Decapitazione come arma di guerra. Si ripete ancora l’orrore nella viralità digitale e nelle forme che abbiamo visto e conosciuto nella guerra siriana, sia che a compiere questi crimini fosse il sedicente Stato Islamico, sia che fossero le milizie filo-iraniane alleate al regime di Assad. Ma stavolta lo scenario cambia: non più macchia Mediterranea o rocce in ambienti semi-desertici, ma boschi nordici, freddo e grigio. Siamo nel pieno dell’aggressione russa all’Ucraina, ad un anno dal suo inizio. E la violenza è la stessa. Ad attuarla, dei soldati russi che decapitano un prigioniero ucraino.

L’identità dei militari protagonisti di questo atto brutale, testimoniato nel video è ancora ignota, così come il loro corpo di appartenenza. È stato teorizzato che fossero mercenari del gruppo Wagner, ma non si vedono mostrine o simboli sulle loro divise che possano confermare questa teoria. La missione Onu per i diritti umani in Ucraina ha dichiarato di essere «inorridita» e ha chiesto che «questi episodi vengano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano», mentre il presidente ucraino Vladymyr Zelensky ha sottolineato che «c’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono». Mosca, per ora, non ha confermato né smentito l’accaduto. Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, si è limitato ad affermare che, qualora venisse dimostrata la veridicità del video, «potrebbe esserci un’indagine».

Il video della decapitazione di un prigioniero ucraino da parte dei soldati russi è diventato virale. Ma è solo la punta dell’icegerg di una serie di crimini di guerra, il più grave dei quali è la deportazione di bambini per la loro “rieducazione” per i quali la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro il presidente Vladimir Putin e Maria Alekseyevna Lvova-Belova, responsabile dei diritti dei minorenni della Federazione

Questo avvenimento, comunque, è solo l’ultimo di una lunga serie di crimini per cui si chiede la condanna di soldati, degli ufficiali e delle massime autorità della Federazione russa. Attacchi contro bersagli civili sono all’ordine del giorno dal settembre 2022, da quando i russi hanno dato il via alla campagna di bombardamenti massicci su tutto il territorio ucraino, e i massacri di Bucha e Mariupol sono ormai noti in tutto il mondo. Inoltre, poiché il conflitto è ancora in corso, non si ha ancora un quadro preciso del trattamento riservato ai soldati ucraini prigionieri, in particolare per quanto riguarda quelli trasportati in Russia, né tantomeno degli abusi perpetrati ai danni dei civili nei territori occupati.

Negli ultimi mesi, però, si è delineato un quadro che porta lontano dai campi di battaglia e che sembra essere parte di un piano preciso del Cremlino. Secondo il governo ucraino, infatti, sarebbero oltre 19mila i minorenni separati dai propri parenti o prelevati dagli orfanotrofi e deportati in Crimea o in Russia, dove pare vengano affidati a famiglie e inseriti in scuole che hanno il compito di “rieducarli”. I media della Federazione, ovviamente, sostengono che questi bambini siano stati salvati dal conflitto e ne portano il numero a 744mila. Secondo il governo ucraino, si tratta di un tentativo volto a distruggere il futuro del Paese, derubandolo a tutti gli effetti delle nuove generazioni. Una teoria, questa, che sarebbe corroborata dai molti video emersi in rete di questi bambini costretti a cantare l’inno russo, sventolando le bandiere della Federazione, e ad imparare l’idioma della nazione che ha sconvolto le loro vite con la guerra. Ad oggi, secondo il sito Children of War, che permette alle famiglie di segnalare la deportazione dei propri figli, sarebbero solo 361 i minorenni ritornati in patria.

Le istituzioni di Kiev e varie associazioni, come Save Ukraine e 116000 hotline, cercano di assistere i parenti nel lungo e complesso iter per ricongiungersi con i minori deportati, ma il loro operato incontra notevoli limitazioni. Come spiega Laura Mills, crisis response researcher di Amnesty International, «solitamente sono volontari o altre persone che ci fanno sapere dove si trova il minore scomparso. Non c’è un processo organizzato dallo Stato russo o dai servizi sociali. In una situazione ideale, vi sarebbero contatti tra i governi e uno scambio di informazioni, ma ciò non sta avvenendo». Nuovi passaporti, cambi di nome e adozioni illegali rendono ancora più difficile il processo. Inoltre, l’Università di Yale e il Conflict Observatory programme del dipartimento di Stato americano hanno identificato almeno 43 luoghi, tra la Siberia e l’estremo oriente russo, in cui i minori sarebbero stati dispersi, grazie a quello che è stato definito «un complesso sistema logistico che ha caratteristiche militari».

Poiché la deportazione forzata della popolazione è riconosciuta come un crimine di guerra dallo Statuto di Roma, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro il presidente Vladimir Putin e Maria Alekseyevna Lvova-Belova, responsabile dei diritti dei minori della Federazione. La Russia non riconosce l’autorità dell’Aia e non estrada i suoi cittadini, dunque è improbabile che vi siano conseguenze effettive per l’inquilino del Cremlino e la sua sottoposta, ma la decisione della Corte rimane comunque molto significativa. Ora come in futuro, essa espone gli alti ufficiali russi ad un possibile arresto fuori dai confini della loro nazione e limita la loro capacità di viaggiare all’estero e di presenziare ad eventi rilevanti per la comunità internazionale. Inoltre, vi è la speranza che, qualora Putin venga rimosso dal potere o decida di ritirarsi alla vita privata, un futuro leader del Cremlino decida che sia più vantaggioso consegnarlo all’Aia, invece che proteggerlo.