Nell’Italia costretta a cambiare volto e abitudini a causa dell’irruzione del coronavirus, pur nell’immobilismo forzato qualcosa continua a muoversi. È la sanità pubblica, in prima linea nella lotta alla pandemia. La cronaca giornaliera mostra medici come soldati al fronte, esausti, ma ben decisi a non arrendersi. Tra di loro non c’è solo personale con anni di esperienza: si confrontano con l’emergenza anche i giovani, specializzandi e appena abilitati con l’entrata in vigore del decreto Cura Italia. Una misura che prevede proprio l’assunzione di 20mila medici in ambiti specifici che però risultano essere i meno ambiti dagli studenti. Dell’emergenza formativa e lavorativa si occupa da ormai dieci anni il Segretariato Italiano dei Giovani Medici, che punta a tutelare i futuri dottori ponendosi in un’ottica generale nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale.

«Purtroppo la formazione è un tema delicato ed è quello principale – spiega il dottor Calogero Casà, Ufficio Presidenza del SIGM –. Il problema non è spingere gli studenti a scegliere delle specializzazioni piuttosto che altre, ma creare un sistema sanitario che risponda efficacemente alle emergenze, in questo caso il CoViD-19, in futuro chissà. È necessario ampliare le risorse per accedere alla specializzazione per evitare che il sistema non lavori in condizioni di disagio». Nonostante le imperfezioni, il SSN resta invidiato nel mondo, ma solo grazie «allo sforzo del personale impiegato, che lavora pesantemente sotto organico. Spesso agli specializzandi è affidato il compito di tenere in piedi il sistema, mentre altrove non è così perché prevalgono le esigenze di formazione».

«È necessario ampliare le risorse per accedere alla specializzazione e per evitare che il sistema non lavori in condizioni di disagio»

Per il dottor Casà si può fare affidamento sulla disponibilità dei giovani medici, soprattutto in questo momento, ma come membro del SIGM ricorda anche quanto sia importante «chiedere la risoluzione dei problemi di programmazione esistenti, dato che mai come ora è chiaro che il sistema entra in crisi quando bisogna affrontare emergenze impreviste». È per questo che sottolinea la richiesta di tutela contrattuale dei giovani che si mettono in gioco a partire dagli ultimi due anni della specializzazione. E a proposito dell’immissione dei quasi specializzati nel mondo del lavoro, afferma che «questa misura non è l’ideale, perché comporta l’ammettere che c’è stato un gap di programmazione a cui bisognerà in qualche modo rispondere. È bene che il contributo degli specializzandi sia offerto, ma non è l’optimum perché si rischia di aggiungere precariato a precariato, già comune tra i giovani medici». Il punto cruciale è questo: «Bisogna progettare il futuro del medico e con quali tutele si procede all’assunzione, considerando anche l’evoluzione dell’epidemiologia per introdurre all’interno del Servizio Sanitario la possibilità di rispondere bene a possibili, ulteriori emergenze».

Gettare in prima linea gli specializzandi non potrebbe causare episodi di burnout? «È un fenomeno al centro della nostra attenzione e che ci preoccupa molto – conferma Casà –. Lavoro nell’ambito della radioterapia oncologica e so cosa vuol dire vivere in un contesto impegnativo e far fronte al rischio di burnout. Vedo con favore il rapporto con degli psicologi professionisti. In un contesto d’emergenza come questo sarebbe utile confrontarsi anche con loro».

Un aspetto cdi perplessità è la prospettiva – in realtà già attuata – di richiamare in corsia medici ormai in pensione, una scelta pericolosa. «Sono persone d’età superiore ai 60-65 anni, la fascia più colpita dal CoViD-19 e a maggior rischio complicazioni. Così facendo non solo si espone una parte di popolazione più delicata, ma si rischia anche di non rispondere alle esigenze sanitarie. Hanno una grande esperienza clinica, ma se si pensa all’imbuto formativo questa è una situazione di paradosso e controsenso. Abbiamo le risorse per poter rispondere alla criticità, ma si decide di non investire in quel poco in più che servirebbe a sanare il problema di programmazione».

Un aspetto che desta perplessità è la prospettiva di richiamare in corsia medici ormai in pensione: una scelta pericolosa

Eccolo, il nodo della questione. L’imbuto formativo. La disparità numerica tra chi si laurea ogni anno e quanti effettivamente accedono alla specializzazione per carenza del numero dei posti. «È un problema che in questo contesto di emergenza si fa sentire ancora di più l’esigenza di essere risolto, visto che ci sono oltre 10mila ragazzi e ragazze che non possono accedere al prosieguo della formazione. A tutto ciò si somma il problema di quanti hanno provato a intraprendere una scuola di specializzazione, dovendo però desistere per la carenza di risorse nel loro ambito; ora si ritrovano a lavorare precariamente a livello territoriale, con la guardia medica. Per questo è necessario pianificare l’aumento della formazione rispondendo alle esigenze qualitative della formazione stessa. Non siamo semplice forza lavoro che supplisce alla mancanza di personale. Non è così che dovrebbe funzionare se si vogliono garantire cure adeguate ai cittadini».

Si tratta di un problema che riemerge ogni anno, ma solo in occasione dei test d’accesso universitari. Per il dottor Casà, però, l’emergenza attuale potrà convincere il Parlamento a legiferare in favore di istruzione e sanità dopo i tagli degli ultimi dieci anni «soprattutto perché è molto visibile l’impegno, la disponibilità e il sacrificio che stanno compiendo tutti i professionisti sanitari, dai giovani ai più esperti». È bene ricordare che «davanti a questa situazione non basta solo destinare più risorse, ma valutare come impiegarle. Riconoscere dove si spreca e dove sono usate correttamente. Limitarsi ad aumentare il numero di quanti potranno studiare medicina non risolve il problema attuale, perché quando saranno laureati la crisi sarà passata e ci ritroveremo con migliaia di ex studenti che non riusciranno a inserirsi in un contesto lavorativo adeguato. Non serve aumentare i numeri indiscriminatamente, ma decidere a priori dove destinare le risorse».

Di fronte a questa situazione non basta solo destinare più risorse, ma bisogna valutare come impiegarle

Nel caos di queste settimane, i giovani medici a contatto con pazienti CoViD positivi «vivono un’esperienza da trincea che ti costringe a recuperare le motivazioni che ti hanno portato a scegliere di fare il medico». La cronaca ha definito eroi loro e gli altri operatori sanitari. «Oggi ci chiamano così, ma ricordiamo che le aggressioni ai medici sono purtroppo all’ordine del giorno – puntualizza Casà –. Sicuramente la riconoscenza che la maggior parte dei pazienti dimostra è una forma di energia che ci sprona ad andare avanti, ma d’altra parte la violenza che spesso si subisce è del tutto ingiustificata. Non bisogna scordare in tempo di pace che operiamo sempre in un contesto di rischio. Ricordarsi degli eroi deve comportare una partecipazione all’atto eroico, che a vario titolo può essere fatta quotidianamente: dal cittadino che deve seguire le normative rimanendo a casa per evitare di diffondere il contagio, al politico che può contribuire a sanare le criticità di programmazione».

E i neoabilitati cosa pensano di questa situazione? Come vivono l’essersi ritrovati improvvisamente pronti a scendere in campo come sancito dal Cura Italia?

Ne abbiamo parlato con un giovane laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Bologna, che ci ha spiegato quale iter li aspetta, chiarendo gli aspetti del decreto. Innanzitutto i neoabilitati dovranno iscriversi all’Ordine, mettendosi poi in lista per svolgere le mansioni di medico di base o guardia medica. È importante ribadire che l’unica modifica attuata dal decreto è la cancellazione dell’esame di abilitazione. «Le nostre prerogative, nonostante lo stato d’emergenza — com’è giusto che sia — non sono cambiate» tiene a sottolineare lo studente, ricordando che «la critica più frequente nei nostri confronti è la mancanza di preparazione. Si dice a gran voce di non volere i neolaureati in corsia, ma nessuno ha mai detto che andremo in prima linea. Ci limiteremo, nel nostro piccolo, a dare respiro ad un sistema sanitario in asfissia, semplicemente sostituendo un medico di base o facendo un turno in guardia medica, come regolarmente previsto per tutti gli abilitati. Non pretendiamo certo di invadere campi d’intervento che esulino dalle nostre competenze. Ma ci sentiamo chiamati a fare quel poco che ci è permesso». L’abilitazione peraltro non si risolve in un mero riconoscimento, ma garantisce, dopo un lungo percorso di studi «di iniziare a guadagnare qualcosa, imparare sul campo e tenere allenate le conoscenze acquisite». Le richieste tanto determinate del Segretariato Italiano Giovani Medici hanno contribuito al raggiungimento di uno scopo, per anni perseguito: rendere abilitante la laurea in Medicina e Chirurgia. «Sono contento che esistano associazioni del genere, perché aver avuto pochi portavoce capaci di esporre le esigenze di tanti è stato determinante. L’unione fa la forza. Hanno tutti lavorato bene, mantenendoci aggiornati. Da solo sarei riuscito a ottenere ben poco», dice soddisfatto il giovane medico; poi volgendo lo sguardo all’immediato futuro commenta: «vorrei specializzarmi in Chirurgia Generale, ma per il momento mi metto a servizio della collettività».