Si parla molto, ultimamente, di “difesa comune”. Persino nei trattati che hanno istituito l’Unione Europa questo termine compare per definire un obiettivo di lungo termine dei Paesi membri. Cosa si intenda per “difesa comune”, però, lascia spazio ad ampie interpretazioni: è certo che essa sarebbe l’effetto di una minaccia attuata da un esercito che agisce contro gli Stati europei. La stessa Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha parlato del piano ReArm Europe con parole altrettanto generiche, così come ha fatto anche Andrius Kubilius, commissario europeo per la difesa e lo spazio.
«Le armi sono un elemento della difesa, ma non sono l’unico», precisa Alessandra Lang, professoressa di diritto della comunità internazionale e dell’Unione Europa all’università degli studi di Milano. «In questo momento l’attenzione è posta sull’aspetto finanziario, su come si possano comprare le armi e su come dare agli Stati la possibilità di comprarle». I Paesi hanno degli obblighi reciproci nel condurre delle politiche economiche che non creino squilibri all’interno dell’Ue. Il bilancio dell’Unione deve sempre essere in pareggio: da una parte, la commissione vorrebbe consentire a Stati come l’Italia, che hanno un debito eccessivo, di poter scegliere di acquistare le armi; dall’altra parte, si può pensare ad usare le risorse comuni a carico del bilancio dell’Ue attraverso obbligazioni da parte della stessa Commissione che è comunque finanziata dai 27 Paesi membri. «Alcuni Stati pensano di poter richiedere dei sussidi e, da un lato, sarebbe per loro vantaggioso perché significherebbe non restituirli. Per, la commissione, se prende capitali in prestito sul mercato, deve poi restituirli e trovare nuovi fondi», commenta Lang. Inoltre, questo non è l’unico aspetto da considerare quando si parla di difesa. Altri aspetti significativi e importanti riguardando soprattutto come si possano usare le armi e quindi come si possa schierare un esercito qualora si presentasse una minaccia. Negli ordinamenti democratici questa decisione spetta all’organo legislativo. E, al momento, non sembrerebbero esserci dei progetti veri e propri per istituire un esercito “europeo”.
La decisione politica in materia di difesa non è l’unico problema. Ci sono altri fattori da considerare: per esempio, come viene comunicato un ordine a un esercito, considerato che ci sono margini di discrezionalità, regolati dalle nazioni europee stesse.«In materia di difesa i trattati prevedono che tutte le decisioni vengano all’unanimità e, secondo me, è difficile che si arrivi a questa soglia, a meno che non si attribuisca a un organo democratico come a un parlamento la decisione del dispiegamento delle forze armate». Lo scenario è più complicato di quanto si possa pensare. Entrerebbero in gioco anche le norme del patto Nato e quelle dell’Unione Europea dove ben si evince che l’attacco contro un membro equivale all’attacco contro l’intera organizzazione. L’Ucraina ha fatto da tempo domanda per entrare a far parte dell’Ue, ma anche qui l’accettazione deve essere presa all’unanimità, mentre per entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica occorre che il Paese venga invitato.
Secondo Lang, «i veri passi avanti verranno fatti quando si penserà alle strutture, alla catena di comando, più che quando e se il piano ReArm verrà approvato. Ci vuole un cambiamento qualitativo dell’Unione Europea e il trattato attuale non lo consente. Servirebbe un nuovo trattato». La questione muoverebbe gli Stati verso una federazione: questo implicherebbe un cambiamento consistente dal momento che l’Unione Europea è un’organizzazione internazionale lontana dal confederalismo.
Mai come oggi in Europa si parla di difesa soprattutto dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle più recenti dichiarazioni del presidente americano Donald Trump di voler uscire dalla Nato. Nonostante possa sembrare prematuro parlare di una difesa comune europea, dall’altra parte la difesa nazionale è un argomento sempre più cogente. In Italia si parte proprio dalla comunicazione: gli eserciti e le forze armate allestiscono dei veri e propri eventi nelle scuole, nelle università o alle varie fiere per favorire un sistema di promozione delle forze armate.
«L’esercito incontra i ragazzi già dall’età di quindici anni per via di accordi tra il ministero della Difesa e quello dell’Istruzione e in collaborazione con gli uffici delle forze armate e gli uffici scolastici regionali», spiega Antonio Mazzeo, giornalista e saggista. «L’obiettivo è sviluppare una cultura della difesa». Anche le pagine social giocano la loro parte: i carabinieri, ad esempio, pubblicano sulla loro pagina web dei brevi video in cui raccontano attraverso le immagini le loro diverse mansioni, creando dei piccoli trailer. Il consenso delle nuove generazioni, in questi termini, è dunque fondamentale. «Le guerre attualmente in corso hanno portato all’accelerazione di un processo storico che determinerà la guerra permanente», chiarisce Mazzeo. Basti pensare alle guerre del Golfo, alla guerra dei Balcani o all’11 settembre. Basti analizzare i conflitti in Ucraina e Medio Oriente: «Siamo in un permanente stato di guerra». Per il giornalista, infatti, non si intende come tale solo una guerra combattuta con le armi, ma un habitus mentale che ha radici più profonde. Radici che pervadono lo strato sociale, culturale e finanziario degli Stati i quali continuano a proporre una narrazione antitetica sulle piattaforme rispetto a quella reale delle forze armate davanti all’organo legislativo italiano. Mazzeo, infatti, fa l’esempio della guerra in Vietnam: fu una disfatta per gli americani sia sul fronte interno che esterno. Eppure continua ad essere raccontata come una epopea mitica per i Marines e i Navy Seals. Fu l’opposto, considerato soprattutto che, da questo momento storico, si è comprese l’importanza che può giocare l’elettorato sul consenso alle operazioni militari.
«Il fatto di investire tanto nelle immagini non è un modello soltanto italiano. I frame che vengono pubblicati sono il più possibili tranquillizzanti», nota il giornalista. Quando si mostrano immagini di mezzi militari o di guerra, infatti, non vengono presentati mentre sono in azione. «Bisognerebbe scindere la presentazione che le forze armate portano di sé in Parlamento e quella che portano davanti alle nuove generazioni: qui si mostra più la parte ludica dell’attività», chiarisce Mazzeo. Da almeno dieci anni a questa parte l’obbiettivo è ottenere il maggior consenso possibile e di conseguenza anche finanziamenti per l’industria militare. La comunicazione, infatti, non abbraccia solo i social, ma tutto il sistema delle comunicazioni di massa che va dalla televisione, alle radio e persino agli eventi culturali. Anche in questo caso, così come per l’idea di una difesa comune europea, si parte da una prospettiva di difesa e mai di offesa.