Dall’11 al 17 ottobre in Italia si sono registrati 53.042 nuovi casi di Coronavirus, più del doppio rispetto alla settimana precedente. Nonostante non si possano paragonare questi numeri a quelli di inizio pandemia, per via del maggior numero di test diagnostici disponibili oggi rispetto a marzo, la situazione resta molto preoccupante. Se infatti a settembre la percentuale di positività dei tamponi è stata sempre sotto il 2%, negli ultimi giorni questo numero è andato in costante crescita, arrivando fino al 6,66% del 16 ottobre. 

Proprio per questo, sembrerebbe che il governo italiano sia pronto a firmare nelle prossime ore un nuovo Dpcm, dopo quello del 13 ottobre. Al suo interno dovrebbero esserci nuove misure restrittive, nel tentativo di arginare l’aumento dei contagi. Nonostante il presidente del Consiglio Giuseppe Conte abbia negato negli ultimi giorni la possibilità di un nuovo lockdown, il ricorso a simili misure non sembra essere così improbabile. Non a caso Andrea Crisanti, microbiologo dell’Università di Padova, nei giorni scorsi ha detto che “un lockdown a Natale sia nell’ordine delle cose: si potrebbe resettare il sistema, abbassare la trasmissione del virus e aumentare il contact tracing”.

Secondo Chiara Berardi e Marcello Antonini, ricercatori all’Università di Newcastle (Australia) dove si occupano di economia e sistemi sanitari, il lockdown  “rappresenta solo l’ultimo step di una serie di misure di contenimento nell’ottica di un’escalation”. In tal senso,il prossimo passo del governo italiano potrebbe essere quello del coprifuoco, simile a quello appena entrato in vigore in Francia e parzialmente anche nel Regno Unito. Nelle intenzioni dei governi, si tratta di una misura che consentirebbe di mantenere attive durante il giorno le attività lavorative ed educative, riducendo al tempo stesso i possibili contagi nelle ore notturne. A oggi, però, non ci sono studi che confermano l’effettiva utilità dei coprifuochi nel contrasto alla pandemia, e i risultati potrebbero essere modesti, come conferma Antonini: “Il coprifuoco ha un effetto ridotto, perché è una misura di mitigazione parziale che non impedisce possibili contagi durante il giorno. Rientrerebbe dunque in una strategia di escalation, finalizzata abituare la gente all’idea di un nuovo lockdown”.

Chiara Berardi e Marcello Antonini fanno parte, insieme ad altri 80 ricercatori, di un progetto dell’Università di Newcastle che analizza le politiche adottate dai governi di tutto il mondo per limitare la diffusione dei contagi e dicono: “Difficile decretare un nuovo lockdown, economia a rischio”

Una nuova chiusura totale è dunque un’ipotesi estrema, ma non per questo impensabile. “Il lockdown è la politica più stringente che un governo può adottare prosegue Antonini perché è quella che va a incidere maggiormente sull’economia. Il governo italiano, come molti altri, sta cercando di tenere aperto il più possibile proprio per questo. Ma se la situazione tornasse ai livelli di marzo, come previsto da Crisanti, ci sarebbe poco altro da fare”. Per rendere l’idea, i due ricercatori utilizzano la metafora di un pendolo che oscilla fra la salute pubblica e l’economia: “Nel momento in cui c’è un aumento dei casi, si cerca di chiudere tutto; appena i numeri tornano a essere sotto controllo, invece, si riapre” .

A marzo l’Italia è passata in pochi giorni dall’istituzione delle zone rosse in Lombardia a un lockdown totale, ma per Berardi una decisione così netta potrebbe non verificarsi di nuovo, almeno nel breve periodo:  “Si potrebbe optare anche per dei lockdown differenziati, come già avviene in Australia o Spagna, dove vengono istituite le cosiddette ‘zone rosse’ per cercare di confinare la diffusione del contagio”. 

Una schermata di quello che succede quando Immuni invia una notifica.

Una schermata di quello che succede quando Immuni invia una notifica.

Berardi e Antonini fanno parte, insieme ad altri 80 ricercatori, di un progetto dell’Università di Newcastle che analizza le politiche adottate dai governi di tutto il mondo per limitare la diffusione dei contagi . Nei loro articoli si sono concentrati molto sulla gestione del virus da parte dell’Italia. “Diciamo che poteva andare molto peggio, ma anche molto meglio” dice Berardi, secondo cui sono state fatte molte cose positive per quanto riguarda il contenimento del virus.  “Sul versante tecnologico, però, non è andata benissimo: l’app di tracciamento Immuni è stata resa disponibile solo a fine maggio, quando il picco dei contagi era ormai lontano”. A oggi l’applicazione di contact tracing è stata scaricata da quasi 9 milioni di utenti, con poco più di 8mila notifiche inviate. Il governo, inoltre, non ha ancora comunicato il numero di dispositivi su cui Immuni è attiva, lasciando molti dubbi sul suo effettivo funzionamento. 

Quella del tracciamento è una questione vista con grande sospetto in Occidente, al contrario di molti paesi asiatici dove il Coronavirus sembra essere quasi un ricordo. In Cina, Thailandia, Vietnam, Hong Kong, Taiwan e Corea del Sud, i contagi sono meno di 100 al giorno, mentre in Giappone sono circa 500 su una popolazione di oltre 126 milioni di abitanti. Questa differenza fra Europa e Asia dipende dalle pregresse esperienze con altre epidemie, ma anche l’utilizzo della tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale. “In Italia ci sono molte più leggi legate alla privacy – commenta ancora Berardi – mentre in altri paesi asiatici, con governi più centralizzati, non ci sono state grosse difficoltà a far utilizzare le app di tracciamento”. Per Antonini la differenza sta soprattutto nella morale occidentale, che ha principi diversi rispetto a quella orientale. “In questi casi c’è trade off, cioè uno scambio che implica una perdita: vuoi più prevenzione oppure preferisci avere più privacy? È come una coperta corta per cui, in base a quello che si sceglie, la coperta va da una parte o dall’altra: è difficile avere entrambe le cose”.