L’ingresso della Romania nell’Unione Europea, nel 2007, ha favorito la delocalizzazione di oltre 30mila imprese italiane. Per Alessandro Baroncelli, professore di Economia e gestione delle imprese all’Università Cattolica di Milano e direttore dell’International center of research in international management (Icrim), trasferire un’azienda in Romania è una scelta dettata principalmente dal minor costo del lavoro e da una pressione fiscale meno soffocante.
Direttore, quanto valgono le aziende italiane che si sono trasferite in Romania e a quali settori appartengono?
Nel 2015 il giro totale d’affari delle imprese italiane in Romania è stato di 7,5 miliardi di euro, ha coinvolto 130 mila dipendenti e ha generato un utile di 242 milioni di euro. La Romania è il Paese che nell’Unione ha attratto il maggior numero di operazioni di delocalizzazione italiane, con concentrazioni soprattutto nei settori manifatturiero, meccanico, dell’arredamento, dei servizi alle imprese e, in parte, alimentare.
Quali vantaggi offre questo Paese ai nostri imprenditori?
I principali vantaggi sono il minor costo del lavoro e il risparmio fiscale, ma un imprenditore italiano può decidere di trasferirsi in Romania anche perché, ad esempio, può trovare dei fondi europei che non ci sono in Italia. I benefici legati al supporto agli investimenti, invece, esistono anche da noi, quindi rappresentano una risorsa, ma non un aspetto decisivo.
In genere gli imprenditori italiani trasferiscono solamente la produzione in Romania oppure anche altri settori?
Il fenomeno numericamente più rilevante è quello dei trasferimenti di attività manifatturiere per beneficiare di una capacità produttiva a costi inferiori. In questi casi le imprese mantengono in Italia il settore di Ricerca e Sviluppo; mentre quelle che in Romania hanno costituito delle unità divenute con il tempo più importanti di quelle italiane tendono a trasferire tutte le loro attività e ad avvalersi di professionisti locali. Alcune aziende, invece, nascono in Romania come nuove divisioni di imprese preesistenti. Ci sono poi casi di imprenditori che chiudono la società in Italia per poi costituirne una ex novo in Romania, nello stesso settore.
Quanto la situazione politica influenza il mondo dell’industria in Romania e l’apporto di investimenti italiani?
Fino alla caduta di Ceaușescu non c’era una presenza significativa di imprenditori stranieri, poi con l’apertura ai mercati internazionali si sono create le condizioni per gli investimenti. L’ingresso del Paese nell’Unione europea è stato decisivo per attirare capitali dall’estero, ma di certo l’incertezza che si respira ora a livello politico non favorisce gli investimenti stranieri.
Il fenomeno del trasferimento delle nostre imprese in Romania è destinato a crescere o ad arrestarsi nel tempo?
In un orizzonte di medio periodo i vantaggi economici rispetto all’Italia rimarranno significativi e con la progressiva apertura delle economie si registrerà un lieve aumento degli investimenti anche in Romania, seppur non eclatante. Tuttavia non è scontato che il trend rimanga positivo: in tutto il mondo stiamo assistendo anche al fenomeno del re-shoring, cioè del rientro delle imprese che avevano esternalizzato alcune delle loro attività a livello internazionale e che ora fanno marcia indietro, magari per l’aumento del costo del lavoro, dei tassi di cambio, o perché un Paese è a rischio. Il fenomeno è incoraggiato anche dalla nuova amministrazione Trump, che spinge per riportare negli Stati Uniti attività che erano state delocalizzate in Messico e in altri Paesi.