Per quanto il testo sia ancora passibile di emendamenti prima della stesura definitiva, l’Australia compie un deciso passo in avanti nel diventare il primo Paese al mondo a proibire, a titolo di legge, l’accesso ai social network ai minori. Il Parlamento locale ha approvato, in tempi molto rapidi, una proposta di legge che vieta l’utilizzo di alcune piattaforme social a ragazze e ragazzi australiani che abbiano meno di 16 anni. Il via libera definitivo è arrivato dal Senato, lo scorso 28 novembre: su 76 membri, 34 si sono espressi a favore e 19 contro. Più schiacciante il risultato che era stato raggiunto, solo pochi giorni prima, alla Camera dei Rappresentanti: su 150 membri, 102 avevano votato a favore, mentre i voti contrari erano stati 13.
Tra i sostenitori, da tempo, c’è il primo ministro laburista Anthony Albanese: dopo l’ok del Senato australiano, il premier ha ribadito alla stampa la soddisfazione per il risultato e ha detto che la priorità è garantire la sicurezza dei bambini. Favorevole al provvedimento anche la Ministra delle Comunicazioni australiana, Michelle Rowland, secondo cui due terzi degli adolescenti australiani tra i 14 e i 17 anni avrebbe visualizzato in rete contenuti violenti. Rowland stessa ha anche specificato che alcune piattaforme saranno esenti dal divieto, come ad esempio le app di messaggistica come Whatsapp o piattaforme che possano essere utilizzate a fini scolastici e di apprendimento, come Google Classroom.
Rimangono tuttavia molti dubbi su come la legge verrà messa in atto. Di certo c’è che si tratta di un provvedimento che, in caso di violazioni, non sanzionerà gli utenti ma le piattaforme ma le aziende che le detengono: infatti, si prevedono multe fino a 50 milioni di dollari se i gestori non adotteranno – con mezzi e modalità a propria discrezione – sistemi che consentano di verificare l’età minima dei 16 anni tanto per gli iscritti quanto per chi intenda iscriversi ai social.
Come ci si può immaginare, le aziende proprietarie sono insorte (prima fra tutte, Meta); sul fronte scientifico e sociologico, molti esperti, soprattutto in Europa, considerano il provvedimento “una scelta da boomers nel mondo della generazione Z”. In sintesi, l’Australia avrebbe fatto una scelta politica paradossale e anacronistica.
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