“La Forza del Destino”. Nel titolo dell’opera di Giuseppe Verdi che il 7 dicembre ha aperto la 246ma stagione scaligera c’è l’essenza stessa della sua creazione. Il fato dà, il fato toglie, dirige, orchestra, trama fatti ed incontri. Come quello che, nella Milano del 1868, coronò un sogno del compositore e segnò la genesi del suo sedicesimo capolavoro. Alessandro Manzoni lo accolse per la prima e unica volta nel suo studio di via Morone, in quel caldo 30 giugno, come un «decrepito scrittore» ottantenne pronto a conoscere finalmente l’uomo che lo venerava come un santo. L’ammirazione, reciproca, si era già espressa a suon di biglietti e ritratti e i «fratelli di genio e di carattere», come si erano ribattezzati, funzionavano come una macchina perfetta, uniti da un’affinità intellettuale che oggi definiremmo “chimica”. Qualche anno più tardi, per l’amico, Verdi avrebbe composto anche il suo celebre Requiem funebre. Ma intanto, nell’aria ferma del piccolo studio i due parlarono a lungo della sua ultima grande opera. Un dramma teatrale di Miguel Ángel de Saavedra, duca de Rivas, scritto nel 1835 e di cui, insieme al librettista Francesco Maria Piave, il cigno di Busseto aveva tradotto con cura e un po’ di eclettismo il testo originario.  

Don Álvaro o La fuerza del sino aveva tutte le caratteristiche della tradizione settecentesca spagnola. La tragedia che assume i tratti del grottesco e diventa romantica fino alla blasfemia. Poteva andare bene per il Teatro Imperiale di San Pietroburgo, per il quale Verdi la adattò nel 1862 scansando la censura impostagli sul Ruy Blas di Victor Hugo. Un modo per riaccendere il fuoco del suo ingegno mentre i rapporti con Milano e con la Scala, per questioni economiche, si erano raffreddati sempre più fino a interrompersi del tutto. Sei anni più tardi però, le cose erano cambiate: nonostante il successo, quella versione non l’aveva convinto e così, dopo Macbeth e Don Carlos, si decise a rimetterci mano. Con “La Forza”, nel 1869 il compositore sarebbe tornato in scena nel “suo” teatro e nella sua Patria, ormai unificata e pacificata, con una nomina da deputato in parlamento. Sostituì il preludio iniziale con un’ampia sinfonia, eseguita anche quest’anno dall’orchestra diretta dal maestro Riccardo Chailly, aggiustò qualche dettaglio nei quattro atti. Ma fu Manzoni a imprimere la svolta decisiva.  

Trasformare il prosaico e volgare destino in provvidenza, nel segno de I Promessi Sposi. Sostituendo il suicidio del protagonista maschile con la sua redenzione cristiana, in attesa del perdono dell’amata Leonora morente. Eliminando le scene troppo crude, sperimentando il contrasto fra il registro comico e il tragico già tentato in Un ballo in maschera e inserendo, come nella migliore tradizione manzoniana e shakespeariana, il dramma in un contesto storico ben preciso: il XVIII secolo e la guerra tra italiani ed austroungarici alla quale decidono di prendere parte, fra tanti spagnoli, anche don Álvaro e don Carlos de Vargas e che diventa cinica incarnazione degli eventi. I due, interpretati dal tenore statunitense Brian Jagde e dal baritono francese Ludovic Tézier, combattono da soldati cercando di sfuggire nel frattempo a un passato doloroso che li lega. Il primo, un mulatto figlio illegittimo di un nobile e di una donna Inca, ha infatti ucciso il padre di Carlos e della sua amata, Leonora de Vargas (la soprano Anna Netrebko), per errore o per fatalità. Il marchese di Calatrava, alias Fabrizio Beggi, non lo riteneva all’altezza della figlia e mentre la coppia tentava di scappare nottetempo dalla casa di quest’ultima, aiutata dalla domestica Curra, li ha scoperti. Álvaro ha tentato di difendere il loro amore senza ricorrere alle armi, ma un colpo è partito dalla pistola che aveva gettato sul tavolo davanti al suocero in segno di resa pacifica. Comincia da quel momento una parabola rocambolesca fra equivoci, inseguimenti, redenzioni e fughe, nella quale l’elemento cristiano e provvidenziale è impersonato dalle figure chiave del Padre Guardiano e del buffo Fra’ Melitone contro l’azione dell’ironica zingara Preziosilla (Vasilisa Michajlovna Beržanskaja)

La regia di Leo Muscato ambienta le scene guerresche in epoche diverse, dall’originario Settecento ai giorni nostri, per mostrare l’universalità di un tema, l’onnipresente fato, che interviene nelle storie di qualsiasi essere umano. La storia dunque si astrae dal suo tempo e resta sospesa, intrappolata in una ruota che gira senza sosta prendendosi gioco ora dell’uno ora dell’altro personaggio. Simboleggiata dall’impianto scenografico girevole curato da Federica Parolini, che negli atti alterna ambienti diversi, dal boschetto dove Leonora incontra il Padre Guardiano e sceglie di diventare un’eremita, alle trincee della Prima guerra mondiale nelle quali Álvaro e Carlos stringono una breve ma solida amicizia.

Il tema della sfortuna 

Neanche i richiami cristiani però hanno salvato l’opera dalle superstizioni. La provvidenza, il caso o il fato fanno scattare il grilletto della pistola che uccide il marchese di Calatrava, causando l’incidente iniziale, ma in molti ci vedono l’azione della pura e semplice jattura. Che sembra condizionare tutta la trama e per qualcuno, non solo quella. Nel 1960, il baritono Leonard Warren morì in scena a New York alla fine della romanza Morir, tremenda cosa. Un forte terremoto, una cinquantina di anni più tardi, colpì il Giappone mentre a Tokyo, l’orchestra del maggio musicale fiorentino stava eseguendo proprio “La Forza del Destino”. Ma si potrebbe ricordare anche come Hitler invase la Polonia quando in cartellone a Varsavia c’era il dramma di Don Álvaro. Per questo, i melomani evitano di menzionarla o aggirano il problema con sinonimi e perifrasi. “L’innominabile”, “L’opera di San Pietroburgo”, “La sedicesima opera di Verdi” sono solo alcuni. Sul tema hanno scherzato anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il presidente del Senato Ignazio La Russa prima di raggiungere il Palco Reale, occupato per l’occasione insieme alle consorti e alla senatrice a vita Liliana Segre, al posto dei grandi assenti: il capo dello Stato Sergio Mattarella e la premier Meloni. Volati a Parigi per rappresentare l’Italia alla cerimonia di riapertura di Nôtre Dame. «Non sono scaramantico se non si tratta di Inter» ha detto ridendo La Russa. «Non so se porta sfortuna, ma di sicuro ha portato fortuna alla città e alla Scala» ha commentato il primo cittadino. La senatrice ha invece smorzato le polemiche definendo la Prima 2024 «Una serata per la pace». 

Proteste e contestazioni 

E a mitigare l’eventuale effetto della iella ci hanno pensato i contestatori radunati, come ad ogni Prima che si rispetti, a pochi metri dal Teatro. Il tappeto rosso all’entrata è stato cosparso di sacchi di letame destinato a essere calpestato dal pubblico, con le foto di Meloni, Salvini, La Russa e del primo ministro israeliano Netanyahu, accompagnate dallo slogan polemico “Ogni guerra è uno spettacolo di m…”. Non è mancato nemmeno qualche tafferuglio durante il corteo organizzato da centri sociali, collettivi pro Palestina e sindacati di base per protestare contro guerre e Ddl sicurezza. Alle 17, un manipolo di incappucciati si è staccato dal gruppo per lanciare bombe carta e fumogeni, tentando di forzare le transenne sistemate dalle forze dell’ordine a protezione del teatro, senza conseguenze. In sala, qualche fischio è arrivato dai loggioni all’indirizzo della russa Netrebko, la Leonora che dal 2022 condanna però la guerra in Ucraina. Alla fine di una messa in scena trionfale, nella serata dedicata a Renata Tebaldi, a rimettere tutti d’accordo ci hanno pensato 12 minuti di applausi e lo slogan immortale urlato dagli stessi loggioni. Viva Verdi!