Conclusa anche la seconda settimana di questo inizio di Fase 2, l’imprenditoria cerca di rialzare la testa. La crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 ha provato l’economia nazionale e non solo. A risentirne sono state soprattutto piccole e medie realtà locali.

Le prime a essere colpite sono state le attività a gestione cinese. Innanzitutto travolte dal drastico calo della clientela dovuto alla psicosi cominciata a dilagare da fine gennaio e poi tramortite dall’avanzata dei contagi in tutto il Nord Italia, gli imprenditori si sono visti costretti a una progressiva riduzione delle usuali attività lavorative, per giungere alla chiusura finale imposta dal lockdown. Ora che il governo ha varato i nuovi decreti, però, si comincia a pensare a come riorganizzarsi per poter ripartire. Qual è l’attuale stato della situazione?

«Sicuramente non è facile – ci dice Luca Shengzhong Song, presidente dell’Unione Imprenditori Italia-Cina –. La comunità cinese è stata più cauta fin dall’inizio e probabilmente riaprirà le proprie attività più tardi rispetto ad altri. Questo è dovuto anche al fatto che gli imprenditori hanno potuto vedere tramite amici e parenti lo stato delle cose in Cina, che ha preceduto il resto del mondo. Noi dell’associazione UNIIC avevamo dei contatti con Pechino via video per capire e approfondire la situazione e così fin da subito ci siamo resi conto che la contagiosità del virus era estremamente elevata anche a causa di asintomatici che potevano portare a una diffusione quasi indisturbata. Questo è il motivo per cui qui in Italia avevamo iniziato a chiudere o a porre delle limitazioni alle attività già a febbraio. Purtroppo questi provvedimenti si sono rilevati corretti, avremmo preferito sbagliarci. Ancora oggi la comunità è estremamente cauta: aspetteremo di vedere se effettivamente con la Fase 2 ci sarà un calo dei contagi o se invece risaliranno. Nonostante la crisi economica scaturita dall’emergenza virus, in una visione di medio-lungo termine come imprenditori sappiamo benissimo che riaprire troppo presto non ci permetterà di recuperare prima, anzi, potremmo correre il rischio di cadere in una chiusura ancora più lunga. Stiamo stringendo la cintura per resistere e avere più probabilità di non doverci fermare di nuovo. Inoltre gli imprenditori cinesi sono sempre stati abbastanza intraprendenti nello sviluppo di nuove possibilità lavorative, come l’all you can eat nella ristorazione, e come associazione riteniamo che, nonostante il momento difficile, la comunità cinese saprà reinventarsi, magari adattandosi al nuovo mondo e alle restrizioni, trovando equilibrio anche nella difficoltà. Lo stesso augurio va alla comunità imprenditoriale italiana, a sua volta molto creativa e dinamica. Perciò siamo ottimisti, non potremmo essere altrimenti».

Alcuni locali però hanno riaperto: una testimonianza diretta viene dalla ristorazione, che sta cercando di ritrovarsi attraverso il cibo da asporto e il delivery. Le attività simbolo di via Sarpi, cuore della China Town milanese, sono gli stand di raviolerie, al lavoro dallo scorso 6 maggio. Il presidente Song annuisce: «Hanno ricominciato a lavorare anche alcuni ristoranti, ma solo per le consegne a domicilio. È una riapertura timida. Dai dati raccolti attraverso i nostri associati, il fatturato ovviamente è ancora molto lontano rispetto a quello pre pandemia: si aggira attorno al 50% di quanto si ricavava prima della crisi. È normale, abbiamo tolto il caposaldo della somministrazione di cibo direttamente in tavola e questo è il risultato».

Zhang Fan, ristoratore dello Chateau Dufan in Via Sarpi, conferma le difficoltà del periodo. Gli chiediamo se pensa che in un prossimo futuro sarà possibile riaprire i battenti del locale a clienti seduti in sala. Scuote la testa e sospira: «No e chissà per quanto ancora. Non ci conviene riaprire del tutto». Nemmeno ricorrendo alle stesse misure di sicurezza che altri ristoratori e baristi del centro città stanno adottando? La risposta è ancora negativa: «Sanificare questa sala costa 800 Euro, il plexiglass non è adatto… E anche se lo fosse, una volta garantita la sicurezza dei clienti a tavola chi mi assicura della sicurezza in altri luoghi del ristorante, come il bagno, per esempio? Dovrei stare attento a chiunque lo usi e in che condizioni lo lascia dopo esserci stato, perché poi occorrerebbe disinfettare tutto. Sarebbe il caos. No, continuiamo con l’asporto e con il delivery. Speriamo che questo periodo difficile passi per tutti».

Chiediamo allora se ci sono stati casi di imprenditori che hanno scelto di chiudere definitivamente le loro attività per evitare ulteriori perdite. Il presidente Song non

nasconde i propri timori: «Per adesso i casi non sono molto numerosi, ma prevedo che potrebbe accadere in futuro. Magari c’è chi resiste in attesa della riapertura, ma vista l’attuale situazione e le restrizioni operative, chi riparte fa fatica a stare in piedi. La speranza di dire “Riapro il 18 maggio, riapro il 1 giugno” poi magari verrà disattesa dal ritorno economico non positivo. Per esempio nei negozi: se pensiamo che in un locale di 25 metri quadri può entrare una persona alla volta, forse davvero si fa prima ad aspettare ancora. Fare impresa in Italia poi è costoso e non è pensabile avere un cliente per volta. È motivo di preoccupazione per tutti, sia per gli imprenditori cinesi sia per quelli italiani».

Per tornare a servire in sala e non solo, quali misure di sicurezza si stanno adottando e a che punto sono i lavori di adeguamento dei locali? «C’è già grande fermento nella ricerca di divisori di plexiglass, guanti, gel igienizzanti, mascherine per tutti i dipendenti – afferma il presidente –. Sotto questo punto di vista tutti si stanno attrezzando. Quando riapriranno, dal 18 maggio in poi, saranno già adeguati rispetto alle normative e a quanto deciso dal governo. In questo senso la comunità cinese è molto ricettiva, anzi, cerca di fare anche qualcosa in più proprio in virtù del suo essere molto cauta».

Visto il periodo di crisi, chiediamo se l’UNIIC ha erogato finanziamenti per sostenere le piccole e medie imprese cinesi. Il presidente sorride: «Li abbiamo forniti innanzitutto al sistema sanitario. L’economia è importante, ma se non si supporta in primis la sanità tutto diventa più problematico». Poi spiega: «Quando abbiamo iniziato a fornire il nostro aiuto, due mesi fa, la situazione in Lombardia era veramente critica. Nel nostro piccolo abbiamo donato 60mila Euro a tre strutture ospedaliere – il Niguarda, il Buzzi e il San Raffaele – affinché potenziassero subito i loro reparti di terapia intensiva, perché sappiamo che la malattia fa paura, ma non avrebbe ucciso così tanto se ci fossero state le condizioni sanitarie adeguate. Essendo un’infezione polmonare, anche chi magari era salvabile è entrato però in una situazione più critica a causa della mancanza dei mezzi in ospedale».

La solidarietà della comunità cinese non si è manifestata solo attraverso donazioni monetarie. Come aggiunge il presidente Song, in collaborazione con altre associazioni cinesi sono state fatte arrivare anche mascherine alla Regione e al Comune di Milano – fino a 300mila pezzi per il capoluogo lombardo. La distribuzione delle mascherine si è ripetuta più volte lungo via Sarpi ed è stata allargata agli anziani italiani grazie ai volontari dell’UNIIC. «Abbiamo anche lanciato l’iniziativa di lasciare una mascherina a ogni vicino di casa nella cassetta della posta – aggiunge il presidente –. Più che dare sussidi economici alle imprese – cosa che non sarebbe comunque fattibile perché non possiamo né vogliamo sostituirci allo Stato – abbiamo dato per quanto possibile una mano facendo percepire la nostra vicinanza».

Torniamo al tema riaperture. Quali attività potrebbero ripartire prima e quali invece dovranno ancora attendere? «Sicuramente i negozi al dettaglio per primi, poi i ristoranti e i bar con le dovute precauzioni – elenca il presidente Song –. Estetisti e parrucchieri forse per ultimi, perché lì c’è un contatto ravvicinato con il cliente. La comunità cinese è prevalentemente focalizzata sui servizi dedicati alla somministrazione di cibo, quindi risulta anche particolarmente danneggiata. Chi faceva un lavoro d’ufficio, dove non c’è la necessità di stare a contatto con il cliente, ne uscirà in maniera molto più agevole».

L’approccio alla riapertura resta decisamente cauto. La priorità rimane sempre la salute dei membri della comunità cinese, come traspare dalle parole del presidente UNIIC. Se gli si domanda se queste precauzioni non sono eccessive, risponde con un altro sorriso: «Se la nostra cautela è giustificata o meno, lo vedremo a fine pandemia. Fino a oggi penso che sia stata giusta. Lo provano i numeri: in Italia i contagiati di origine cinese sono estremamente pochi. A Prato, dove quasi due persone su dieci sono cinesi, c’è stato un numero di contagi molto basso. Purtroppo con questo virus, così sconosciuto e violento, è giusto prendere tutte le precauzioni possibili. Le persone tendono a stare a casa malgrado si possa ricominciare a fare una passeggiata fuori. I miei genitori per esempio sono sessantenni, non se la sentono di uscire e mi chiedono di fare la spesa per loro. Non incontrano nemmeno i parenti. Lo fanno e lo facciamo per un senso di sicurezza generale, per non rischiare».

Ripartire si può, seppur poco alla volta e con attenzione. Una cosa è certa: nel mondo che verrà – qualsiasi esso sia – si continuerà a mangiare, vestire e acquistare prodotti venduti da imprese italo cinesi. L’importante sarà farlo con qualche accortezza in più: la salute, davvero, viene prima di tutto.