Mentre l’uomo moderno continua a chiedersi se abbia ancora senso studiare il latino e il greco, provare a riconoscersi nelle Vite Parallele di Plutarco e declamare i versi di Omero e di Callimaco, la tragedia greca rimane un evergreen, una e molteplice nelle sue riletture e sempre più incline a farsi interprete di un tempo e di una mentalità che sembrano rifiutare le cronologie.

A suffragare quest’immortalità, è il grande successo di critica e di pubblico che, anno dopo anno, la stagione teatrale messa in piedi dall’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) è in grado di raccogliere, affascinando appassionati e neofiti, addetti ai lavori e profani. Per la 55esima edizione della kermesse, la suggestiva cornice del teatro greco di Siracusa si fa scenario di una trilogia che fa delle donne e del loro rapporto con l’insensatezza della guerra, ganci quanto mai stretti alla contemporaneità, le sue cifre caratteristiche. E’ la risposta più immediata a chi, nell’era dell’egemonia tecnologica e degli umanoidi, ha perso il desiderio (e, forse, gli strumenti) per guardarsi indietro e preservare la lezione degli antichi.

Lo scorso 9 maggio, l’apertura del festival è stata affidata a una delle tragedie capitali di Euripide, l’Elena, un dramma sui generis di cui il regista torinese Davide Livermore ha proposto un’interessante messa in scena, a partire da una traduzione di Walter Lapini. Laura Marinoni ha indossato le vesti di uno dei personaggi femminili più controversi, calandosi in una narrazione che, in un movimento ondivago tra registro tragico e toni spiccatamente ironici, scopre parti, retroscena e dettagli di una storia che sembra avere molte più sfumature di quelle che il mito le ha concesso. Laura Marinoni ha indossato le vesti di uno dei personaggi femminili più controversi, calandosi in una narrazione che, in un movimento ondivago tra registro tragico e toni spiccatamente ironici, scopre parti, retroscena e dettagli di una storia che sembra avere molte più sfumature di quelle che il mito le ha concesso.E che, grazie all’abilità narrativa del drammaturgo di Salamina, convergono magistralmente nel dimostrare con convinzione l’inutilità di un conflitto combattuto attorno a un fantasma. No, non è fantascienza né la bozza di uno di quei romanzi distopici tanto in voga nella letteratura dei nostri giorni: partendo dalla Palinodia del poeta lirico Stesicoro, infatti, Euripide riabilita la figura di Elena e le scrolla di dosso la responsabilità di aver causato uno dei conflitti più sanguinosi nella storia della Grecia. E lo fa raddrizzando le storture del racconto mitologico in una tragicommedia dove, a contare, è molto più lo sviluppo dell’intreccio che l’elemento tragico in sé: quella che Paride ha rapito e portato con sé a Troia non è la bellissima moglie di Menelao ma uno spettro, un’immagine fatta d’aria creata dalla temibile Era per dare compimento alla propria vendetta. Mentre Ilio viene messa a ferro e fuoco, la vera Elena è in Egitto, ospite alla corte del re Proteo e in attesa del ritorno del marito che, per recuperarla, dovrà superare le resistenze del capriccioso Teoclimeno con la sottile arte dell’inganno. L’immagine della donna, ostaggio della spregiudicatezza delle mire militari degli uomini, ritorna protagonista anche nella seconda tragedia della trilogia siracusana, Le Troiane, nella quale il drammaturgo ricorre, ancora una volta, al motivo quasi topico dell’antimilitarismo. In un dramma tutto al femminile e con un intreccio che esplora preminentemente il punto di vista della parte sconfitta, la regista francese Muriel Mayette-Holze celebra con delicatezza le donne troiane (sacerdotesse e principesse nobili diventate bottino in mano ai soldati greci) come le vere eroine del conflitto ed esalta la loro resilienza nell’accettare la sorte con straordinaria quanto inusitata dignità. Andromaca e Ecuba (interpretata dall’attrice Maddalena Crippa) vengono fatte rivivere sul palco in tutta la potenza dei loro sentimenti, nella cruda intensità del loro dolore e nelle ferite dei loro corpi che, devastati dalle armi e dalle perdite, continuano “a marciare sulle loro pene”.

Credits: Elena Di Cetaro

Credits: Franca Centaro

A chiudere la stagione sarà, invece, la Lisistrata, celeberrima commedia aristofanea e fotografia di un mondo capovolto in cui una donna, sovvertendo le regole e i canoni del tempo, decide di abbandonare il soglio domestico per scendere in campo. Alla potenza muscolare dell’uomo, allora ritenuta unico metro utile a misurare il valore in guerra, Aristofane contrappone un temibile manipolo tutto al femminile, che decide di ricorrere a un ricatto sessuale per provare a porre fine alla Guerra del Peloponneso, restituendo i soldati alle famiglie e la pace alle città-stato. Le donne abbandonano la condizione fantasmatica a cui la tradizione le aveva sottomesse e trovano il coraggio di far sentire la propria voce. E lo fanno, più che per rivendicare un’emancipazione (concetto impensabile a quei tempi) o per ergersi a vessillo di una necessaria parità dei sessi, per osteggiare un conflitto che aveva svuotato le città dell’armonia e della pace necessarie a funzionare e le famiglie dell’amore necessario a sopravvivere. Le donne abbandonano la condizione fantasmatica a cui la tradizione le aveva sottomesse e trovano il coraggio di far sentire la propria voce. E lo fanno, più che per rivendicare un’emancipazione, per osteggiare un conflitto che aveva svuotato le città dell’armonia e della pace necessarie a funzionare e le famiglie dell’amore necessario a sopravvivere

Ma cosa rende la tragedia greca un genere così trasversale da riuscire a parlare anche a chi è figlio di un’epoca che vede il passato quasi come una zavorra e che sembra sempre più assuefarsi a una semplificazione delle idee imposta dall’alto? Secondo la prof.ssa Anna Albertina Beltrametti, docente di drammaturgia e storia del teatro greco all’Università di Pavia, la risposta a questa domanda sta tutta nel fatto che «i tre drammaturghi che ancora leggiamo, ciascuno nel proprio linguaggio, parlano del loro presente senza parlare del loro presente, attraverso testi che ci pongono domande più che darci risposte e che ci fanno vedere quello che non siamo in grado di vedere nella vita quotidiana». Quello che le rappresentazioni antiche ci richiedono per essere comprese e introiettate è un atteggiamento duplice: «porsi di fronte al dramma con la disposizione del lettore-spettatore che si aspetta un testo costruito con raffinata poesia e capace di suscitare profonde emozioni e, contemporaneamente, disporsi a essere disturbati dalla violenza che corre nelle parole, a essere sollecitati a ri-guardare la nostra storia individuale e collettiva alla luce di quegli antichi conflitti che mettono in gioco le nostre relazioni con gli altri e il nostro equilibrio interiore».

Ad aiutare la perpetuazione dei testi nel tempo ha contribuito, sicuramente, anche la produzione di traduzioni e riscritture, talvolta spintesi un po’ troppo oltre il limite dell’interpretazione e del guizzo creativo. Come in ogni cosa, è bene trovare una via di mezzo che sappia conciliare il rispetto della tradizione e il valore aggiunto dell’innovazione: «Ci sono forzature felici di interpreti e registi che mirano a far emergere significati impliciti, sensibili per chi legga e ascolti i testi con orecchio e sguardo nuovi; ma ci sono, ovviamente, anche forzature inaccettabili nelle parole e nei mezzi visivi, prive di qualsiasi giustificazione, intese solo a sorprendere con spettacoli a effetto e senza fondamento, con operazioni di ridondanza sterile e confusa». «Ci sono forzature felici di interpreti e registi che mirano a far emergere significati impliciti ma anche, ovviamente, forzature inaccettabili nelle parole e nei mezzi visivi, prive di qualsiasi giustificazione, intese solo a sorprendere con spettacoli a effetto e senza fondamento»

Oltre che nell’approccio con la rappresentazione, il less is more deve guidare il lettore-spettatore anche nella ricerca di una chiave di lettura che gli permetta di attualizzare i drammi in maniera naturale, trovando un legame con la quotidianità che non richieda inutili sovrabbondanze interpretative. Come nel caso delle tragedie scelte per il ciclo siracusano, tutte a loro modo manifesto di un pacifismo ante litteram.

Se nell’Elena l’avversione verso «il partito della guerra e la conquista dei Greci viene preso di mira anche attraverso l’ambivalenza di Elena stessa, la donna greca per eccellenza», le Troiane e la Lisistrata declinano il tema raccontando «di come le donne, da Troia alla Sarajevo degli anni Novanta, fino alla Siria di oggi, siano nella letteratura e nel teatro i personaggi più credibili e toccanti per sostenere il primato della vita e degli affetti contro la spietata logica della conquista aggressiva e della morte».

 Checché ne dicano i detrattori, il V secolo non è mai stato così attuale.