“A Carolina non andava che facessi la Bocconi/I miei migliori amici erano tutti dei coglioni/Lei detestava fare colazione da Gattullo/Non sopportava che io fossi più bravo che furbo”. Incontriamo Walter, in arte I miei migliori complimenti, nel suo piccolo appartamento in viale Tibaldi, a due passi dai Navigli.
Un iter strano, quello di questo giovane artista milanese. Nessuna etichetta alle spalle, poche strumentazioni, il pc sempre accanto a sé. Il suo nome, così accattivante, e la copertina del suo primo EP Le disavventure amorose di Walter e Carolina, dove sono ritratti, in stile pop art, Batman e Robin che si scambiano un tenero bacio, ci hanno convinto ad ascoltarlo.
«Ho iniziato come rapper ma quello che facevo non mi soddisfaceva mai al 100%. Ho quindi deciso di provare a fare una cosa nuova, una mia versione di quello che poi è oggi l’IT pop. Ho iniziato come rapper – racconta Walter – ma quello che facevo non mi soddisfaceva mai al 100%. Ho quindi deciso di provare a fare una cosa nuova, una mia versione di quello che poi è oggi l’IT pop». Walter inizia così, nel 2015, a scrivere il suo primo EP, che però ha avuto veramente successo solo nel 2017.
La domanda che ci pone, invertendo i ruoli, è: «Ma, ragazzi, cos’è successo?». Noi siamo qui più o meno per fargli la stessa domanda. Cos’è cambiato nella musica italiana negli ultimi anni?
«Quando ho pubblicato l’EP non se l’è filato nessuno per un sacco di tempo. Ma davvero, non sto scherzando, avevo 30 ascoltatori su Spotify! Per me non era un flop, però ero soddisfatto del risultato. Probabilmente nel 2015 non andava perché non era stato spinto nel modo giusto». Oggi, secondo Walter, per far funzionare un album serve una spinta. La caratteristica che rende I miei migliori complimenti un fenomeno interessante è che questa spinta tutt’oggi non c’è stata. Gli ascolti su Spotify sono cresciuti, arrivando a toccare i 30mila ascoltatori. Tutto, senza un’etichetta discografica dietro.
«Probabilmente noi oggi siamo qui a fare questa intervista grazie agli algoritmi di Spotify. Questa piattaforma ha un sistema per cui se appari negli “artisti correlati” è molto probabile che qualcuno ti ascolti». Inevitabilmente finiamo a parlare di Indie. Walter ha una visione tutta sua di questo genere, che in Italia, per lui, ha il nome di IT pop. «C’è stata una grande attenzione verso l’indie, dai piccoli a grandi progetti. Quello che facciamo oggi però non è indie, è IT pop. Un po’ come in Inghilterra e in Corea, sono nati dei generi locali, rispettivamente il Brit pop e il K pop».
Potremmo rimanere a parlare di musica con lui tutta la notte. Perché tra un bicchiere di vino rosso e una sigaretta, Walter si dimostra non solo un grande appassionato di musica, ma anche uno che parla con cognizione di causa. Insomma, uno che la musica la vive a 360° gradi. Quando Walter cita il Brit pop la domanda sulla musica indie all’estero è d’obbligo. A che punto siamo noi rispetto all’Inghilterra, dove l’indie ha spopolato e continua a vivere come genere incontrastato? «L’indie inglese è fighissimo, ma l’Italia non è indietro. Non possiamo essere indietro rispetto a quello che è stato fatto 10 anni fa all’estero. Non possiamo essere indietro rispetto a quello che è stato fatto 10 anni fa all’estero. Qui abbiamo creato una cosa proprio diversa. Quello era sicuramente più figo, ma noi stiamo facendo musica che è figlia del nostro tempo. Va bene ed è giusto così».