La Strada provinciale 35 corre veloce nel cuore della val Seriana e punta decisa verso le imponenti montagne delle Prealpi orobiche. È una delle arterie principali della rete stradale bergamasca; uno snodo critico (con la sua unica corsia per senso di marcia) per i lavoratori ma anche per chi viene da fuori: nei weekend invernali la SP35 è intasata dalla “gente della città” che raggiunge gli impianti sciistici, mentre d’estate è crocevia per le mete ambite dai villeggianti. Costeggia il Serio – fiume che dà il nome alla vallata – e fa a slalom fra i grigi capannoni che si diramano da entrambi i lati. Qui l’industria manifatturiera, soprattutto quella tessile, ha saputo sfruttare al meglio le ricchezze del territorio creando un humus di piccole-medie imprese che danno lavoro a migliaia di bergamaschi.Se si cerca un luogo simbolo per raccontare il contagio del Coronavirus in val Seriana, se si vuol provare a individuare un ipotetico canale di conduzione del morbo non si può non menzionare questa strada. Da qui è passato; da qui si è propagato. Qui è dove ha colpito più forte.

Se si cerca un luogo simbolo per raccontare il contagio del Coronavirus in val Seriana, se si vuol provare a individuare un ipotetico canale di conduzione del morbo non si può non menzionare questa strada. Da qui è passato; da qui si è propagato. Qui è dove ha colpito più forte.

Da Bergamo non ci vuole molto per raggiungere Alzano Lombardo e Nembro, i due comuni che, per diverse settimane, sono stati al centro delle cronache nazionali e di accesi dibattiti politici. Insieme fanno quasi 22.500 abitanti: due paesoni incastonati alle porte della vallata.Da queste parti i numeri del contagio sono impressionanti: nel solo mese di marzo si sono contati più decessi che in tutto il 2019 e il tasso di mortalità è schizzato al 1.000% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (da 19 a 204 vittime). Nel drammatico momento del picco si sono toccati 60 decessi a settimana. Il giovedì a Nembro è giorno di mercato. È il primo della fase 2. La gente esce cautamente per strada con mascherina e guanti. Ai balconi e alle finestre i classici “Tutto andrà bene” che siamo abituati a vedere nel resto d’Italia lasciano il posto a bandiere azzurre tutte uguali con un arcobaleno al centro e una scritta inequivocabile: “Insieme ce la faremo”. L’umore che si respira è quello di chi ha voglia di rimettere la testa fuori di casa ma non si sente ancora del tutto sicuro nel farlo.

Qui i momenti più bui si sono vissuti a marzo quando ininterrottamente le strazianti sirene delle ambulanze rompevano il silenzio. In quei giorni quasi tutte le famiglie piangevano i propri defunti, come ricorda don Matteo Cella, curato di Nembro, unico dei cinque preti che vivono in questa parrocchia a non essersi ammalato:«Nel momento del picco dei contagi e dei decessi ho avvertito forte la percezione del vuoto lasciato dalla gente che se ne andava, dalle vite che venivano interrotte – ricorda don Matteo -. In quello tsunami virologico, ho maturato la convinzione che nessuno lasciato in quel dolore se la sarebbe potuta cavare da solo. Nel momento della prova non c’è stata la sensazione della disfatta ma, piuttosto, il desiderio di un riscatto collettivo che si è concretizzato in tanti momenti di vicinanza e condivisione». È stato proprio in quei momenti che è venuto fuori il carattere pragmatico e la scorza coriacea della gente bergamasca: «La preoccupazione era molta ma la serietà e il senso del dovere hanno prevalso sulla polemica spicciola e sulla legittima disperazione».

Oltre alle messe in streaming, don Matteo e gli altri preti di Nembro hanno provato in molti modi a stare vicino ai loro parrocchiani, realizzando dei brevi podcast giornalieri o dei video caricati su YouTube. Un attivismo e un impegno che non sono passati inosservati, tanto che lo stesso papa Francesco ha voluto chiamare don Matteo e complimentarsi per il lavoro svolto: «È stato un bel regalo, non solo per me ma per tutta la comunità – commenta il curato -.Il Papa ha una voce e un modo di fare inconfondibile, ho capito subito che non poteva essere uno scherzo. Si è congedato dicendo: “Salutami i tuoi ragazzi”. La prima cosa che ho fatto è stata mandare un audio ai giovani dell’oratorio dicendogli: “Vi saluta il Papa!”».

Ma se don Matteo non è potuto entrare nelle case dei nembresi (se non tramite il filtro di uno schermo), la dottoressa Mariavittoria Lagrotta, anestesista rianimatore che si occupa di assistenza domiciliare a malati terminali, lo ha fatto.I media nazionali continuano a identificare il primo contagio con il paziente 0 di Codogno, ma la dottoressa Lagrotta è di tutt’altro avviso: «Già da metà febbraio ci siamo resi conto che c’era qualcosa che non andava: ricordo che il 16 febbraio, con un’infermiera, andammo a casa di un paziente oncologico, dopo 3 giorni questo paziente cominciò ad avere un’insufficienza respiratoria che noi non ci spiegavamo. Abbiamo scoperto più tardi che era stato ricoverato nell’ospedale di Alzano Lombardo (chiuso e riaperto il 23 febbraio nel giro di poche ore, ndr)».

«Ho avuto paura e ne ho ancora – commenta -. Lavorare sentendosi circondati da contagiati è un’esperienza difficile da raccontare. Ho provato anche impotenza ed è strano detto da una come me, abituata a lavorare con la morte e con il tema del fine-vita, ma qui si parla di numeri troppo grandi».
Numeri che, a detta di tanti cittadini, si sarebbero potuti quanto meno contingentare con l’istituzione di una zona rossa:i giorni critici sono stati dal 2 al 5 marzo quando tutti da queste parti aspettavano da un momento all’altro la chiusura dei comuni di Alzano e Nembro. Chiusura che non è mai arrivata. «Abbiamo visto delle istituzioni muoversi molto bene, stando vicino alla gente, mi riferisco, ad esempio, all’amministrazione comunale – constata don Matteo -. Per contro, abbiamo assistito a troppe inefficienze unite alla scarsa capacità di prendere delle decisioni nei momenti cruciali. Forse questo tempo del Covid ci dice che dobbiamo alimentare una nuova generazione di amministratori un po’ più competenti e saggi». Sulla stessa linea di pensiero anche la dottoressa Lagrotta: «Si vedrà se e che cosa non ha funzionato. Per noi, operatori sanitari, le difficoltà sono state molte e, spesso, gli interlocutori non erano pronti. A tutt’oggi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini che ci chiedono indicazioni in merito alla gestione dei tamponi e dei test sierologici».

Anche Luigi Noris ha ripreso posto nel suo laboratorio: circondato da chiavi, bulloni e attrezzi da lavoro si sente a casa. Classe 1942, è nato in tempo di guerra: il padre venne deportato nel campo di concentramento di Mauthausen

Ma ora Nembro ha voglia di ripartire senza farsi sopraffare dalla paura del contagio come afferma Alessandro, giovane nembrese di 21 anni che al momento dell’esplosione della pandemia era a Tolosa (Francia) dove frequenta la scuola di circo, teatro e danza. «Ho preferito tornare a casa perché sentivo il desiderio di stare vicino alla mia famiglia e di poter aiutare la mia comunità nel momento del bisogno. È stato difficile capire da lontano cosa stesse accadendo: una volta tornato ho visto quante persone che conoscevo erano venute a mancare, solo in quel momento ho realizzato la gravità della cosa. Abbiamo vissuto un distanziamento fisico più che un distanziamento sociale: ora è nostro compito riuscire a riallacciare questi legami che si sono interrotti».

Anche Luigi Noris ha ripreso posto nel suo laboratorio: circondato da chiavi, bulloni e attrezzi da lavoro si sente a casa.Classe 1942, volontario presso l’oratorio “finché vorrà il Padre Eterno” come tiene a sottolineare. È nato in tempo di guerra Luigi, il padre venne deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Il virus ha portato via 4 suoi coscritti e tanta, troppa gente cara: «Io ero piccolo quando c’è stata l’Asiatica nel ’56 – ricorda -. Ma questo virus… è stato qualcosa di tremendo e ha toccato tutte le famiglie, compresa la mia: penso a mio nipote che è stato contagiato e ancora non so come abbia fatto a salvarsi». Ogni tanto qualche espressione dialettale fa capolino nelle sue frasi a rendere più autentico il suo racconto della quarantena, gli viene la pelle d’oca pensando ai suoi giovani dell’oratorio alle prese con questa lontananza forzata:«Spero che gli rimanga qualcosa da questo periodo. Io ho meditato tanto in questi mesi e ho sofferto altrettanto. Sono esperienze che ti segnano. Ti rendi conto dell’importanza della parola ‘Vivere’, perché siamo qua di passaggio, la realtà è questa: siamo qua di passaggio».

All’una la piazza principale su cui affaccia il Municipio è quasi sgombra, gli ultimi commercianti stanno smontando i loro stand aiutati dai volontari della Protezione Civile. Qualcuno passeggia ancora per strada. Le ultime bandiere azzurre sventolano sulla SP35 mentre ci si allontana da Nembro. “Insieme ce la faremo”. Anche a ripartire.

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