Durante la lettura di Quella casa in Sardegna è altamente consigliato l’ascolto della Playlist Spotify Flats & Hits: oltre a contenere tutti i brani presenti nell’articolo, questa manciata di canzoni creerà infatti la giusta immersione nelle atmosfere raccontate.
La Sardegna fu un luogo che seppe offrire a Fabrizio De André, durante tutto il corso della sua vita, un porto sicuro dove rifugiarsi tra una tournée e l’altra. Il cantautore genovese amava profondamente questa terra, tanto selvaggia quanto incantevole. Le brulle montagne del Gennargentu, il silenzio delle pianure del Campidano e la purezza delle acque del golfo dell’Asinara furono per Faber un’inesauribile fonte di ispirazione per tantissime sue canzoni e poesie. Nel 1975 il cantautore genovese comprò, assieme alla moglie Dori Ghezzi, la Tenuta dell’Agnata, uno stazzu – casale di campagna tipico della Sardegna – semi-abbandonato. Il podere, immerso nel cuore montuoso della Gallura, ai piedi del Monte Limbara, in provincia di Sassari, venne acquistato dalla coppia da un’amica di famiglia. Le sue mura di granito vecchie di un secolo, la foresta di querce sempreverdi che lo circondano e la quiete che, come una morbida coperta, avvolge tutt’ora quel casolare stregarono l’animo di De André.
In quel luogo ameno adorava stare seduto per ore in riva al ruscello che scorre vicino alla casa, ammirandone il lento e inesorabile scorrere. Spesso ne risaliva il greto, verso le sue trasparenti sorgenti in mezzo al bosco. Proprio dal rio Caprineddu, questo il nome del corso d’acqua che attraversava la sua tenuta, De André ricavò un lago artificiale per garantire una riserva idrica alla comunità locale contro le siccità estive e gli incendi che, prima del suo arrivo, funestavano la zona da decenni. Le persone del vicino paese di Tempio Pausania, infatti, conservano tutt’ora un bellissimo ricordo del cantautore genovese: passeggiando per le vie della città e chiedendo di De André in moltissimi rievocano con affetto i pomeriggi passati a parlare con lui, scanditi da infinite chiacchiere e caffè offerti al bar del paese. Sin dalla sua scomparsa, avvenuta l’11 gennaio del 1999, la cittadina ha dedicato a Faber moltissimi concerti, mostre ed eventi culturali, culminati con l’inaugurazione della piazza Fabrizio Dè Andre nel luglio del 2016.
La volontà da parte del cantautore genovese di costruirsi questo suo eremo sperduto nel cuore della Sardegna aveva ricevuto una spinta decisiva l’anno prima, nell’inverno del 1974, quando nella sua prima casa in terra sarda a Portobello di Gallura, fatta costruire nel 1968, ospitò per quasi un mese il suo collega e amico Francesco De Gregori. Nella tenuta dell’Agnata De André adorava stare seduto per ore in riva al ruscello che scorre vicino alla casa, ammirandone il lento e inesorabile scorrere I due musicisti si erano conosciuti sul finire degli anni ’60 al Folkstudio, storico locale di musica romano nato nel 1960 in una cantina presso il civico 59 di via Garibaldi, nel quartiere di Trastevere. Un palco che, oltre a quelle di De André e De Gregori, accolse le prime esibizioni di musicisti del calibro di Antonello Venditti, Rino Gaetano e Tullio De Piscopo. Nel 1962 persino un allora sconosciuto Bob Dylan, di passaggio a Roma – doveva recarsi a Perugia dalla sua fidanzata dell’epoca, Suze Rotolo – fece il suo primissimo concerto italiano proprio nel locale trasteverino.
Durante quel mese in terra sarda di fine ’74, entrambi i cantautori erano giunti a un punto cruciale delle proprie carriere. Quella di De André, alfiere del cantautorato italiano sin dai primi anni ’60, aveva subito una lunga serie di critiche velenose. Nonostante la pubblicazione di un lavoro di indubbio spessore come Storia di un impiegato (1973), il calo di successo e vendite di questo suo sesto album, fece dire a molti che era un artista “giunto ormai al canto del cigno”. Quella di De Gregori, al contrario, era appena agli inizi. Con tre album, Theoris Campus (registrato assieme a Antonello Venditti nel 1972), Alice non lo sa (1973) e l’omonimo Francesco De Gregori (1974), il cantautore romano accettò di buon grado l’invito di Faber presso la sua casa a Portobello di Gallura, vedendolo come una possibilità unica di scrivere e fare musica con un professionista ormai navigato come lui.
Da questa collaborazione nacquero le canzoni che sarebbero finite in due album destinati a diventare delle pietre miliari per le carriere di entrambi i cantanti: Volume 8 e Rimmel, pubblicati entrambi nel 1975. È raro trovare, soprattutto nella storia della musica italiana, due dischi che, pur essendo lavori autonomi, siano lo specchio della reciproca influenza di due artisti capaci di trarre l’uno dall’altroL’incontro tra De André e De Gregori avvenne sul finire degli anni ’60 al Folkstudio, storico locale romano sul cui palco si esibirono artisti del calibro di Antonello Venditti, Rino Gaetano e persino Bob Dylan fonte di ispirazione per un profondo rinnovo della propria proposta musicale. Soprattutto Faber, affascinato sin dai suoi esordi dai lavori di artisti come Leonard Cohen e Georges Brassens, si avvicinò, grazie all’incontro con De Gregori, ad un approccio musicale decisamente più anglosassone, vicino a idoli del giovane collega come Bob Dylan e Simon & Garfunkel. Una “rinfrescata” all’interno del proprio sound, esplorata ulteriormente da De André nei suoi album successivi come Rimini (1978) e L’indiano (1981).
Un’altra novità rappresentata dalla collaborazione con De Gregori è la personalità impressa da quest’ultimo in molti dei brani di Volume 8. L’autore di Rimmel collaborò alla stesura dei testi e delle musiche di ben quattro canzoni presenti nel disco: La Cattiva Strada, folk-rock ballad, divenuta un classico all’interno del repertorio di De André; Oceano, dall’andamento dolce e ritmato e dal sound molto simile a quello di artisti come Tim Buckley e Crosby, Stills & Nash; Canzone per l’estate, uno dei migliori pezzi della seconda parte della carriera di Faber, anche se di fatto noto a ben pochi e Le storie di ieri, unico brano, firmato dal solo De Gregori, interpretato da De André nel quale non ha messo mano né ai testi né alla musica assieme a E fu la Notte (il suo primo 45 giri datato 1961).
De Gregori disse in merito alla traccia da lui composta: «Faber si era innamorato di Le storie di ieri. Era un pezzo che doveva già finire nel mio disco precedente – Francesco De Gregori n.d.r. – ma la casa discografica non me la fece mettere perché, secondo loro, “rischiavo di passare dei guai” dal momento che parlava di Mussolini e del Movimento Sociale Italiano. Dicevano: «Tanto non la passeranno mai in radio». Fabrizio allora disse «La faccio io!» e la pubblicò in Volume 8, il disco che venne fuori dal nostro incontro nel 1974. Quando la pubblicai anch’io su Rimmel, si incazzò pure: «Belìn, me lo potevi dire che la facevi, così non la mettevo io!». Io risposi: «Non immaginavo che l’avrebbero pubblicata!». Venne infatti sdoganata dalla Rca proprio perché era uscita sul suo disco».
Nonostante ciò De André inserì nel suo ottavo lavoro due canzoni composte interamente da lui senza alcun tipo di aiuto esterno: Giugno ’73 e Amico fragile. Entrambi i brani, vere e proprie pietre miliari della sua discografia, con il loro taglio squisitamente autobiografico spalancano una finestra sui suoi lati più intimi e fragili. Il primo, perfettamente bilanciato tra ironia e malinconia, narra la fine dellaDalla collaborazione con De Gregori nacquero molti dei brani che costituiscono la spina dorsale di Volume 8 come La cattiva strada, Oceano, Canzone per l’estate e Le storie di ieri sua storia d’amore con una donna chiamata Roberta. Qui il cantautore sottolinea la sua incapacità di stare vicino ad una ragazza della buona società, dai costumi un po’ mondani e frivoli, con la quale si frequentò per alcuni anni, subito prima di conoscere la sua futura seconda moglie Dori Ghezzi. La seconda, tratta della superficialità e del disfacimento culturale della società a lui contemporanea, dove il ragionamento e il dialogo vengono spazzati via dall’omologazione del divertimento fine a sé stesso. Un brano amato moltissimo anche dal suo stesso autore: «La canzone più importante che abbia mai scritto è forse Amico fragile, sicuramente quella che più mi appartiene. È un pezzo sulla mia vita: ho raccontato un artista che sa di essere utile agli altri, eppure fallisce il proprio compito quando la gente non si rende più conto di avere bisogno degli artisti».
Pur essendo un disco meno noto rispetto ad altri suoi lavori pubblicati tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ‘70, Volume 8 fu capace di traghettare De André fuori da un periodo difficile, costellato da critiche feroci e insuccessi commerciali, dando allo stesso tempo una ventata d’aria fresca al proprio sound. Grazie al suo approccio più scarno e vicino ai moderni canoni della canzone pop e rock, questo disco segnò il decisivo distacco dalle orchestrazioni barocche e dall’ormai polveroso suono beat di lavori come Tutti morimmo a stento (1968) e La buona novella (1970). Una trasformazione che si concretizzerà in album successivi a Volume 8 come Rimini e Fabrizio De André (L’indiano) del 1978 e del 1981. Lavori che, guarda caso, furono composti proprio tra le brulle colline della Gallura.
L’amore provato da De André verso la tranquillità della campagna sarda rimase intatto nonostante il rapimento ad opera dell’Anonima sequestri. I quattro lunghi mesi di prigionia passati sul Con il suo ottavo disco De André si allontanò definitivamente dal sound polveroso di dischi come Tutti morimmo a stento e La buona novella. Una trasformazione che si concretizzerà in album come Rimini e L’indiano finire del 1979 assieme alla moglie Dori Ghezzi, anziché spaventare il cantautore genovese, diedero una serie di spunti per moltissimi pezzi che sarebbero poi andati a creare la spina dorsale per capolavori successivi a Volume 8 come il già citato L’indiano e, soprattutto, Crêuza de mä (1984). Quest’ultimo, in particolare, perfettamente bilanciato tra l’inesauribile vena cantautorale e l’esplorazione dell’etnicità delle musiche dei popoli del Mediterraneo, oltre a rappresentare l’apice della sperimentazione e dell’estro creativo nella carriera di Faber, raccolse un plebiscito di consensi da parte di critica, pubblico e persino di star planetarie come il leader dei Talking Heads David Byrne che, durante un’intervista rilasciata a Rolling Stone, definì Crêuza de mä come «uno dei dieci album più importanti della scena musicale internazionale degli anni ‘80».
Proprio al termine degli anni ’70, De André decise infatti di ristrutturare altre parti del podere dell’Agnata, ricavandone alcune stalle per l’allevamento di vitelli e maialini da carne. Oltre a curare bovini e suini costruì un pollaio per avere uova fresche ogni mattina e, dopo aver bonificato e dissodato i terreni attorno alla tenuta, piantò alcuni filari di viti e ulivi, ai quali affiancò anche un grande orto. Col sudore della sua fronte Faber riuscì a realizzare il suo sogno di bambino, coltivato sin da quando la sua famiglia lo aveva messo in salvo dagli orrori della guerra fuggendo nella tenuta della nonna, vicino ad Asti. Tra le verdi colline piemontesi aveva infatti imparato ad amare la terra e le piante e le erbe: un dolce ricordo d’infanzia che spinse il cantautore genovese a costruire e possedere una tenuta campagnola tutta sua.
