La puntata di Pulp Podcast con ospite la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto un milione e 800mila visualizzazioni. Il 5 novembre 2024, dopo essere stato eletto 47esimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha ringraziato gli host dei podcast in cui è stato ospite durante la campagna elettorale. Sembrerebbe quindi impossibile ormai ignorare il potere detenuto dai podcast, come dagli altri strumenti dei media digitali, durante le diverse tornate elettorali. Non è una novità, ma quello che, per ora, sembra il culmine del processo di mediatizzazione della politica.
Il dibattito politico sembra infatti seguire la media logic, che funziona secondo regole precise: contenuti brevi, o consumabili in pillole, personalizzazione delle tematiche, “celebritizzazione” dei personaggi politici, spettacolarizzazione dei conflitti e trasformazione della politica in intrattenimento. Ne abbiamo parlato con Ludovica Taurisano, esperta in comunicazione politica e PR specialist per il Senato, e Angelo Miotto, giornalista e podcaster.
Partiamo da Meloni a Pulp: è stato giusto per lei accettare e quindi spostare il dibattito politico in luoghi non “gestiti” da giornalisti?
Miotto: La domanda semmai che mi sarei fatto io è se ha fatto bene Fedez a invitare la Presidente del Consiglio, e mi sarei anche risposto che ha fatto bene, nel senso che è stato un un colpo di genio dal punto di vista della comunicazione. Dopodiché fa molta differenza che sia un giornalista o un intrattenitore a fare le domande; in effetti se tu non sei un giornalista, non sa non è detto che tu sappia quando interrompere su che cosa e con quale tipo di conoscenza del tema. Perché non è richiesta questa cosa a chi fa intrattenimento, anche se fa il cantante famoso e si occupa di temi politici – lo fa come cantante famoso che legge il giornale, ma il suo lavoro non è fare il giornalista.
In questo caso Meloni è andata a sedersi in un podcast di intrattenimento, parlando di temi non di intrattenimento. Chi si aspettava da Fedez che facesse il giornalista ha fatto male perché non lo è, chi si aspettava da Meloni che facesse intrattenimento e non facesse il comizio, ha fatto male perché lei fa i comizi. Quindi Fedez non sa fare il giornalista e Meloni lo sa, quindi in realtà è molto più furba di Fedez; chi non doveva cascare nella trappola era lui più che lei.
Taurisano: Il dibattito politico è già spostato in luoghi in cui il giornalista, inteso come figura professionale soggetta a un certo codice deontologico, non può più funzionare come filtro. L’ecosistema mediatico è talmente frammentato che è antistorico pensare che il dibattito avvenga solo in arene formali come, ad esempio, una conferenza stampa. E inoltre ci sono delle criticità legate alle piattaforme: non c’è accountability, gli unici tribunali di chi crea contenuti online sono i follower, non esiste una deontologia.
La presenza di Meloni a Pulp a me è sembrata tutta fuorché una notizia: chiunque abbia seguito il mondo dei podcast e della comunicazione politica, anche italiana, negli ultimi due anni circa, avrebbe potuto prevedere questo momento.La questione quindi non è che ci sia un giornalista o meno a fare l’intervista, ma è di competenze e credibilità: l’host deve assicurarsi che lo spazio di ascolto non diventi occasione di propaganda senza freni per l’interlocutore.
In che modo la scelta di gestire la par condicio tramite interviste separate e senza interruzioni influisce sulla qualità del dibattito, e quanto è concreto il rischio che la natura ‘long-form’ del podcast trasformi lo spazio concesso al politico in un comizio privo di contraddittorio?
Taurisano: Dipende da che punto di vista ci si colloca: se per l’host/content creator creare due video separati fornisce maggiori possibilità di capitalizzazione e permette di non dover gestire la difficoltà di un dibattito, per la figura politica il podcast diventa la perfetta zona di comfort in cui poter fare un monologo esprimendo solo le proprie ragioni.
Si pongono quindi due questioni: quella della razionalizzazione a freddo dei fatti e quella della preparazione al dibattito. Quando si fanno monologhi ciò che rimane nella memoria emotiva sono le dichiarazioni roboanti, per questo i lavori di fact checking postumi hanno efficacia relativa. Al contrario, quando si fanno dibattiti, come i dibattiti presidenziali negli Stati Uniti, con fact checking contemporaneo, ci vuole molta preparazione: non si può solo essere convincenti nei toni, bisogna anche assumersi la responsabilità di rispondere effettivamente alle domande.
Miotto: Anche su questo ho molti dubbi: siamo sicuri che spetti al podcast di Fedez e Mr. Marra e fare una cosa che dovrebbe fare al massimo la televisione di Stato? Detto questo, come dicevo prima, è evidente che la missione è diversa: la missione del podcast di due persone che fanno intrattenimento è fare intrattenimento e loro l’hanno fatto.
Se però i politici iniziano a bypassare l’intermediazione giornalistica e portare avanti la campagna elettorale direttamente sulle piattaforme di intrattenimento allora secondo me serve mettere delle regole.
Io credo profondamente nel fatto che la comunicazione politica debba avere un suo contesto: non si può andare dietro a questo meccanismo della politica spettacolo, per cui tutti parlano di tutto e la Presidente del Consiglio, che è una figura istituzionale, non accetta interviste con contraddittorio da settimane, ma poi va al podcast di Fedez.
Dopo gli Stati Uniti la “podcast politics” ha un futuro anche in Italia? Quali potrebbero essere le prossime mosse di Meloni a riguardo?
Taurisano: È difficile fare previsioni, ma, riprendendo McLuhan, possiamo dire che un medium emergente convive con gli altri, non li soppianta, dunque esistono sempre delle alternative. D’altro canto vorrei evitare la profezia che si autoavvera: il fatto che il podcast abbia probabilmente giocato un ruolo determinante nelle elezioni americane, non implica che accadrà lo stesso in Italia. La comunicazione politica continuerà a cercare i podcast e viceversa, ci sarà un reciproco corteggiamento, ma credo ancora che da un lato le giovani generazioni stiano riscoprendo la piazza fisica e non quella digitale, anche come arena di confronto e formazione di opinione; dall’altro, la televisione e la radio sono ancora dei media cruciali per la nostra sfera pubblica.
Poi nel caso Meloni lei è capace ormai di tenere un’identità riconoscibile pur adattandosi ai vari contesti mediatici: la comunicazione di Giorgia Meloni è Giorgia Meloni. Se posso azzardare un pronostico, Meloni non disdegnerà di andare in arene più ostili avvicinandoci al voto, perché sa di doversi riprendere la credibilità anche da parte di una base fedele ma un po’ scontenta. Ma ciò su cui può contare comunicativamente è sé stessa: per questo, credo che userà la potenza di fuoco dei propri social con vari format, dirette, rubriche, momenti di apparente contatto con la base ma che sono gestiti e controllati nell’ideazione e nella post-produzione. E certamente punterà su ciò che l’ha portata a vincere: il contatto con le persone e la dimensione di folla in cui il suo carisma è inarrestabile.
Miotto: il podcast negli Stati Uniti è un’altra cosa rispetto al podcast in Italia, in generale il giornalismo degli Stati Uniti è diverso rispetto a quello in Italia; mentre ahimè l’attitudine politica di personaggi come Trump sta diventando la stessa anche nel nostro Paese, cioè quella della spettacolarizzazione, della frase d’effetto, delle dichiarazioni che vengono fatte senza nessun appoggio ai dati precisi reali, semplicemente per creare dei movimenti di pancia.
Se io fossi Giorgia Meloni, probabilmente farei fare dei podcast a persone che ritengo sveglie, in cui spiegare a una certa fascia di pubblico – per esempio i giovani – quali sono i vantaggi delle riforme che il Governo propone. Farei fare dei podcast a delle persone capaci di riscaldare il cuore al pubblico o comunque di portare un verbo attraverso un medium che poi l’utente sceglie di ascoltare. Perché poi i podcast funzionano così: si scelgono perché piacciono.