Se c’è una regola valida in generale ma essenziale nel giornalismo, è che per ogni argomento c’è un modo adatto di parlarne. È un mestiere, più di tanti altri, dov’è fondamentale la precisione nel linguaggio, anche se non è sempre così. Capita infatti di trovare sui giornali, nelle tv o nelle radio frasi e concetti intrisi di stereotipi fallaci. C’è bisogno di grande attenzione quando si scelgono le parole, specie per certi argomenti. Quando si parla di femminicidi, ad esempio, bisogna fare attenzione a non empatizzare con il presunto uccisore, anche se non bisogna arrivare a uccidere per capire quanto siano evidenti certi problemi, specie se si tratta di discriminazioni di genere. Spesso non sono nemmeno delle scelte consapevoli. Negli ultimi anni la sensibilità su questi temi è cambiata, e non tutti i giornalisti sono stati in grado di intercettare questo tipo di evoluzione. Si tratta di una questione complessa che ha a che fare anche con chi sta nelle redazioni, composte ancora oggi, in maggioranza, da uomini.
Anna Masera, giornalista della Stampa, ricopre dal 2016 il ruolo di public editor – una figura già presente in diversi giornali americani, anche se inedita in Italia, a cui è richiesta la protezione dell’integrità e della correttezza della testata per cui lavora. Masera è sempre stata molto attenta, sia al corretto utilizzo delle parole che alla diversità di genere dentro le redazioni; due questioni che spesso finiscono per incrociarsi. L’abbiamo raggiunta e abbiamo parlato di come il giornalismo stia affrontando le discriminazioni di genere, non senza rendere conto dei cambiamenti dentro le redazioni italiane.
Dall’1 gennaio 2021 è entrata in vigore una versione aggiornata del testo unico dei doveri del giornalista che introduce delle indicazioni per il rispetto delle differenze di genere.
Carlo Verna, il presidente dell’Ordine dei giornalisti (Odg), ha fatto bene a intervenire, perché era una cosa che bisognava fare prima o poi. Però, come si dice in questi casi, “fra dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Oggi c’è sicuramente maggiore sensibilità rispetto a una volta, e un po’ con il mio ruolo di garante dei lettori, un po’ con gli interventi dell’Odg, un po’ per il fatto che tutti ci criticano, alla fine i giornalisti si stanno aggiornando. Ma le contraddizioni sono ancora tantissime e non c’è una pratica diffusa a stare attenti al genere. È una prassi che va introdotta e consolidata, ci vorrà un po’ di tempo. Non è che se i giovani di oggi, che sono attenti al genere, allora vuol dire che tutta la società lo sia. Ci sono generazioni che la pensano diversamente, o che non sono proprio abituate a pensarla in questo modo. Serve cultura, che non si stabilisce con una regolina che cambia tutto da un giorno all’altro.
Molte frasi fatte e luoghi comuni, tipici del giornalismo, sono legati a concetti stereotipati o discriminatori. Sconfiggere gli stereotipi aiuterebbe a eliminare certe differenze di genere, oppure servirebbe qualcos’altro?
Ci sono i giornalisti attenti e altri meno attenti: i giornali sono fatti da persone, e ogni persona è responsabile per se stessa. Non c’è una voce unica nei giornali, tranne per quelli molto schierati che prendono posizioni provocatorie di proposito, come fanno Libero e il Giornale, che giocano al politicamente scorretto per far parlare di sé. C’è anche questa componente. Poi, se parli singolarmente ai direttori di questi giornali, sono molto più colti di quanto appaiano. Ma sulla carta stampata scrivono provocazioni per incrementare la vendita, perché i giornali sono molto in crisi.
Sì, però spesso si avverte una grande contraddizione fra la neutralità dell’informazione e l’attenzione al lessico che stessi giornali dovrebbero portare avanti. Ad esempio, la scelta di usare o meno l’articolo davanti al nome di una donna è una presa di posizione da parte di chi lo fa o no?
È sbagliato scrivere la Boldrini, bisogna dire Boldrini. Come si dice Giannini, come si dice Mieli, o Draghi. Non si dice il Draghi. Dire la Boldrini è sbagliato. Poi è colloquiale, e il giornalismo è colloquiale, quindi poiché la maggioranza parla così, i giornali si adeguano. Ma se vuoi essere corretto non lo scrivi. Un conto è il parlato, un conto è la scrittura. Il colloquiale va bene ma fino a un certo punto nella scrittura, e bisogna stare molto attenti, specie in questo periodo in cui il politicamente corretto è importante. Quindi avere rispetto per la lingua corretta è rispettoso anche del genere, e delle donne in questo caso. Ci sono una serie di regole che a me sono state insegnate, e a cui bisogna prestare attenzione. Se un uomo sceglie di cambiare sesso devi declinare al femminile, anche se te lo ricordi come una persona che all’inizio era di sesso maschile. A volte, ad esempio, si parla di Chelsea Manning come di un uomo, nonostante adesso sia una donna.
Ecco, il politicamente corretto. C’è da dire che in Italia spesso viene dato più risalto alle distorsioni del politically correct, invece che alle notizie che riguardano le violenze di genere. Il fatto che in una high school del Massachusetts si rimuova Omero dal piano di studi fa più rumore, rispetto a un caso di razzismo o di femminicidio.
Preferisco non semplificare troppo il discorso, né da una parte né dell’altra. In Italia in molti sono rigorosi e attenti e attenti al politically correct, altri reagiscono all’opposto, perché preferiscono l’ironia. Io penso che bisogna saper stare al gioco, ma sulle questioni serie bisogna essere seri, facendo delle distinzioni. In questo momento c’è molta tensione, perché quando emerge una tendenza nuova il vecchio cerca di resistere. Viviamo una fase molto complessa, e io cercherei di essere equilibrata; di essere corretta nella scrittura, rispettosa del genere e della dignità umana e delle notizie, ma anche rispettosa della storia, perché il politicamente corretto si applica nella revisione storica. Penso che sia esagerato non leggere Omero, perché la cultura è cultura, anche se certi personaggi hanno fatto tutta una serie di cose che non erano proprio politicamente corrette; ecco, sono contraria alla revisione storica in quel senso lì. Però è anche giusto, quando si insegna la storia, dire che alcune cose erano assolutamente sbagliate. Per esempio, ricordate quella polemica su Via col Vento rimosso da Hbo Max (una piattaforma di streaming negli Stati Uniti, ndr), e poi re-inserito ma con un avvertimento iniziale, in cui si specifica il contesto in cui fu girato? Ecco, Via col Vento è uno dei miei film preferiti, però va collocato storicamente, visto che effettivamente ci sono delle scene dove si inneggia alla schiavitù; mettere un disclaimer che spieghi che il film è ambientato in un contesto razzista è comprensibile, ed è giusto che non sembri normale l’esistenza degli schiavi.
Potrebbe essere una soluzione quella di inserire nelle redazioni un ruolo come quello del gender editor (una figura, presente in alcune testate statunitensi, che si occupa di temi riguardanti le discriminazioni)?
La gender editor sarebbe meravigliosa! C’è bisogno di attenzione a tutto quello che è nuovo. Così come io sono public editor, così c’è stato il primo social media editor, il primo digital data editor, insomma, tutte figure lavorative inedite, nate grazie al giornalismo digitale. Quindi ben venga la gender editor, sarebbe giusto, ma prima di arrivarci… campa cavallo! I giornali che stanno nascendo possono immaginare di averlo, ma forse non ne hanno neanche bisogno, perché questi valori sono già incorporati nei giornalisti di nuova generazione. Per le vecchie redazioni potrebbe essere necessario, ma sarebbe vissuto molto male, perché in Italia i giornalisti non sono assolutamente preparati a questo tipo di idee.
Magari è solo una mia impressione, ma a volte mi sembra che tante donne debbano dimostrare agli uomini di essere in grado di occuparsi di determinati temi, come la politica, l’economia o lo sport. Sempre questo atteggiamento, a volte, porta le donne a non proporsi proprio, a non buttarsi, aprendo così al dilagare di firme maschili. Ad esempio Ultimo Uomo, una rivista online che si occupa di sport, fatica a trovare autrici donne per i propri pezzi.
Ho fatto la direttrice di un master in giornalismo, a Torino, per quattro anni. Facevamo sempre in modo che ci fossero abbastanza ragazze: su 20 studenti, dieci erano sempre ragazze. Era un osservatorio, e le ragazze si buttavano tranquillamente, fidati. Sono le giovani generazioni che si buttano tranquillamente. Stampa La redazione politica di Roma de La Stampa ha tre caposervizio e sono tutte donne. È stata una scelta del direttore Giannini, quella di mettere tante donne. Si sono fatti passi da gigante rispetto al tempo passato. So per certo che le donne sono meno numerose nelle redazioni, il 41%, quindi il divario c’è ancora. In passato era un mondo prettamente maschile, poi il femminismo ha portato più donne in redazione, anche se adesso la situazione è di nuovo peggiorata: con la pandemia le prime a ritirarsi sono state le donne. I dati lo confermano in tutti i settori, non solo nel giornalismo. E in più le donne sono pagate di meno, e nei posti apicali non ci sono proprio. Non ci sono donne che fanno le direttrici: è un disastro.
I direttori dei sette maggiori telegiornali italiani sono tutti maschi. Lo sono anche quelli delle più importanti testate, sia cartacee che online. A conti fatti, fra i giornali a maggiore diffusione, le uniche direttrici donne sono Agnese Pini della Nazione e Nunzia Vallini del Giornale di Brescia.
Guarda, io sono assolutamente favorevole alle quote rose, anche nel giornalismo. Michela Murgia ha fatto una bellissima campagna per sensibilizzare il tema: ha iniziato a pubblicare su Twitter le prime pagine di Repubblica e del Corriere della Sera, cerchiando di blu le firme maschili e di rosso quelle femminili. Questi cerchi erano quasi tutti blu nella maggior parte dei casi, e infatti lei metteva l’hashtag #tuttimaschi, dimostrando come i direttori tendano a considerare più importanti gli articoli degli uomini, tanto da metterli in prima pagina. Siccome è una selezione, quella della prima pagina, non si fanno venire in mente di trovare editorialiste donne per scrivere di certi argomenti come la politica o l’economia, che di solito vanno in primo piano. Ecco, Giannini ha invertito questa tendenza, facendone addirittura una forzatura: tra le firme nelle prime pagine della Stampa, almeno la metà sono donne, se non di più. Abbiamo un sacco di editorialiste donne, tra cui proprio Michela Murgia, perché c’è un direttore femminista da questo punto di vista. Però se vai a vedere i vertici del giornale non è riuscito a fare un vicedirettore donna (i vicedirettori della Stampa sono tre uomini, ndr). In ogni caso un passo in avanti c’è stato, come ti dicevo parlando anche della redazione di Roma della Stampa. Ad alcuni colleghi magari può dare fastidio di vedere le quote rosa, ma si tratta di una conquista importante per raggiungere la parità di genere. Vanno messe, sia in politica che nei giornali. Le quote rosa ci vogliono anche negli articoli, però: quando il cronista scrive un pezzo e deve sentire delle persone, deve assicurarsi di aver rappresentato un po’ tutti; altrimenti ci si parla addosso in una bolla e non si rappresenta la società che è diversa, e non è fatta solo da bianchi, maschi ed etero.
Guardo molto sport, ma soprattutto in questo settore mi sembra che di diversità non ce ne sia poi molta. Per le donne, poi, è molto difficile lavorare nel giornalismo sportivo in tivù, a meno che non siano molto avvenenti. È un problema che riguarda più l’audience o le redazioni?
Come sai abbiamo una fantastica giornalista che fa l’inviata di esteri, Giovanna Botteri, presa in giro da un’altra donna perché se ne fregava dell’estetica e si presentava in televisione acqua e sapone. Ora, a parte che io reputo Giovanna Botteri una bellissima donna, ma il concetto è che anche se guardi la Cnn lì non sono mica tutte delle star di Hollywood. Brave, competenti, ma senza look da dive, perché non è quello il ruolo: devono fare le giornaliste. Poi per quanto riguarda lo sport, come si dice: donne e motori. Ecco, le donne sono sempre state messe lì in vetrina, a fare le giornaliste sportive, perché attirano audience: dovevano essere sexy, belle. Alba Parietti ha cominciato così, a Telemontecarlo, come giornalista sportiva, e poi è diventata la soubrette che tutti conosciamo. Lilli Gruber la riprendevano a tre quarti e faceva la giornalista super-sexy: poi si è scoperto che è molto brava, però l’idea maschilista che c’era dietro era quella, della vetrina. Nel mondo del giornalismo sportivo ce ne sono molte, come Giulia Zonca della Stampa, che è un’inviata bravissima, anche se forse nel giornalismo di scrittura è più facile per le donne, mentre in tivù si punta di più a farle apparire come soubrette, a prescindere dal fatto che siano competenti o meno. Credo che si tratti di un mondo un po’ a parte, quello del giornalismo sportivo, però ecco, sì, tendenzialmente è molto maschile. Maschile e macho. Secondo me se si mettesse qualche giornalista bravo e gay, ti assicuro che avrebbe un’attenzione diversa, nel senso che diversificherebbe la sensibilità della redazione. La parità di genere emerge anche grazie al fatto che metti persone di provenienza, genere e orientamento sessuale diverso. Se metti troppo testosterone alla fine è ovvio che a dilagare è questo tipo di cultura. Siamo ancora una società dove il machismo è imperante, c’è poco da fare.