“Il direttore creativo moderno è molto più di un semplice designer: è il custode dell’identità del marchio e il suo architetto per il futuro”. Simona Segre-Reinach, professoressa associata in Fashion Studies, lo mette subito in chiaro. Segue-Reinach è autrice di “Per un vestire gentile. Moda e liberazione animale”, libro edito da Pearson, e conosce  molto bene i rapporti tra case di moda e direttori creativi. Un tema particolarmente importante negli ultimi anni e che ritorna ad essere discusso durante la settimana della Moda Uomo di Milano.

I direttori creativi delle case di moda sono da sempre una guida per le maison che rappresentano. Non si possono considerare dei punti fermi, o meglio, sì, ma solo per la durata del loro incarico. Come accade in politica, i vertici possono abdicare, passare il testimone a un erede o imporre un cambio drastico nella direzione. E nella moda è usuale che i direttori creativi cambino o che vengano persino scambiati tra i brand. Così, è difficile trovare un equilibrio tra i dettami storici del brand e il gusto personale e la visione artistica di chi ne sta a capo.

L’avvento di un nuovo designer rappresenta un inevitabile cambio di rotta per il marchio, sia dal punto di vista artistico che commerciale. “È un punto di svolta per un marchio”, precisa Segre-Reinach.“Questi momenti di transizione sono accompagnati da una ridefinizione dell’identità del brand”. Un tempo era lo stilista che veniva incaricato di curare l’aspetto estetico e sartoriale. Oggi il direttore artistico è una figura molto più complessa perché è chiamato a destreggiarsi tra arte, identità culturale del marchio e strategia di mercato.

Si sa, la moda è anticipatrice dei tempi e proprio per questo il ruolo della guida della casa di moda è dettare le tendenze delle stagioni venture. “La transizione di un marchio riflette un cambiamento nelle priorità del settore: il successo commerciale del brand diventa intrinsecamente legato alla capacità del direttore creativo di creare narrazioni coerenti e rilevanti che risuonino con i consumatori globali”, chiarisce Segre-Reinach.

La Fashion Week è il primo vero palcoscenico con cui il direttore creativo si deve misurare e la sfilata è l’evento di moda per eccellenza su cui per sette giorni si posano gli occhi di tutto il settore moda. È un punto di arrivo cruciale il cui esito può essere o estremamente positivo o drasticamente negativo. Difficilmente, se non mai, ci sono le vie di mezzo. Il direttore reinterpreta i codici e i valori che incarnano la maison ma, allo stesso tempo, è essenziale trovare un equilibrio tra i desideri dei consumatori sempre più intransigenti, le esigenze del mercato e i competitor. “La figura del direttore creativo incarna una visione globale del brand, con una responsabilità che si estende oltre la creazione delle collezioni”, conclude l’autrice.

Pitti è il grande evento che apre la settimana delle collezioni e anche quest’anno riesce a far parlare di sé. “C’è un gusto molto connesso alle tradizioni soprattutto a quella italiana”, spiega Antonio Mancinelli, giornalista, scrittore e critico di moda, riferendosi all’evento moda uomo. “C’è stato un ritorno dell’abbigliamento sportivo ma declinato nel vintage: alcuni esempi sono i pullover che si usavano negli anni Cinquanta, oltre che alla presenza di tantissima maglieria”. Quest’anno c’è molta attenzione sartoriale: dunque, no alla fantasia e alla sperimentazione. Si cerca, al contrario, la concretezza. “Per il 2025 si va verso la moda concreta, che sia rappresentativa di uno stile di vita molto sobrio e realistico”, puntualizza Mancinelli.

Il direttore creativo di un marchio ne incarna personalità, dunque, comunica il brand. “Con questa rincorsa della moda come “prodotto” si rischia di avere una omologazione persistente”, avverte il giornalista. Negli ultimi tempi i direttori creativi stanno cambiando spesso ma non è sempre detto che questo sia un bene. Il cambio di rotta prevede quasi sempre un taglio col passato e non sempre questo viene immediatamente compreso agli occhi di chi nell’industria ci lavora o di chi semplicemente la osserva. “Non è detto che cambiando il direttore creativo il marchio riesca a vendere di più: se il direttore è bravo vuol dire che ha una personalità decisiva e distinta”, conclude Mancinelli.

Non si tratta di definire il bello o il brutto. Per usare un luogo comune, nella moda non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. Ma ciò che si guarda nel settore creativo è il coraggio e la libertà di esprimersi attraverso i capi di abbigliamento che ci dicono molto del momento storico corrente. “Dall’altra parte i grandi amministratori delegati dei brand molto spesso non hanno nulla a che vedere con l’industria della moda e quindi non potranno mai capirla fino in fondo”, puntualizza il critico. Quando Alessandro Michele sfilò per la prima volta per Gucci nel gennaio del 2015, la collezione ebbe bisogno di tempo per essere compresa. “Persino io ne sono uscito abbastanza turbato: la collezione era talmente in contrasto con le precedenti che ci sono voluti due-tre mesi per capirla fino in fondo. E non sorprende che i primi giudizi fossero stati addirittura negativi”, ricorda Mancinelli.

Quest’anno la settimana della moda milanese per l’uomo comincia venerdì 17 gennaio. “Stiamo tutti un po’ aspettando: c’è una grande curiosità. Sicuramente da parte degli addetti ai lavori, commenta Cristina Manfredi, giornalista freelance di moda. Questa stagione uomo ha poche sfilate vere e proprie. C’è una voglia, ma anche un bisogno di rinnamorarsi per la moda tale e quale, per il piacere di indossare un abito e comunicare un messaggio attraverso di esso.

Alessandro Michele è stato per sette anni alla guida della maison Gucci e da settembre scorso ha preso le redini di Valentino al posto di Pierpaolo Piccioli. Lo stile di Michele è profondamente barocco e si riflette inevitabilmente nelle sue collezioni. In rete si parla addirittura di “Valentucci”, un gioco di parole che incastra i nomi delle due grandi case di moda. Il rischio è identificare il brand con il direttore artistico, soprattutto in un momento in cui la figura del designer è profondamente centrale. “Valentino oggi è fortemente Alessandro Michele, ma se si guarda bene e si va oltre si riconoscono nei capi i codici precisi dell’universo Valentino”, precisa Manfredi. In questo modo, un altro possibile rischio è non incontrare le richieste del cliente, dunque non soddisfarlo.

È normale che un direttore creativo dia una propria impronta al marchio. Hedi Slimane è stato direttore creativo di Yves Saint Laurent ed è stato proprio lui ad aggiungere la “Yves” al marchio, così come ha eliminato l’accento sulla prima “E” di Celine ai tempi della sua direzione. “In generale si possono dividere i designer in due macro categorie: quelli che non amano molto mettersi in mostra e che, al contrario, si mettono al servizio della collezione e designer come Alessandro Michele che cercano di dare un’impronta forte e personale al brand”, spiega Cristina Manfredi. “Karl Lagerfeld certamente non era un designer ombra”, agggiunge. Lagerfeld, infatti, è stato un grande rappresentante sia della maison Chanel che di Fendi. Pur lavorando per marchi così diversi ha saputo dirigerli rispettando le impronte e lo storico dna del brand. Da personaggio di grande impatto a cui è stato dedicato in sua memoria anche il Met Gala del 2023, il “kaiser” ha saputo tenere insieme le esigenze della casa di moda con la sua personale visione creativa, tanto è vero che con Chanel non si è mai limitato a replicare il little black dress o il tweed. “Lagerfeld era riuscito a mettere al centro del racconto e delle collezioni di Chanel la stessa Coco, la grande icona ma, allo stesso tempo, si era reso fortemente riconoscibile: per fare questo ci vogliono grandi dosi di equilibrio nello sviluppo della propria visione creativa”, commenta Manfredi. Lucie e Luke Mayer dirigono il marchio di Jill Sander. “In questo caso la loro collezione è fortemente Jill Sander, ma c’è anche una loro chiara impronta digitale”, appunta la giornalista. I due riescono a cogliere il respiro identificativo del brand ma, allo stesso tempo, non rinunciano alla loro essenza.

Oggi, le aspettative che si creano intorno alla figura del direttore creativo sono molto alte. Si pretende sensazionalità al primo colpo. Manfredi spiega come questo tempo non venga concesso ai designer. Le pressioni che subiscono sono molto forti. L’esempio più calzant riguarda il caso di Maria GraziaChiuri e Piccioli, dopo avere raccolto il testimone dallo stesso Valentino. “Le prime sfilate di Parigi non furono esattamente un successo”, rivela Manfredi.