«Il Kazakistan è un importante produttore di energia a livello mondiale. Si colloca tra i primi quindici Paesi al mondo per le sue riserve di petrolio, carbone e uranio, e tra i primi venti per l’estrazione di gas naturale». Così si legge sulla pagina ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale. Secondo i dati riportati dall’ente, i principali partner di esportazione del Paese sono Italia (19%), Cina (10%), Paesi Bassi (10%), Russia (9%) che sono anche i principali partner di importazione ad esclusione dei Paesi Bassi a cui si sostituisce la Germania.
Secondo l’ultimo rapporto Doing Business 2020 della Banca Mondiale, il Kazakistan è al quarto posto per il rispetto degli accordi contrattuali e al ventiduesimo posto per facilità nell’avvio di un’impresa. In questo senso, «il nuovo quadro giuridico adottato in Kazakistan negli ultimi anni, ha permesso di stabilire alcuni incentivi per finanziare lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili che includono anche quelle a fissione nucleare» e che permetteranno al Paese di abbassare la percentuale di produzione energetica generata da combustibili fossili che ad oggi supera l’85%.
Come funziona la produzione energetica attraverso il nucleare? Qual è il reale impatto ambientale generato dall’uso dell’uranio arricchito?
Per poter rispondere a queste domande, occorre partire da una questione fondamentale: qualora gli Stati e le multinazionali, a livello internazionale, decidessero di investire nella fissione nucleare, questa potrebbe svolgere un ruolo determinante nel percorso di de-carbonizzazione globale ma è necessario considerare alcuni limiti produttivi. L’EIA – l’Agenzia Internazionale per l’Energia – riporta che l’unica centrale nucleare aperta in Kazakistan – un reattore nucleare BN-350 ad Atktau – è stata chiusa nel 1999, nonostante il Paese abbia alcuni dei depositi di uranio più grandi del mondo.
Tra le ex repubbliche sovietiche, inoltre, il Paese ha sviluppato – con i suoi giacimenti di Tengiz, Karachaganak e Kashagan -, la seconda più grande produzione di petrolio dopo la Russia. La società nazionale di petrolio e gas naturale, KazMunaiGaz (KMG), rappresenta gli interessi dello Stato nell’industria petrolifera e del gas naturale del Paese. Il Kazakistan che raffina il petrolio estratto, – nonostante confini con il Mar Caspio – non ha però uno sbocco sull’oceano ed è a lunga distanza rispetto ai principali mercati di greggio internazionali. I gasdotti principali, costruiti grazie al sostegno di investimenti esteri, sono due e collegano il Paese con la Russia e la Cina, partner strategici principali. Il limite geografico impedisce, però, al Paese di essere indipendente dalle principali condutture per trasportare i suoi idrocarburi a livello globale e questo rende fragile l’obiettivo del nuovo presidente che consiste nell’acquisire una posizione strategica nel mercato globale come fornitore, non soltanto di petrolio, ma anche di altre materie prime.
Matteo Guidotti - chimico del Centro Nazionale delle Ricerche (CNR) – riferendosi al mercato dell’uranio kazako – che a causa del conflitto in corso in Ucraina ha subìto ingenti perdite economiche – vede nella Cina il principale attore che potrebbe bilanciare queste perdite principlemente legate alle sanzioni occidentali. «Il Kazakistan sta vendendo sempre più uranio alla Cina che è in una crescita sempre più accelerata. Alcuni Paesi occidentali come Germania, Italia e Giappone non hanno arsenali di armi nucleari. Le perdita economiche possono essere controbilanciate dalla fetta di mercato che si sta ritagliando la Cina». Gli standard di produzione kazaki sono elevatissimi sia nella fase di estrazione – la pratica più inquinante e impattante – sia in quella di lavorazione – quella in cui si arricchisce l’uranio grezzo -. «Il Kazakistan ha tra i migliori radio chimici del mondo, ed è capace di produrre uranio arricchito autonomamente con le migliori tecnologie, anche se il mercato del grezzo è altrettante florido e in crescita».
In merito alla produzione energetica nucleare, su cui il nuovo Presidente punta per diversificar il settore economico e per ridurre l’impatto ambientale generato dal carbone, ciò che occorre sottolineare è che in un reattore il processo che innesca una reazione a catena che permette di produrre energia perpetua si basa sulla separazione del nucleo di un atomo di uranio attraverso un neutrone. Il processo appena descritto – che non prevede consumo di combustibili fossili ed è per questo che viene considerata una fonte energetica a basso impatto ambientale -, non è rinnovabile perché l’uranio è un elemento radioattivo e, valutando le fasi di produzione energetica, esso potrebbe generare enormi impatti sia a livello ambientale che sanitario.
Quindi, quali rischi di contaminazione esistono se vengono considerate le fasi di questo tipo di produzione energetica? I rischi possono essere diversi e possono verificarsi dal processo di estrazione dal sottosuolo, sino al trasporto verso i siti adibiti alla lavorazione e all’arricchimento dell’uranio, fino allo smaltimento dei rifiuti radioattivi una volta terminato il processo produttivo. In ogni caso, i rischi di contaminazione e soprattutto di inquinamento ambientale nell’estrazione dell’uranio sono noti dagli anni Sessanta. Non c’è una soluzione al problema ma si possono adottare delle prevenzioni. «La contaminazione e l’inquinamento in questo settore è ben noto da decenni, al contrario delle microplastiche in cui gli atti preventivi sono stati messi a punto più tardi. Gli standard kazaki sono sicuramente più alti di quelli del Niger – evidenzia il docente -. Le tecniche della prevenzione sono legate al controllo di polveri e micro-polveri e, dal momento che l’uranio ha un emissività alfa molto blanda, non c’è questo tipo di pericolo. C’è un approccio abbastanza maturo nelle tecniche di mitigazione. La cosa importante è l’applicazione degli standard nel Paese in cui viene estratto».
Di fatto, l’unico modo per non inquinare quando si parla di uranio sarebbe lasciarlo lì dov’è. «L’industria mineraria è una delle industrie più impattanti a livello ambientale e il discorso della quantità di metodi di estrazione cambia in minima parte l’entità dei danni ambientali. L’unico modo per consumare di meno estraendo uranio è estrarne sempre meno. Sarebbe utile, quindi, produrre meno armamenti e, in generale, lasciar perdere il nucleare e virare verso altre fonti di energia». Guidotti tiene, però, a precisare come l’uranio sia imprescindibile per il nucleare, che sia bellico o energetico. «Il pericolo dell’uranio è paragonabile al piombo o al cadmio. Il paragone dell’uranio nel settore dei combustibili per automobili si può fare con la benzina. L’uranio è l’essenza stessa del combustibile e non è un elemento che nella reazione nucleare può essere sostituito».