Striscioni, bandiere e cori. Piata Victoriei, che abbraccia il palazzo del governo, sembra l’accampamento disordinato dei fan prima di un concerto. In migliaia da giorni chiedono la testa, politicamente parlando, del primo ministro socialdemocratico Sorin Grindeanu. E non sono intenzionati a mollare di un centimetro adesso che si sentono a un passo dalla vittoria, dopo aver sfidato il freddo e le cariche della polizia e attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo. Un primo successo sono state le dimissioni del ministro della Giustizia Florin Iordache, ma a loro non basta. Oltre al ritiro del “decreto salva-corrotti”, presentato con urgenza dal governo di Bucarest il 31 gennaio, anche l’approvazione di lunedì sera del referendum per una nuova legge contro la corruzione da parte del Parlamento pare non poter salvare il neonato esecutivo, che ha ricevuto la fiducia delle Camere lo scorso 4 gennaio.
Ancora non si conoscono né la data, né il numero dei quesiti, ma il capo dello Stato Klaus Iohannis, conservatore ed europeista, spera che la consultazione referendaria possa porre fine alla crisi politica ristabilendo un clima accettabile nel quale, poi, fare i conti. Già, perché al presidente il decreto che avrebbe permesso di depenalizzare alcuni reati, tra cui l’abuso d’ufficio e la corruzione sotto la soglia di 44mila euro, non è piaciuto fin dall’inizio e si è unito alla “forte preoccupazione” della Commissione europea e ai timori espressi dal presidente Jean-Claude Junker nei giorni precedenti la promulgazione della legge. Secondo l’opposizione il decreto ritirato il 4 febbraio sarebbe un regalo al presidente della Camera e segretario del Psd Liviu Dragnea indagato, insieme alla moglie, per abuso d’ufficio per fatti risalenti al periodo 2006-2012, quando era presidente del distretto di Teleorman.
Non sono state le bacchettate di Bruxelles a stoppare il colpo di spugna che il governo romeno voleva far passare sotto banco. Erano centinaia di migliaia le persone che hanno urlato la propria rabbia per le strade della capitale e in altre piazze del Paese e che hanno chiesto le dimissioni dei politici “ladri e traditori”. Centocinquantamila la prima notte, 300mila quella successiva, c’è chi ha parlato di mezzo milione di manifestanti attivi a Bucarest il 4 febbraio, giorno del dietrofront del governo. La più grande manifestazione di piazza, spontanea e senza colore politico (per la grande maggioranza dei suoi partecipanti), dai tempi della caduta del dittatore Nicolae Ceaușescu, nel 1989, non è però figlia di un sentimento estemporaneo. Per comprendere la rabbia dei cittadini del Paese entrato nell’Unione europea nel 2007, serve ricordare quanto endemico sia il problema della corruzione in Romania. Il Paese è in testa, insieme a Bulgaria, Italia e Grecia, nella classifica degli Stati del continente più inclini alle mazzette. Nella precedente legislatura 29 parlamentari su 588 avevano precedenti penali o sono stati processati per corruzione. Loro, insieme a ministri, parlamentari e magistrati finiti dietro le sbarre nel 2012, durante la “Tangentopoli” romena, speravano di tornare in libertà proprio grazie al decreto di Grindeanu. Successivi tentativi di modifica del codice penale, volti a tutelare i vertici politici e a distribuire sconti di pena, hanno contribuito ad accrescere la sete di giustizia.
La corruzione sta frenando un Paese che attrae investitori e imprese straniere e indebolendo il riferimento dell’Ue nei Balcani A questo bisogna aggiungere la consapevolezza del popolo romeno di star buttando al vento un’occasione unica per cancellare il ricordo degli stenti patiti durante il regime. La corruzione rischia di tarpare le ali alla crescita economica di un Paese che attrae investitori e imprese straniere e di indebolire un punto di riferimento strategico per l’Ue nei Balcani. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat il prodotto interno lordo della Romania è cresciuto nel 2015 del 3,5 per cento, ha raggiunto il quattro nel 2016 e, secondo la Commissione europea, salirà del 3,6 nel 2017. Aumentano di pari passo occupazione, salari e consumi, questi ultimi favoriti dalla diminuzione dell’iva (dal 24 al 19 per cento) e dall’abolizione delle accise sui carburanti.
Lo zoccolo duro della protesta, tuttavia, è guidato da quei giovani che sono nati a pochi anni di distanza dalla caduta del muro di Berlino e che si sentono cittadini europei, nonostante il recente ingresso nell’Eurozona. Esigono di avere le stesse possibilità dei coetanei francesi, tedeschi e inglesi in materia di istruzione e lavoro. Non tollerano di avere sulle spalle la zavorra di una classe politica pasticciona e statica, nel migliore dei casi, né tanto meno corrotta e arrivista. È a loro, oltre che all’Unione europea che la Romania guiderà nel primo semestre del 2019, che il governo dovrà dare risposte chiare e rigorose. Forse così avrà una piccola possibilità di salvare la testa.