È difficile trovare una risposta univoca alla domanda “come nasce il populismo”. Ed è proprio partendo da questa domanda che è nata “The New Populism”, l’inchiesta coordinata per il Guardian dall’associate editor Paul Lewis. Il giornalista, noto per la sua premiata inchiesta sulla morte di Ian Tomlinson, il manifestante anti-G20 ucciso a Londra nel 2009, ha deciso di portare avanti il progetto, dedicato all’ascesa del populismo di destra in Europa, per tentare di comprendere a fondo il fenomeno, ripercorrendone la storia, le caratteristiche e i risultati delle elezioni. Lo abbiamo incontrato al Wired Next Fest in occasione del talk “The Guardian: inchiesta sul populismo connesso”.

Paul, come nasce la sua inchiesta sul populismo?

Ciò che ci ha spinto a iniziare l’inchiesta è stato l’aver notato come l’ascesa del populismo fosse diventata un fenomeno che non ha visto protagonista solo l’Europa, ma tutto il mondo. Un tema, questo, su cui, stranamente, c’era anche poca informazione: non esisteva, infatti, una definizione esatta del termine, trattandosi di un concetto scivoloso da incasellare. E, in più, pochi disponevano degli strumenti giusti per individuare, almeno per sommi capi, quale parte politica tendesse più verso inclinazioni populiste e quale no. In virtù di questo, abbiamo sentito la necessità di aiutare la gente a capire cosa fosse il populismo e perché si stesse palesando proprio in quel determinato momento storico e abbiamo cercato di farlo attraverso la produzione di reportage, saggi, film, podcast, sfruttando la trans-medialità per sviscerare l’argomento e fugare tutti i dubbi dei lettori.

Quale consiglio darebbe a chi si avvicina adesso alla professione giornalistica? 

Penso che, per qualsiasi giornalista, sia fondamentale provare a lavorare su qualcosa di originale e di unico nel suo genere. Quando lavori per tanto tempo nel campo dell’informazione, ti viene spesso automatico muoverti dove ti spinge la corrente, imboccando la stessa direzione degli altri, ma c’è un grande merito nel trovare una strada, una direzione diversa. Al momento, la situazione è precaria nel mondo dei media: su tutto, ci sono davvero poche succursali all’estero dei quotidiani e pochi corrispondenti esteri. Quindi, se fossi più giovane, senza dubbio, viaggerei molto, esplorerei posti del mondo che i giornalisti, in genere, non visitano, proverei a conoscere persone e luoghi ignorati. se fossi più giovane, senza dubbio, viaggerei molto, esplorerei posti del mondo che i giornalisti, in genere, non visitano, proverei a conoscere persone e luoghi ignorati.

Quali sono le differenze tra il populismo italiano e quello americano?

Beh, sono molto diversi. In genere, quando la gente parla di populismo in ambito accademico, mette in evidenza come affondi le sue radici nell’America del tardo XIX secolo quando i contadini progressisti e di sinistra, simbolo di una società prettamente agraria, si ribellarono contro le élites dell’East Coast. Dunque, il populismo americano ha radici progressiste e legate alla sinistra. Ovviamente, con il tempo, la situazione è cambiata e ora abbiamo personaggi come Bernie Sanders a sinistra o Donald Trump a destra che, spesso, vengono etichettati come populisti. Il sistema politico a stelle e strisce è diverso rispetto a quello italiano ma ci sono delle somiglianze nel linguaggio adoperato dai leader, nei termini, nelle espressioni usate da Trump e da Salvini e, talvolta, anche da Di Maio. Nella sua massima espressione, il populismo è un approccio strategico che consente ai politici di ridurre la politica a una battaglia tra persone comuni messe da parte (ignorate) e un’élite corrotta. Un tratto, questo, riconoscibile in America, in Italia, in tutto il mondo. Si tratta proprio di un metodo che presta il fianco al riduzionismo e alla semplificazione, fortemente divisiva nel suo creare un concetto di “noi contro loro”. Questo modo di far politica solo in bianco e nero richiama l’attenzione e, se riesce a richiamare l’attenzione, diventa effettivo. Tanto in Iowa quanto a Milano.