Sole invernale, la campagna lodigiana e un treno fuori dai binari. Un elicottero della polizia sorvola l’area. La partenza intorno alle 10.00, il viaggio in macchina con il piede schiacciato sull’acceleratore, l’entusiasmo per il primo servizio di cronaca. Sentimenti genuini e spontanei che si arrestano quando vediamo le lamiere del Freccia Rossa.L’impatto con la vita reale, che va raccontata anche quando non si vorrebbe, è forte. Le voci si susseguono, i giornalisti sistemano l’attrezzatura. C’è chi scrive e apre il taccuino. I telefoni cellulari scottano. Le forze dell’ordine presidiano la zona e la circondano con un nastro bianco e rosso.

Notizie raccolte, foto scattate, video girati: tutto viene inviato ai nostri colleghi di redazione. Alleati pronti a darci supporto davanti ai computer. Le tastiere battono forte e scandiscono i fatti: 2 morti, 31 feriti, cause dell’incidente ancora da decifrare. Il bilancio è grave. Due persone, i macchinisti Mario e Giuseppe, sono morti facendo il loro lavoro. Sul momento magari non ci pensiamo, ma quelle due persone hanno una famiglia alle spalle. Parenti e amici che apprendono un dramma dai microfoni e dalle penne della stampa. Responsabilità e sensibilità devono essere massimali, così come l’accuratezza delle informazioni divulgate.

Il giornalismo è speciale per questo ma perché è anche un mestiere nel quale il più giovane può aiutare il più esperto: quando discutiamo tra noi della conferenza stampa che terrà il procuratore di Lodi tutti ci chiedono maggiori dettagli. Essere inviati sul campo è questo. Si è immersi nel proprio lavoro ma le orecchie sono sempre tese per ascoltare e intercettare tutto.

Le testate sul posto sono diverse. La cronaca viene raccontata scambiando qualche sorriso e facendo squadra. Non si guarda in faccia a nessuno solo durante la tonnara di microfoni e telecamere che provano ad intercettare le voci dei protagonisti. Tra gli altri parlano il responsabile dei vigili del fuoco di Lodi e il ministro De Micheli. Spesso, però, le immagini raccontano più delle parole.Guardando il treno deragliato ci rendiamo conto di come la quotidianità possa trasformarsi in dramma. Tutti noi abbiamo preso il treno, tutti sappiamo cosa significhi viaggiare sulle rotaie. Si guarda fuori dal finestrino, si ascolta la musica e si sogna ad occhi aperti. Ci si immagina il futuro, sorseggiando il caffè e leggendo un libro. Poi, improvvisamente, tutto si può spezzare. Ci si accorge di essere appesi a un filo solo quando questo si tronca e non si riaggiusta più.

Ed è proprio la voce dei feriti, fortunatamente non gravi, che vogliamo raccogliere.Raccontare l’esperienza della gente comune, dare voce agli anonimi, è uno dei privilegi del giornalismo. Lasciamo alle spalle il luogo dell’incidente e ci portiamo all’ospedale Maggiore di Lodi. Ascoltiamo la testimonianza di Michaela, 24enne dipendente di Trenitalia. Descrive l’incidente con un forte boato, i vetri rotti, le luci che si spengono. Sono le 16.00 e ci siamo anche dimenticati di mangiare. Quando si fanno le cose con passione tutto passa in secondo piano. Il sole che ci aveva accolto al mattino comincia a calare. Raccogliamo le nostre cose, saliamo in macchina e un’ora dopo siamo di ritorno.

Varchiamo la soglia e ritroviamo i nostri alleati in redazione. Una pacca sulla spalla e un “bravi tutti” conclude la giornata.Guardandoci negli occhi stanchi capiamo una cosa sola anche senza dirlo espressamente: raccontare la quotidianità è la nostra strada, il nostro mestiere.