La memoria è uno dei meccanismi più complessi della mente umana, il suo funzionamento procede spesso per associazione. Ogni volta che ricordiamo il passato è come se lo ripensassimo sulla base del sentire presente, modificandolo senza rendercene conto. I sentimenti che vorremmo riprovare – e che siamo convinti di aver provato allora – si mescolano con le sensazioni attuali. È quello che avviene anche nella testa di Sophie quando, grazie all’aiuto dei video realizzati con la sua videocamera rudimentale, ricorda la sua ultima estate trascorsa in Turchia con suo padre all’età di undici anni. Le immagini di scarsa qualità, le più affidabili, si alternano alle memorie nitide prodotte dalla sua mente che invece sono mediate dalla nostalgia e dal desiderio profondo di poterle cambiare.

Aftersun, opera d’esordio della regista scozzese Charlotte Wells, prende il titolo da una delle azioni ripetitive che la protagonista ricorda, una delle poche attraverso cui si materializza il legame col giovane papà Calum: l’atto di spalmarsi la crema solare. Il film procede senza scossoni evidenti, la Turchia è mostrata appena e in fin dei conti potrebbe trattarsi di qualsiasi altro luogo. Sembra non accadere nulla e invece lentamente lo spettatore entra nel flusso dei tempi emotivi, inizia a percepire la minacciosità di certi presagi e alla fine prova la stessa amarezza. La colonna sonora, dal karaoke struggente e solitario di Losing my Religion fino al ballo sfrenato, tra ricordo reale e costruito, sulle note di Under Pressure, insieme a certe soluzioni geniali di regia – il dialogo che si intravede dal riflesso sullo schermo di una tv spenta – sono i vicoli stretti che conducono al cuore della vicenda.

La grandezza di un film come Aftersun sta proprio nel non detto, nella potenza di certe immagini silenziose e nei dialoghi mormorati in un inglese reso quasi indecifrabile dall’accento scozzese dei due protagonisti. Una storia solo in apparenza semplice la cui linearità viene sconvolta dalle emozioni.

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