Dopo un Sanremo 2023 tempestato di polemiche – dal bacio tra Rosa Chemical e Fedez a quest’ultimo che strappa la foto del viceministro Bignami in divisa da SS, dal falso green pass di Madame alle critiche all’intervento del presidente ucraino Zelensky – Amadeus si era ripromesso di tenere la politica al di fuori del festival. Come prevedibile, non c’è riuscito: Sanremo è per sua stessa natura inscindibile dalle polemiche che, stavolta, sono partite ancor prima dell’inizio della kermesse. Prima la lunga disputa sull’opportunità di invitare i rappresentanti degli agricoltori all’Ariston, poi il duetto con Marco Mengoni improvvisato in conferenza stampa sulle note di Bella ciao, che ha fatto storcere qualche naso a destra.

Amadeus si era ripromesso di tenere la politica al di fuori del festival. Come prevedibile, non c’è riuscito: Sanremo è per sua stessa natura inscindibile dalle polemiche. Da Dargen a Ghali, dalla Mannoia a BigMama, gli artisti hanno dato voce in musica ai dibattiti su guerre, bullismo, femminismo, migrazioni e, anche, identità linguistiche

La politica, anche quest’anno, è entrata a Sanremo e l’ha fatto dalla porta principale: le canzoni in gara. In un’edizione con una netta prevalenza di brani uptempo, ci ha pensato Dargen D’Amico a ricordare che melodie ballabili non sono necessariamente sinonimo di disimpegno. Con la sua Onda alta il rapper milanese porta sul palco dell’Ariston il tema delle migrazioni: i flutti richiamati nel titolo sono quelli del Mediterraneo. E al termine dell’esibizione c’è stato spazio per ricordare che, al di là del mare, «ci sono bambini sotto le bombe», i bambini di Gaza. Non sono infine mancati un monito – «il silenzio è corresponsabilità» – e un appello: «Cessate il fuoco!». Dargen si è presentato sul palco con una giacca piena di orsetti di peluche, che rimandano alle piccole vittime di tutti i naufragi e di tutte le guerre.

Riferimenti ai conflitti non sono mancati neanche all’interno del brano di Ghali. La sua Casa mia ci ricorda il dramma di guerre combattute «per tracciare un confine con linee immaginarie […] per un pezzo di terra o per un pezzo di pane», dove nemmeno gli ospedali sono risparmiati dalle bombe. In generale ampio è stato lo spazio dedicato ai temi sociali, dall’inno femminista di Fiorella Mannoia alla denuncia del bullismo di BigMama passando per la prevenzione del suicidio portata sul palco dai La Sad.

La politica nella sua accezione più ampia ha del resto sempre fatto capolino dei testi delle canzoni in gara a Sanremo. Agli albori del festival questo accadeva in modo molto velato: un caso spesso ricordato è quello di Papaveri e papere cantata da Nilla Pizzi nel lontano 1952, che dietro un’apparenza leggera nascondeva una critica agli “alti papaveri” dell’allora classe dirigente democristiana. È a partire degli anni Sessanta e Settanta che la critica si fa più esplicita: due esempi di scuola sono Il ragazzo della via Gluck (1968), inno ambientalista ante litteram, e Chi non lavora non fa l’amore (1970), bollato di anti-sindacalismo in un’epoca segnata dalle agitazioni operaie. Entrambi i brani furono portati all’Ariston da Adriano Celentano, che anni dopo sarebbe diventato a sua volta oggetto di vivaci polemiche in occasione di ogni sua ospitata sanremese per il contenuto dei suoi interventi.

Quest’anno alle consuete querelle politiche che da sempre accompagnano il festival si è aggiunta una polemica di tutt’altro tipo: la crociata dei puristi del dialetto napoletano contro la canzone di Geolier. Il rapper di Secondigliano è stato bersagliato di critiche per aver scritto un brano – I p’ me, tu p’ te – poco rispettoso della grammatica della lingua che fu di Pino Daniele e dei fratelli De Filippo. Al netto delle polemiche, il pezzo di Geolier segna un ritorno del dialetto in gara a Sanremo dopo alcuni anni di assenza.

L’ultima volta fu Nino D’Angelo che, nel 2019, presentò, in coppia con Livio Cori, Un’altra luce, brano che mischiava italiano e napoletano. Proprio Nino D’Angelo nel 1999 fu il primo cantante a portare una canzone in dialetto partenopeo in gara a Sanremo, Senza giacca e cravatta. In precedenza, brani in lingue regionali erano stati presentati dai sardi Tazenda (Pitzinnos in sa gherra, 1992) e dai veneti Pitura Freska (Papa nero, 1997). In anni più recenti faranno il loro esordio in gara anche il dialetto lombardo (comasco laghée, per l’esattezza) con Davide Van De Sfroos (Yanez, 2011) e quello romano con Luca Barbarossa (Passame er sale, 2018).

Il dialetto non ha però sempre prosperato a Sanremo. Al contrario, per lunghi periodi ne è stato proprio bandito. Agli albori della tv, quando Mamma Rai aveva tra i suoi scopi quello di diffondere l’uso della lingua italiana tra i telespettatori, ogni uso delle lingue regionali era scoraggiato. Ma anche passata quell’epoca pionieristica, si dovette attendere fino agli anni Novanta per veder gareggiare al festival le prime canzoni in dialetto, che oggi è sdoganato ma forse non ancora pienamente assimilato dalla liturgia sanremese. Pare, infatti, che lo stesso Amadeus nel 2023 abbia scartato il brano propostogli da Geolier perché scritto e cantato in napoletano, salvo ricredersi e ammetterlo in gara quest’anno.

Una cosa è certa: il dialetto, da alcuni considerato un retaggio del passato, è vivo e vegeto ed è ancora in grado di parlare a tutti, anche alle nuove generazioni. Lo dimostra la scelta di Geolier, classe 2000, di cantare nella lingua della sua Napoli. E se è vero che nessun evento è capace come Sanremo di rappresentare l’evoluzione dell’Italia e dei suoi costumi, ciò non può non valere anche per la lingua.