A caccia di oro per non morire di fame. È uno dei tanti paradossi con cui bisogna convivere in Sudafrica, un Paese tanto ricco di risorse quanto piegato dalla criminalità, dalla corruzione, da quella disperazione che spingerebbe chiunque a fare qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Perfino calarsi per più di due chilometri e mezzo sotto terra in una miniera dismessa. È quello che è accaduto a Stilfontein, a meno di un paio d’ore di macchina dal polo economico di Johannesburg.
Stilfontein è solo una delle tante cittadine minerarie del Paese, se non fosse che il suo sito aurifero è stato chiuso ormai dieci anni fa, con un’ordinanza del governo del 2014. Questo non ha impedito ai minatori illegali di varcare gli ingressi della miniera e riprendere le proprie attività senza alcun tipo di autorizzazione. «Si crede che l’estrazione mineraria illegale a Stilfontein vada avanti da anni», spiega Gerald Imray, corrispondente dal Sudafrica per Associated Press. Dallo scorso luglio, però, l’attività nel sottosuolo si è intensificata, attirando l’attenzione delle autorità e costringendo il governo ad intervenire: «Secondo la polizia, più di 1900 minatori stavano lavorando illegalmente nella miniera. Ad agosto è iniziato lo sgombero del sito fa parte delle forze dell’ordine. Molti di loro sono usciti autonomamente, prima che le operazioni di recupero iniziassero».
Molti, ma non tutti. Perché c’è chi ha preferito rimanere nascosto nell’ombra, senza via d’uscita, in attesa di un finale già scritto: chiunque, lì sotto, sapeva che ad attenderli in superficie c’erano un paio di manette e, nella maggior parte dei casi, un viaggio di sola andata fuori dal Paese. «I gruppi di minatori illegali in Sudafrica, nella maggior parte dei casi, sono composti da immigrati clandestini, senza documenti, provenienti dagli Stati vicini. A Stilfontein, più di mille di loro venivano dal Mozambico, oltre quattrocento dallo Zimbabwe e circa duecento dal Lesotho. La polizia ha aggiunto che solo 26 tra i sopravvissuti – o fra quelli che sono riusciti ad uscire dalla miniera da agosto – erano sudafricani».
La risposta delle autorità alla resistenza dei minatori illegali è stata la più dura possibile. “Smoke them out”: se non escono da soli con le buone, lo faranno con le cattive. Per mesi il governo ha bloccato l’invio di cibo, acqua e aiuti a coloro che erano rimasti barricati nel sottosuolo. «Una decisione dovuta al fatto che, per la polizia, era molto pericoloso calarsi all’interno della miniera, anche a causa delle sue condizioni precarie. Non a caso era stata dismessa», prosegue Imray. «Le forze dell’ordine hanno deciso di tagliar loro ogni forma di sostentamento per convincerli ad uscire allo scoperto. Una tattica che però non ha portato i risultati sperati: dopo qualche settimana, il tribunale ha decretato che le autorità dovevano riprendere l’invio di scorte all’interno di Stilfontein». Nel frattempo, però, molte persone hanno perso la vita. Altre sono diventate troppo deboli per riuscire a risalire in superficie. Il bilancio finale è di 87 morti e 246 sopravvissuti, estratti vivi a più di cinque mesi di distanza dall’inizio delle operazioni.
Le autorità sono finite nell’occhio del ciclone per l’intera gestione della vicenda, da molti considerata estrema ed ingiustificata. «Sicuramente ci sarà qualche tipo di investigazione per capire se le tattiche adottate dalla polizia sono state errate e hanno causato la morte di qualcuno. Questo porterà anche ad una rinnovata attenzione all’estrazione illegale di oro e di altri minerali in Sudafrica, che ormai da molti anni causa grossi problemi alla polizia e alle comunità locali». Abbiamo provato a contattare i parenti di alcune delle vittime della tragedia di Stilfontein, ma in questo momento hanno preferito non rilasciare dichiarazioni.
Per capire la portata del problema restano fondamentali le parole di Imray, stabilmente in Africa ormai da più di dieci anni: «Quella dell’estrazione illegale dei minerali è un grande questione in Sudafrica, dove ci sono almeno 6mila miniere abbandonate o dismesse. È difficile fare una stima, ma si pensa che i minatori illegali operanti nel Paese siano circa 30mila». I numeri sono impressionanti, ma, forse, non rendono l’idea della dimensione del fenomeno e di quanto sia complesso.
La necessità di guadagnarsi da vivere e di non morire di fame spinge queste persone, spesso unica fonte di reddito per le loro famiglie, a rischiare la vita immergendosi nelle profondità della Terra: «La ragione principale che li motiva è l’estrema povertà, sia in Sudafrica che nelle nazioni vicine. Tanti cercano disperatamente di sopravvivere e, quando le miniere chiudono, le comunità che le circondano si ritrovano private di ciò da cui dipendevano. Anche per questo c’è chi decide di tornare giù, perché, per anni, è stato l’unico luogo a lui familiare». Un dramma che accomuna migliaia di persone e che appare di difficile soluzione: da qualche anno ormai lo Stato africano non è più il leader mondiale della produzione dell’oro. Le riserve auree stanno iniziando ad esaurirsi e ciò comporta rilevanti perdite di posti di lavoro. La situazione appena descritta ha aggravato ancora di più le condizioni di vita dei minatori, che rischiano quotidianamente di morire pur di trovare qualche grammo di metallo prezioso a cui aggrapparsi per guadagnare qualcosa.
I danni arrecati al Paese sono ingenti: «Gwede Mantashe, a capo del Ministero delle Risorse Minerarie e Petrolifere, ha affermato che, solo l’anno scorso, l’estrazione illegale è costata al Sudafrica circa tre miliardi di dollari». Proprio per questo ci si aspetterebbe un intervento eccezionale da parte delle autorità, volto a cercare di contrastare questa pratica: «Per il governo è molto complicato trovare un modo per contenere questa piaga, specialmente in un Paese come il Sudafrica, che ha già tantissimi altri problemi legati alla criminalità. Si tratta di monitorare migliaia di miniere dismesse e questi minatori illegali sono ben organizzati, sanno come evitare la polizia. Sempre più spesso, infatti, non si tratta di individui che operano in autonomia, ma di lavoratori gestiti da vere e proprie organizzazioni criminali». Bande che sono riuscite a costruire un’industria estremamente lucrativa, ovviamente a discapito della manodopera costretta a lavorare per loro.
Anche nella tragedia di Stilfontein, tra i superstiti, è emerso il presunto boss a capo della spedizione intrapresa a luglio: un cittadino originario del Lesotho, noto come Tiger. Stando alle testimonianze di qualche sopravvissuto, si sarebbe reso responsabile di atroci torture e omicidi e avrebbe privato le persone intrappolate nella miniera dei generi alimentari che dovevano dare loro sollievo. Se ne sarebbe appropriato con l’uso della forza, rifiutandosi di condividerli. Un atteggiamento mostruoso che, però, non ha avuto nessuna conseguenza: una volta raggiunta l’uscita della cava, l’uomo sarebbe riuscito ad evadere da una sorta di cella di detenzione e a far perdere le proprie tracce. Una fuga che getta altre ombre sull’operato della polizia e che non può che alimentare i sospetti di collusione tra i poliziotti, che dovevano tenerlo in custodia, e l’enorme mercato minerario illegale.
Proprio la possibile connivenza tra queste organizzazioni criminali e le forze dell’ordine è l’ennesima disgrazia che si aggiunge a quelle che già devastano il Sudafrica. Una terra ricchissima, ma che è allo stremo delle proprie forze: «Mi è difficile dire se i fatti di Stilfontein potranno rappresentare un punto di svolta nella lotta al traffico e all’estrazione illegale di minerali».


