Il silenzio sulle strade milanesi in tempi di lockdown è rotto da due rumori, entrambi ben riconoscibili: quello della sirena dell’ambulanza, che spezza in maniera brutale la quiete apparente, e un altro più sottile, quasi impercettibile, dei pedali dei rider sulle loro biciclette. Nonostante la quarantena, le consegne a domicilio continuano, e con esse decine di ragazzi che sfrecciano in bici da un capo all’altro della città. Spesso, senza né guanti né mascherina. «Siamo lasciati a noi stessi, non solo dalle piattaforme di consegna, ma anche dallo Stato», dice Alberto, 32 anni. È solo da un paio di giorni, infatti, che Deliveroo e Glovo hanno annunciato la distribuzione ai propri lavoratori di dispositivi per la protezione personale. «Avevano detto che sarebbero partiti da Roma e Milano, ma di guanti e mascherine ancora non c’è traccia; e comunque, si sono mossi con grande ritardo: l’emergenza in città è scoppiata da oltre due settimane», commenta Angelo Avelli di Deliverance Milano, collettivo milanese di precari e fattorini attivi nel food delivery.

Una situazione, quella dell’emergenza per il Coronavirus, che non ha fatto altro che esporre ancora di più una categoria già a rischio. «Conosciamo già i sistemi di welfare delle società di consegne: gli accordi presi con le compagnie assicurative, per un motivo o per un altro, non coprono mai le casistiche di infortuni a cui siamo esposti – prosegue Avelli –. Figurarsi con il Covid-19, dove sintomi di tosse o febbre non sono necessariamente indice di contagio». Proprio per questo, l’orientamento generale è quello di lavorare il meno possibile. «Ormai consegno solo nel fine settimana, anche perché gli ordini sono diminuiti di molto» prosegue Alberto, che oltre a essere fra pochi i rider disposti a parlare, è anche fra i pochissimi italiani a continuare a svolgere consegne a domicilio. Un lavoro ormai svolto a maggioranza da ragazzi di origine africana. «Sono i più ricattabili per la situazione economica che spesso li caratterizza – commenta Avelli di Deliverance Milano – ma sono anche i meno consapevoli di quello che sta accadendo; le aziende non mettono a disposizione dei lavoratori gli strumenti informativi adeguati, lasciando così allo sbando chi invece ne avrebbe più bisogno».