Iniziato il 2 maggio a Milano, il Festival dei Diritti Umani non è ancora finito. Non solo perché oggi, e forse ogni giorno di più, ci troviamo a vivere in un mondo iniquo, ma anche perché gli organizzatori stanno portando la manifestazione in altre città: martedì 7 a Bologna, l’8 a Firenze, e ancora l’11 marzo a Roma. Sei giorni ricchi di incontri, eventi, proiezioni, per lanciare un grido accorato: “solo con diritti umani uguali per tutti la società può considerarsi sana”.

Sono queste le parole di Danilo De Biasio, direttore del Festival, giunto quest’anno alla sua quarta edizione con il titolo “Guerra e Pace”. Una maratona di testimonianze, come quella di Daniel Uche, che ha raccontato la propria esperienza di ex bambino soldato, ma anche tante mostre di scatti fotografici, come quelli di Gabriele Micalizzi e i premi Pulitzer Diego Ibarra Sanchez e Lorenzo Tugnoli; per non tacere di dibattiti rivolti ai giovani delle scuole (e non solo) su celebrazioni di proteste che hanno modellato la storia, come i 50 anni del bed-in di John Lennon e Yoko Onu. Abbiamo parlato con De Biasio per capire l’urgenza di un simile evento.

De Biasio, ci parli dell’origine della manifestazione.

Il Festival è nato cinque anni fa guardando con grande preoccupazione a quello che stava accadendo in Italia e nella vicina Europa, notando che il tema dei diritti umani veniva sempre più considerato solo accessorio, quasi irrilevante. Ci sono persone che hanno tutti i diritti umani e ce ne sono altre che, in virtù della loro condizione sociale e dei loro orientamenti, ne hanno meno. Ecco perché di anno in anno abbiamo scelto una tematica complessiva: quella di quest’anno è la guerra, ma soprattutto la pace.

Cosa rispondete a chi vi dice: “ma non basta più la protesta, serve davvero un Festival”?

C’è bisogno dell’uno e dell’altro. C’è bisogno di un festival dei diritti umani, che può sembrare un ossimoro, perché rivendicare i diritti umani non è necessariamente un’operazione triste. Un festival dimostra che si può essere anche leggeri, ma non meno seri, nella propria richiesta e soprattutto valorizza tutti quei fenomeni positivi che sono riusciti ad ottenere dei risultati. Pensiamo che questo sia il linguaggio giusto per raggiungere sempre più persone.

Il festival è arricchito anche da molte proiezioni cinematografiche e di documentari. Perché mostrare film sulla guerra?

Per creare un effetto uguale e contrario. A volte ciò che vediamo è così opprimente che abbiamo voglia, uscendo dal buio della sala, di impegnarci. Con i documentari proviamo a far leva sulle emozioni, mentre le testimonianze ci aprono al ragionamento e alla riflessione. Chi può dire “io ho subìto” è la persona adatta per riuscire a comunicare questa esperienza anche agli altri.

Il teatro di questa manifestazione, a Milano, è la Triennale. Perché?

Ci siamo domandati quale fosse il posto adatto per riuscire ad avere un pubblico misto: vogliamo portare scuole di periferia verso il centro, ma anche contaminare con l’energia dei ragazzi chi è abituato a frequentare istituzioni artistiche come la Triennale. Quando quell’enorme bandiera della pace, lunga oltre 25 metri, si è dispiegata sulle scalinate della Triennale, i visitatori delle mostre, adulti, alcuni anche stranieri, hanno passato dieci minuti a scattare foto, cercando di capire cosa diamine stesse accadendo. Ecco, erano stati coinvolti.

Se dico pace…

Pane. A me viene in mente il gesto di prendere il pane e distribuirlo agli altri. Può sembrare ieratico come atteggiamento, lo so. Però se ci pensiamo è proprio il gesto più forte: il pane è considerato il cibo più elementare e poterlo distribuire a tutti è davvero un segno di pace.