È innegabile che molta carta stampata sia alla vigilia di una stagione di chiusure, ma allo stesso tempo credo che possa esistere ancora una nicchia di lettori». Per mantenerla e provare a resistere nel tempo i quotidiani dovranno evolversi verso una forma «dove contano di più l’aggiornamento e l’approfondimento piuttosto che la notizia flash dell’ultim’ora che ormai si può trovare tranquillamente sui social».
Più ottimistico è invece il giudizio di Cicala sulle prospettive dell’editoria libraria, settore in cui opera da oltre trent’anni e che descrive come «un malato abbastanza fragile ma molto stabile grazie a uno zoccolo duro di persone che credono nella lettura, anche tra le nuove generazioni». Il paziente, però, ha ancora bisogno di «attenzioni da parte dei governi. Ad esempio, una maggior promozione della lettura nelle scuole e maggiori contributi pubblici a tutta l’editoria e non solo a quella quotidiana e periodica».
Cicala non crede che le nuove tecnologie faranno scomparire i tradizionali libri cartacei: «nuove forme editoriali come i podcast non sono in concorrenza con il libro, ma piuttosto un suo complemento e una sua espansione». I rischi maggiori non provengono dall’innovazione tecnologica, che va invece accolta, ma semmai da fattori culturali: «Nel nostro Paese il vero problema è che il libro è ancora legato a un’idea di scuola ed è pensato dai più come qualcosa di noioso e polveroso. La vera sfida, dunque, è formare il lettore educandolo al valore della lettura» fin da giovanissimo. E chissà che un pubblico più affezionato ai libri non riscopra anche il valore di giornali e periodici.