Non ha ancora avuto la rilevanza che meriterebbe, almeno in Italia, ma nell’ultimo periodo – complice la pandemia che ha rivoluzionato, non solo le nostre vite, ma anche il mondo del giornalismo, affidando un ruolo preminente alla divulgazione dei dati –il data journalism ha acquisito sempre più centralità e addirittura in diversi Paesi ha rappresentato per i cittadini la migliore, se non l’unica, chiave di lettura di questo fenomeno dalle mille sfumature.
Per approfondire e intercettare questa nuova tendenza,l’European Journalism Centre (EJC), in collaborazione con Google News Initiative, ha voluto dedicare al giornalismo dei dati il terzo appuntamento del News Impact Summit 2020. Il titolo della kermesse, “Data Journalism: Build Trust in Media”, allude proprio al sentimento di fiducia che questo approccio matematico-scientifico al giornalismo trasmette ai suoi lettori. I vari summit, che solitamente si svolgono in presenza, a turno in diverse città europee, si rivolgono a studenti, giornalisti, editor, sviluppatori e designer, proponendosi come preziose occasioni di formazione, dibattito e approfondimento on line, con una live-chat su Youtube moderata dalla redazione dell’EJC. Il meeting è stato organizzato su tre giorni, da martedì 24 a giovedi 26 novembre, per un totale di circa nove ore, nelle quali i vari ospiti hanno intrattenuto la platea digitale, raccontando la propria esperienza personale con il data journalism, a partire dalle tecniche e dalle risorse, fisiche e tecnologiche, utilizzate, fino ad arrivare alle resistenze che spesso s’incontrano per poter disporre del materiale necessario alla realizzazione del prodotto. Il tutto inserito in un contesto molto pratico e interattivo, che ha permesso al pubblico interessato di scoprire i trucchi del mestiere e il percorso da compiere, con i vari passi essenziali e funzionali all’obiettivo, per concepire contenuti di questo tipo.
Il New Impact Summit del 2020, tutto on line, ha dimostrato ancora una volta che il giornalismo dei dati è una carta vincente per la comprensione di un mondo globale complesso: dai dati sulla pandemia alla ricostruzione in open source del mercato delle armi, sempre più redazioni avviano progetti che di successo, con giornalisti dedicati
In totale i relatori che hanno preso parte al ciclo d’incontri sono stati 30 (per un totale di 13 conferenze) e la maggior parte di essi hanno portato come testimonianza il proprio lavoro svolto con dati e numeri, trasmessi dai diversi enti nazionali deputati a farlo, durante la pandemia. Ad aprire le danze è toccato alla giornalista francese Marianne Bouchart, fondatrice di Hei-Da, organizzazione no-profit che, con il supporto dei big data, realizza storie e progetti editoriali innovativi; la professionista ha ricostruito il complesso scenario attuale in cui hanno dovuto operare i cronisti di tutto il mondo.Immerse in un mare di dati, statistiche, mappe e grafici esplicativi, tante redazioni sono state costrette a reinventarsi e hanno cominciato ad interpretare questi numeri, a contestualizzarli e a dare loro una veste grafica chiara ed accurata, scegliendo così di intraprendere l’unica strada percorribile per capire, insieme al proprio pubblico, la portata e l’impatto di questa tragedia sanitaria. In particolare la Bouchart, prendendo spunto da un sondaggio realizzato dal International Centre For Journalist sulle difficoltà incontrate dai giornalisti durante la pandemia, ha portato come esempi virtuosi quattro redazioni specializzate in big data (Al Jazeera English, La Nacion, l’ucraina Texty.ua e la South China Morning Post di Hong Kong), che ha intervistato per conoscere gli ostacoli con cui si sono dovute confrontare e le soluzioni che hanno adottato per superarli.I quattro team in questione, seppur con strategie differenti, hanno ovviato alla mancanza di chiarezza, figlia della situazione contraddittoria che stavamo vivendo e di un atteggiamento spesso poco collaborativo dei vari governi, ampliando il bacino di fonti da cui attingere, filtrando e vagliando le stesse con perizia analitica, e soprattutto presentando i dati estrapolati con grafiche e formati impattanti.
Un’altra interessante storia di intraprendenza e di applicabilità del Data Journalism ai tempi di Covid-19 ci giunge dall’Olanda per merito di Reinier Tromp, data journalist presso Argos (una piattaforma digitale specializzata sul giornalismo investigativo) e relatore di questo News Impact Summit. Tutto è cominciato durante la prima ondata, quando Tromp ha iniziato a scrivere articoli dove cercava di spiegare i fatti che accadevano in base a cosa comunicavano, dal suo punto di vista, i dati che calcolava. In pratica è partito inserendo a mano una serie di dati su Excel, dai quali poi ricavava i vari indici, tassi, trend e curve che, se ritenuti rilevanti, diventavano lo spunto per un nuovo articolo, sempre corredato da grafici da lui disegnati e condivisi in precedenza su Google Sheet con la sua community per eventuali correzioni o integrazioni. I suoi lavori, caratterizzati da una profondità di analisi degna della migliore stampa anglosassone, hanno riscontrato parecchio successo, anche perché, come lui stesso puntualizza, “in Olanda la gente non legge tutti i giorni il NYT o il FT”. Sull’onda dei consensi ottenuti, forte del supporto della propria community, con la quale conversava quotidianamente di coronavirus, statistiche, linguaggi e codici di programmazione,Tromp durante l’estate, quando l’attenzione dell’opinione pubblica era virata su altri temi, ha messo a punto “The Coronaticker”, un software che garantisce un aggiornamento quotidiano sui dati relativi alla pandemia tutt’ora in corso, grazie ai calcoli e al lavoro di ricerca dello stesso giornalista e della sua community di “Corona Data Nerds” (come lui stesso li definisce). Questa panoramica sui dati, sempre integrati con grafici e alcune righe di commento, è stata fagocitata dal sito web della radio nazionale olandese, che ha creato una sezione apposita dove i visitatori hanno inoltre la possibilità di prendere parte, una volta alla settimana, a una sessione di Q&A con lo stesso Tromp per risolvere eventuali dubbi emersi nella lettura dei numeri.
Fino ad ora sono portati esperimenti di data journalism applicato al Covid-19. Ma durante il News Impact Summit della scorsa settimana si è fatta conoscenza di tanti altri campi di applicazione fertili per la proliferazione di questo modello innovativo di giornalismo. Abbiamo visto, per esempio, come i dati di un report, di un documento ufficiale riservato, a cui un giornalista può accedere a seguito di una fuga di notizie, possano essere scandagliati e verificati per scoperchiare, una volta pubblicata l’inchiesta, vasi di pandora nel mondo politico-istituzionale. E’ proprio quello che ha fatto Geoffrey Livolsi insieme all’intero team di Disclose, sito online dedicato al giornalismo investigativo che può essere considerata la versione francese di ProPublica, per realizzare il progetto “Made in France”.
Come ha raccontato nel suo intervento al “NIS Data”,la redazione di Disclose è entrata in possesso di una serie di documenti ufficiali francesi, coperti dal segreto militare, contenuti in un rapporto redatto da importanti ufficiali dell’agenzia di intelligence militare francese e poi presentato al presidente Emmanuel Macron e al ministro della difesa Florence Parly. In questo report di 15 pagine viene esplicitato il coinvolgimento indiretto del governo francese nella sanguinosa guerra che si sta svolgendo in Yemen: i nostri cugini d’Oltralpe in questi quattro anni di conflitto hanno continuato a fornire, in cambio di lauti compensi, armi di ogni tipo (carri armati e razzi in particolare) all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, maggiori responsabili della carneficina che si sta materializzando in quell’angolo di mondo tanto caro a Pier Paolo Pasolini. Il problema è che questi armamenti vengono spesso utilizzati anche contro i civili e questo le autorità politiche e militari francesi lo sanno benissimo, tanto da avere, come comprovato dal rapporto in questione, mappe precise sulla dislocazione di tali armi nelle diverse aree della penisola yemenita. Eppure non hanno alcuna intenzione di interrompere questo lucroso rapporto d’affari con i paesi sopracitati. La squadra di Disclose, dopo aver avuto accesso a questo report compromettente, anziché limitarsi a diffonderlo per la rete, dove avrebbe comunque fatto molto scalpore, ha voluto andare più a fondo di questa vicenda, dando vita a un’inchiesta che, combinando tecniche di storytelling con un fine lavoro di ricerca e analisi dei dati, ricostruisce il contesto in cui si è sviluppata la guerra (“visto che in Francia il conflitto yemenita non è oggetto della narrazione dei media”) e contemporaneamente restituisce, sulla base delle mappe raffigurate nel documento, un numero attendibile di civili uccisi sotto i colpi dei carri armati transalpini. Riguardo quest’ultimo punto, quello più interessante ai fini del News Impact Summit, il team di Disclose, per farla in breve, ha dapprima confrontato mappe e grafici contenuti nel report con immagini satellitari e immagini prese dai social per localizzare gli armamenti francesi sul confine tra Arabia Saudita e Yemen; successivamente, verificata questa corrispondenza, Livolsi e i suoi colleghi, attingendo e studiando dai dati divulgati da ACLED (Armed Conflict Location & Event Data, un’organizzazione non governativa specializzata nella raccolta di dati di conflitto, analisi e mappatura delle crisi) e dai media locali, hanno quantificato il numero esatto di civili morti nelle aree in cui era dislocata l’artiglieria pesante francese, stimando così la responsabilità del governo di Macron nei bombardamenti contro gli abitanti della porzione di Yemen sciita.Combinando quindi una fuga di notizie presidenziali, con “open e human source”, immagini satellitari e le più sofisticate tecniche di “data analysis”, Livolsi e il suo team sono riusciti a trovare le corrispondenze che cercavano senza dover necessariamente andare sul campo, dove gli imprevisti, si sa, sono dietro l’angolo.
Durante questo News Impact Summit sono state raccontate diverse altre storie realizzate con e grazie ai dati che ci dimostrano una volta di più l’alta applicabilità del Data Journalism.Oltre a vantare uno sconfinato campo applicativo, il giornalismo dei dati può fornici chiavi di lettura utili per comprendere il mondo complesso in cui viviamo, le istituzioni che lo governano e le relazioni di ogni tipo che avvengono al suo interno. Il Data Journalism può davvero diventare la nostra stella polare che ci aiuta a orientarci consapevolmente nella nostra società multiforme. Bisogna solo volerlo, perché ruota tutto attorno ai destinatari di questo tipo di prodotti, e cioè noi cittadini. Se incentiveremo e appoggeremo sempre più progetti editoriali basati su dati e statistiche, ne vedremo nascere di nuovi ogni giorno.