Curno è un nome che, con ogni probabilità, non dirà niente a nessuno. Non è Milano né Firenze, Torino o Roma, ma non è nemmeno Positano, Taormina o San Gimignano. Curno è soltanto il nome di un paesino come tanti, che un tempo viveva di tradizioni e comunità e che, nascosto, in sordina, distante dai grandi nomi dell’immaginario collettivo, in realtà rappresenta un’italianità difficilmente riscontrabile altrove, in quelle grandi città dove un “buongiorno” al proprio vicino è così costoso da non poterselo più permettere. O, almeno, è in questi termini che la pensano gli abitanti più anziani, i curnesi doc, che ancora si ricordano di quando il “bel paese” della bergamasca viveva di agricoltura e messa la domenica.
Oggi le cose sono cambiate. Qui a Curno ci abitano 7600 anime, ma sembra che non ne sia rimasta più neanche una. È un cubotto di cinque chilometri quadrati dove ti aspetteresti, girato l’angolo, di incontrare chissà quanta gente; eppure, passeggiando per le strade si incappa solo in qualche sporadica apparizione. È un peccato perché, se è vero che ancora oggi Curno è considerato un bel posto in cui vivere, con ampi spazi verdi, un grande parco e tanta tranquillità, è anche vero che nelle nuove generazioni il senso di appartenenza al paese è andato via via scemando. D’altronde, quando un tempo non esistevano vie di collegamento con la vicina Bergamo (e parliamo soltanto di cinquant’anni fa), non era strano che i giovani si aggregassero nel centro del paese, rinsaldando quel senso di comunità e unione tipico di borghi così piccoli, invece che correre via verso centri più grandi e con più opportunità. Che è poi quello che succede oggi: per chi non è proiettato già verso Milano e oltre, Bergamo è diventato il ricettacolo di tutti gli abitanti dei paesi che adornano i piedi della cittadella più famosa d’Italia.
Anche geograficamente Curno è cambiato molto e nel corso degli ultimi trent’anni. Il paese si è ritrovato ad essere un crocevia perfetto tra tre assi viabilistici di grande importanza: la Briantea a Nord, che arriva fino a Bergamo, la Villa d’Almè Dalmine, che taglia il paese a metà e va in direzione di Milano, e la superstrada, che collega il borgo con l’aeroporto e il centro commerciale di Orio al Serio. L’interesse che si è quindi accumulato sul territorio di Curno ha portato un incremento economico e demografico senza precedenti, tanto che per decenni il Comune ha cavalcato quella tendenza che sottrae sempre più spazio ai campi e al verde (che rimangono comunque dominanti, eccetto che per il centro paese) per cederlo a nuovi centri commerciali e catene di vendita al dettaglio.
Curno è, infatti, tra i primi Comuni in Europa per spazi commerciali pro-capite: in quegli stretti cinque chilometri quadrati si ammassano ben due centri commerciali, cinque supermercati tra Esselunga, Obi, Eurospin, Aldi e DM, e grandi negozi come Decathlon, Leroy Merlin e Mondo Convenienza che si sono mangiati la maggior parte dei terreni e hanno strappato al centro storico quelle poche persone che vivevano ancora lì. C’è anche un grande cinema a nove sale, ma ovviamente non si tratta di un indipendente (l’ultimo superstite a Curno ha chiuso negli anni Ottanta). È un Uci Cinemas, classica architettura anni Novanta, tante luci e un ingresso circolare con i quadri dei volti più famosi del cinema dell’epoca. È un ambiente che, devo ammettere, mi provoca una forte nostalgia: ho ancora ben impressi nella mente quei sabato sera di quand’ero bambino, appuntamento fisso con i miei genitori e i miei fratelli per vedere qualche nuovo film appena uscito. C’erano code infinite, il chiacchiericcio concitato di tantissime persone, l’odore di burro e popcorn appena fatti. Da quando, nel 2017, l’azienda ha inaugurato un nuovo Uci, questa volta di 14 sale e con tecnologia Imax a Orio al Serio, a Curno è già tanto se si riesce a riempire una sola delle nove sale.
Curno oggi non è che un enorme centro commerciale a cielo aperto. Addirittura a Nord, lungo la Briantea, sono rimasti solo alcuni bar e nemmeno più un ristorante, sostituiti da una serie di catene di fast food da far invidia agli Stati Uniti. Lo scenario sembra proprio quello: ciò che si incontra in 500 metri di rettilineo sono due Mc Donald’s, un KFC, due sushi all you can eat, una cucina fusion e un Burger King. Tutti grandi simboli e fiori all’occhiello della cucina italiana, insomma. Non che questo sia un male in sé e per sé, ma si tratta dell’ennesimo sintomo di un Paese che ha puntato più sull’attrarre capitale straniero, invece che garantire qualche opportunità in più alla cultura indigena.
Qualche posticino sopravvive ancora: vicino al centro storico, dove ancora svetta la chiesa prepositurale di Santa Maria Assunta di fine Settecento, si trova la Trattoria Taiocchi, piccola osteria nata nel 1928. Ancora oggi attiva, al bisnonno Angelo sono succedute altre tre generazioni. La persona intorno a cui ruota tutto è nonna Alda: tutti i clienti la conoscono, ben sapendo che ancora oggi ha il compito di tirare a mano la pasta per i casoncelli, grande classico della cucina bergamasca.
Altri posti che meritano una menzione speciale sono Il Capogiro, che ad oggi resiste nell’essere una delle discoteche più importanti e frequentate dei dintorni di Bergamo nonostante le piccole dimensioni, e il vero centro della vita notturna di Curno: il DolceForno. A pochi passi dall’Uci Cinemas e dal centro commerciale più grande, a due chilometri in linea d’aria dalla discoteca e a uno solo dal quartiere residenziale, il DolceForno è un piccolo negozio che vende pizze al taglio e tutti i prodotti da forno possibili e immaginabili. L’odore di pane appena sfornato che proviene dall’interno ingolosisce curnesi e non solo, ma la sua caratteristica principale è un’altra: è aperto ogni giorno dalle cinque del mattino fino alle tre di notte. E, con una discoteca come Il Capogiro nelle vicinanze, è tradizione fermarsi nel “post serata” a mangiare una fetta di pizza o qualche buon dolce.
Don Glauco Grazioli, vicario parrocchiale di Curno, lo definisce «paese dormitorio». Non è un segreto per nessuno che i residenti di Curno si godano solo la tranquillità notturna, rifugiandosi nelle proprie case a giornata lavorativa conclusa. «Personalmente credo che Curno viva le dinamiche e difficoltà dell’essere la periferia di una città – racconta Don Glauco –. C’è alta mobilità da parte delle persone e soprattutto dei ragazzi, non si è più confinati nel paese. Molti frequentano le scuole a Mozzo, fanno sport a Treviglio, hanno i nonni a Bergamo: insomma, si è persa quell’identità di paese che si respirava un tempo. Forse, adesso, ci si sente tutti un po’ più bergamaschi. Con il boom economico che ha coinvolto il paese, poi, la zona è diventata d’interesse per le famiglie di tante persone facoltose che lavorano su Bergamo o Milano e che cercano un’abitazione comoda, con tanti servizi, a soli 10 chilometri dalla città bassa. Per questo, adesso, molte zone di Curno sono diventate dormitori: si va al lavoro, a scuola, a praticare uno sport o a imparare a suonare uno strumento fuori, e poi si torna a casa soltanto la sera. Purtroppo, questo rende difficile il nostro lavoro, che vive della costruzione di attenzioni sociali e comunitarie».
Don Glauco si riferisce, per lo più, al quartiere della Marigolda, la zona residenziale per eccellenza di tutta Curno. La Villa d’Almé Dalmine che taglia a metà il paese divide proprio il centro storico e la parte più industriale ad Est, mentre ad Ovest si lascia la Marigolda con le sue ville e villette a schiera, tanto verde e diversi parchi. È una zona ricca e tranquilla, dove fino all’anno scorso c’era una anche una grande scuola elementare con un’immensa distesa d’erba messa a disposizione per far giocare i bambini. E, poco più sotto, c’è il più grande fattore che ha contribuito, in passato, alla crescita del paese: il fiume Brembo.
È strano come le cose cambino col tempo. Il nome Marigolda, ad oggi appunto considerato un quartiere ricco e tranquillo, secondo i più anziani curnesi sarebbe una storpiatura della parola “manigoldi”. Sembrerebbe, infatti, che questa zona fosse abitata in tempi antichi da disonesti e criminali, e per questo fosse evitata e delimitata per non averci niente a che fare. Più lusinghiera è sicuramente l’origine del nome Curno che, secondo l’amministrazione comunale, «deriverebbe dal latino “cornus”, corniolo, ovvero un cespuglio di legno duro dalla corteccia rosso sbiadita, presente in grande abbondanza nella parte bassa del paese».
Comunque sia, la Marigolda conserva anche uno dei lasciti storici e culturali più importanti del paese: il castello della Marigolda. Un tempo fortificazione militare risalente al 1260, con perimetro rettangolare del castrum romano, oggi è utilizzato principalmente per celebrare matrimoni. Con a disposizione un grande salone e un cortile adornato da aiuole e statue, nell’immaginario comune degli abitanti questo castello ha sempre suscitato un certo fascino, tanto da essere al centro di diverse storie e leggende. Racconta Abele Foiadelli, storico residente di Curno che mi accoglie in casa con i suoi cinque cani e una tazza fumante di caffè corretto (“ma solo perché liscio non lo digerisco”, dice): «Quando eravamo bambini noi, sul castello della Marigolda se ne raccontavano di ogni. Ce n’era una secondo cui, durante un periodo di assedio che aveva coinvolto il paese, uno dei signori del castello, timoroso di perdere i suoi averi, avesse seppellito un grande tesoro per sfuggire alla razzìa dei saccheggiatori. Inutile dire che, nonostante nel tempo sia stato scavato spesso vicino e dentro al castello, non è mai stato trovato nulla».
«Più affascinante è la leggenda della Dama Bianca – continua Foiadelli -. Si dice, infatti, che al castello abitasse una bellissima dama che si innamorò perdutamente di un cavaliere, ma il loro amore fu osteggiato dalla famiglia di lei. Per dividere i due amanti, la famiglia organizzò un complotto che portò alla morte dell’uomo. Sopraffatta dal dolore, afflitta e incapace di superare la perdita del proprio amato, la dama si tolse la vita gettandosi da una delle torri del castello. Da allora, se di notte si tende l’orecchio e si presta attenzione, si dice sia ancora possibile sentire i suoi lamenti disperati. Secondo alcuni, il fantasma della donna vagherebbe ancora per il castello nelle notti di luna piena, con un velo in volto e indosso un candido abito da sposa».
Queste e altre leggende si raccontavano spesso a Curno quando Foiadelli era bambino: erano gli anni appena successivi alla seconda guerra mondiale. Forse, dopo quel periodo tremendo, si pensava che la fantasia fosse un modo come un altro per lenire il dolore di chi la guerra l’aveva fatta, e per impegnare i bambini con sogni e colori, anziché bombe e grigiori.
Il territorio di Bergamo e dintorni fu molto interessato dalla guerra. Specialmente i vicini Comuni di Dalmine, con le sue grandi industrie metalmeccaniche, e Ponte San Pietro: il suo ponte su cui, già allora, passava il treno per Milano costituiva un’infrastruttura cardine per i tedeschi. Bombardato decine di volte e mai caduto, oggi è la linea più disfunzionale e in ritardo delle ferrovie lombarde.
Curno non aveva ponti e nemmeno aziende di grande spessore, ma aveva un valore strategico. Nel ventennio fascista il paese venne inglobato insieme ai limitrofi Dorotina e Mozzo e ribattezzato Curdomo: i tedeschi vi si insediarono, in particolare nella villa Masnada, al confine tra Curno e Mozzo. Si trattava di una splendida villa immersa in un parco con alberi secolari, grande abbastanza da ospitare l’intero commando nazi-fascista. Oggi come allora un immenso porticato con colonne doriche si affaccia sull’ampio cortile e un portone di pietra ne difende l’ingresso. E proprio a Villa Masnada si compirà uno degli eccidi più dolorosi della bergamasca, inciso nella memoria dei curnesi del tempo.
«Eravamo in un contesto in cui i tedeschi stanziati a villa Masnada pretendevano che il Comune pagasse le loro spese – spiega Manuela Magni, studiosa e storica locale –. Dalle ricerche che ho svolto è emerso che questo pedaggio ammontasse a 13mila lire, che venivano richieste regolarmente. Allo stesso tempo, era anche un periodo in cui i nostri partigiani, nascosti nelle valli e tra le montagne, avevano un disperato bisogno di armi e soldi. L’inverno era alle porte: in qualche modo bisognava procurarsi quelle risorse e villa Masnada sembrò l’obiettivo ideale. Decisero di assaltarla e depredarla. Agli occhi dei partigiani doveva sembrare un compito facile: ogni giorno il commando tedesco lasciava la villa per recarsi a Ponte San Pietro, dove i soldati svolgevano la maggior parte delle loro attività, e lasciavano la casa pressoché incustodita. Così, la mattina del 26 settembre 1944, una squadra di venti partigiani delle brigate Fiamme Verdi di Valbrembo e Paladina si recò a villa Masnada, tentò di rapinarla, ma fu scoperta e inseguita durante la fuga. I partigiani fuggirono verso i colli di Mozzo, attraverso il passo della Madonna del Bosco in direzione di Petosino, transitando nel bosco di Sondreno. Qui, la maggior parte di loro venne trucidata senza pietà e solo pochi superstiti riuscirono a confondersi tra i cittadini nei vari Comuni». Proprio lì, nel bosco di Sondreno dove i partigiani tentarono la fuga, svetta ancora oggi un monumento alla loro memoria, in ricordo di uno degli episodi più tragici della resistenza bergamasca e sicuramente il più pesante per la storia di Curno.
Non solo nella storia d’Italia ma anche nell’attualità, c’è un altro motivo per cui Curno, recentemente, è salito agli onori delle cronache: è la biblioteca, grande opera di architettura a forma di libro aperto, che ha vissuto una vita travagliata prima ancora di venire alla luce, tanto da risultare bersaglio di giornalisti e programmi televisivi come Le Iene.
Il progetto di realizzazione della biblioteca parte nel 1997 e viene commissionato allo studio associato di Firenze Archea, in accordo con la giunta dell’epoca, guidata da Mario Bianchi. Quell’amministrazione ha però dei rapporti conflittuali con le imprese incaricate della realizzazione e il primo appalto finisce in una causa legale vinta dalla ditta appaltatrice, mentre il secondo viene rescisso per le difficoltà nella costruzione. I lavori riprenderanno solo sette anni più tardi, nel 2004, con l’impresa napoletana Viola, sotto l’amministrazione di Anna Maria Morelli. Sembra essere la volta buona: tutto fila liscio, i lavori terminano nel 2009, ma è tutto inutile. Mancano gli allacciamenti per l’accensione degli impianti e la ditta Viola chiede altri 30mila euro perché è terminata la garanzia, motivo per il quale l’opera si ferma nuovamente. La biblioteca è lì, fatta e finita, pronta per essere utilizzata, ma non si può inaugurare. Ecco che, dopo più di dieci anni di attesa, Curno si ritrova con un gigante inutile bloccato in centro paese. Nel 2016 la biblioteca viene anche inserita nell’elenco delle opere incompiute del Ministero delle Infrastrutture ma poi, nel 2021, la giunta di Luisa Gamba riesce a portare a termine l’opera. È quindi “solo” dopo cinque amministrazioni, un milione e 32mila euro in più rispetto agli iniziali 3 milioni e quattro e 23 anni di attesa che il calvario della biblioteca, oggi intitolata a Rita Levi Montalcini, si è concluso. L’inaugurazione ha coinvolto tantissimi curnesi tanto da creare una catena umana di 250 persone, ognuno con un libro in mano, che ha portato gli ultimi volumi sugli scaffali proprio durante l’apertura. Quello è stato un momento di rivalsa e di unione per tutti, un momento di festa e spensieratezza che ha contagiato tutti gli abitanti. Questo progetto, in un modo o nell’altro, ha fatto parte della vita di tutti i curnesi; evocative sono le dichiarazioni dell’ex sindaca Gamba ai giornali durante l’inaugurazione: «Ancora non ci credo: quando il progetto è iniziato non ero ancora nella vita politica del Comune. Portavo i miei figli a scuola (uno di quei figli, Andrea Saccogna, è l’attuale sindaco di Curno, ndr), e con le altre mamme mi domandavo quando la struttura sarebbe stata aperta. Ora vorremmo diventasse un luogo per tutta la comunità dove organizzare incontri, laboratori e iniziative».
Finora non ho speso chissà quali belle parole per Curno, ma se non l’ho fatto non è perché non vi sia legato o perché ne abbia un brutto ricordo. Le mie considerazioni sono piuttosto il frutto della ricerca e del contatto con gli anziani curnesi, quel patrimonio storico e culturale che continuerà ad assottigliarsi sempre di più finché questa memoria, quella di quando i tempi erano diversi e più semplici, non sfumerà completamente. Perché anch’io che sono cresciuto nella nuova Curno, quella commerciale e quella asettica, quella bella e tranquilla e quella dormitorio, dopo aver conosciuto per la prima volta una realtà ben diversa non ho potuto far altro che provare un po’ d’invidia e un po’ d’amarezza.
Di Curno c’è soprattutto un’immagine che ho scolpito nella memoria e a cui penso spesso. Nulla di straordinario, niente mari caraibici o tramonti mozzafiato dalle cime di mura e castelli, bensì una strada, molto semplice: due sensi di marcia, da un lato alcune villette a schiera e dall’altro un condominio. Appena dietro, c’è il fiume: è la via Lungo Brembo dove sono cresciuto.
Me la immagino di notte. La luce della luna e qualche stella tagliano l’oscurità. Lì in fondo, all’angolo con via Emilia, c’è un semaforo sempre fisso sul rosso. C’è anche un fischio basso che riempie le orecchie e, dopo averci pensato qualche secondo, so che è il suono del vento che segue il fiume e rimane incastrato lì, mulinando in quel punto esatto. Di giorno, anche cercando di fare attenzione, non è possibile sentirlo: c’è troppa confusione. Questo è il suono della tranquillità. Questo suono è finalmente casa.